Segreto (Capitolo Secondo)

Prima Parte

Istantanee di solitudini

Dicono che il cuore non segue la mente e che quest’ultima suggerisce sempre ciò che il cuor distrugge. È un gran problema capire chi ha torto e chi ha ragione. Nell’eterna indecisione e con il senso dell’errore sempre addosso, trovai molti anni fa un metodo così da non scontentar un pezzo di carne che batte da sé e che spesso fa i capricci, con quella che la gente comune chiama “ragione”.

Ma a volte non basta accontentarli entrambi perché spesso, quando senti che il debole compromesso stia in qualche modo funzionando, qualcuno arriva a scombussolare tutto. E tra cuore, testa, amori, pensieri e la triste vita che mi tocca passare, non so a volte chi ascoltare. Me stesso? Dovrei ascoltare me stesso?

Non credo valga qualcosa la mia misera ed insignificante esistenza. Già, perché molti furono gli anni che passarono senza amici, senza casa, senza affetto. Li seguo tutti a distanza, come se avessi la peggior peste che il mondo abbia mai conosciuto. Mi sento uno scarto da tenere in quarantena finché testa e cuore non scoppino entrambi e diano finalmente a quest’anima un sospiro che sappia di pace assoluta. Sempre se un’anima la posseggo ancora e non sia fuggita certa che il mondo non si vive di scatti di polaroid e ricordi chiusi in scatole segrete.

Tutto scappa da me come se è questa la pena che debbo scontare vita natural durante per essere io scappato un tempo da un semplice sentimento e da una promessa fatta sotto la luna piena di una notte di febbraio così fredda da ghiacciare le parole che a stento si potevano udire.

Quella notte un vento gelido si poggiava sulla mia faccia mentre attorno a noi Valencia si ritirava e si rinchiudeva fra le calde pareti degli edifici affacciati su Plaça de la Reina. Io abbracciavo Inés e la proteggevo da un inverno che aveva tutta l’aria di volerci separare e dal mondo che da lì a poco l’avrebbe messa contro la sua famiglia. Quella donna spagnola divenne la luce della mai vita. Lasciai Roma e l’Italia pochi mesi prima e finì col strimpellare le corde di una vecchia ma superba chitarra in un bar della città iberica affacciata sul Mediterraneo. In quel bar una sera incontrai la mia dea che mi costrinse a girare, a nascondermi, a cercarla per le vie e i portici attorno la Seu. Era un bel gioco che appagava le notte insulse e strane, era un modo per sentirmi a casa senza avere nessuno che bacchettasse ogni mio gesto. Era, quella giovane donna, la libertà per una prigione che mi costruii da bambino rendendomi apatico e malinconico. Fu come assaporare il peccato e respirare l’aria della notte senza seguire nessun galateo. Eppur di peccaminoso non compievo alcunché. Ci fu poi quell’attimo in cui gli occhi si specchiarono e si parlarono per lunghi interminabili secondi e poco dopo ci coccolavamo sulla spiaggia mentre le navi fischiavano uscendo dal porto salutando l’alba di un nuovo e inatteso giorno.

Di quella giovane signora conoscevo il profumo di cui ne ricordo ancora la fragranza e ogni centimetro del suo corpo ma ancora non conoscevo la sua vita e non ricordavo il suo nome.

“Olvide todo por favor y no se preocupe, no quiero contarle nada a su esposa”

“No, no soy casado”.

Il sole ci sorprese quando già era alto in cielo in un bar dell’Avenida de Francia. Mentre sorseggiava il caffè non pronunciò parola e solo dopo aver spento la sua ultima sigaretta di un pacchetto che ricordava nervosismo e ansia mi chiese dove e come vivevo. Io abitavo in qualche angusto luogo ma poco importava perché preferì da quel giorno abitare il cuore di Inés e speravo di non dover traslocare presto. Presto arrivò l’autunno e amarsi sulla riva del mare spegneva l’ardere del desiderio prima ancora che nascesse. Da allora ci rifugiammo dentro il piccolo monolocale che pagavo a stento con il mio umile lavoro di piano bar. Rinchiusi nel cuore di Valencia appagavamo entrambi la voglia di far parte di un disegno che era la nostra vita illudendoci che tutto sarebbe stato secondo i nostri progetti. Immaginavamo troppe cose, troppo in fretta e troppo pesavano tutti quei programmi sulle spalle di due giovani senza futuro.

Molte speranze svaniscono proprio mentre son’ sul nascere. Sotto una maledetta luna di febbraio seppi che sarei diventato padre e dovetti quasi per dovere promettere che me ne sarei occupato sforzandomi di sembrare buon marito e buon genitore. Non ho mai amato le formalità e tutto ciò che mi vincolava. Avevo voglia di essere libero di poter fare e non fare, di amare, di odiare, di essere responsabile oppure no. Ma a quel patto e di fronte le lacrime dell’amore fatto carne abbassai la testa e finsi a me stesso che ci avrei provato ad essere fedele.

“Prometeme que nunca me dejarás, que serás el padre de mi hijo. Prometelo bajo esta luna porque a la luna no se cuenten mentiras”.

Tutto sembrava comprimermi e la torre del Micalet a cui mi appoggiavo aumentava quella sensazione di piccolezza e infimità.

Non riuscì a pronunciare nemmeno un sibilo, mi limitai ad esternare un faticoso sorriso che sembrava voler dire “ce la metto tutta” ma che era già convinto del contrario.

Il giorno dopo non ci vide più insieme e da quella mattina guardo lei e la sua vita che prosegue senza me e i nostri momenti isolati dal mondo. Quello stesso giorno ero sotto casa sua, fuori dal centro della città, al terzo piano di un condominio abitato da gente di periferia per lo più lavoratori del porto di Valencia. Da quel terzo piano sentivo il suo disperato pianto e le urla di suo padre che riversava sul suo fragile corpo il disonore di una famiglia ora tradita. Quell’uomo, la cui anima riposa oggi in pace, non vide il frutto di un amore nascosto che naque e cresce forte e deciso come la madre. Del padre spero non rimanga nulla.

Spero non porti dentro di sé l’essere vigliacco che tanto mi contraddistingue. Di quel pargolo appena nato non conoscevo il nome, il peso, la bellezza, i pianti. Nulla. Il male maggiore era il fatto che me lo meritavo. Iniziavo a capire che nella mia vita ho solo usato le persone per i miei scopi e il mio benessere. Sfruttavo l’affetto delle persone che mi amavano come il peggiore degli egoisti.

Inés trovò lavoro in una sartoria del centro ed ogni mattina usciva presto e prendeva il suo autobus che la portava verso un posto che le concedesse qualche soldo per poter credere che la vita è una lotta che si affronta giornalmente e adesso deve lottare per due. Quando usciva dal suo palazzo io ero lì, dietro l’angolo a guardarla e non mi meraviglio neanche del fatto che non riuscivo ad avvicinarla. Ciò perchè sono troppo codardo e vile da dover affrontare le mille domande di una donna abbandonata. Continuavo a rubare la vita degli altri e così ogni mattina scattavo una foto con la mia polaroid e dietro ci scrivevo un messaggio che mi ricordasse di quanto brucia l’amore dentro e di come corrode possedere, mio malgrado, una coscienza.

Passarono pochi mesi ed io raccoglievo attimi di vita che non mi appartenevano ma a cui mi sentivo legato, scrissi lettere mai recapitate, cercavo un alibi dietro cui nascondermi.

Una mattina di aprile non ebbi più voglia di sentirmi ladro del vissuto altrui e dopo che la mia dea ispanica lasciò il suo appartamento per recarsi in sartoria io mi vestì di coraggio e mi presentai davanti a sua madre.

Dona Cintia aveva il viso di una signora che ormai andava perdendo l’entusiasmo di vivere e dava l’impressione di colei che aveva capito il meccanismo strano di questa esistenza rassegnandosi al destino. Venne alla porta con il bimbo in braccio e la socchiuse domandandomi chi fossi.

Me lo dovette chiedere tre o quattro volte prima di ricevere risposta essendo stata la mia attenzione rubata dal fagotto che teneva in braccio e che con gli occhioni scuri mi fissava a bocca aperta allungando le braccia.

Dissi il mio nome e poi aggiunsi:

“El padre de este niño, Señora”.

La donna mi guardava con un’espressione a metà tra l’incomprensione e lo scetticismo. Pian piano poi il suo viso iniziò a tingersi di un rosso iracondo e cominciò nel suo catalano tipico di Valencia a parlarmi, se così possiamo definire il lungo e colorito monologo di Dona Cintia che nel suo parlare agitava le mani e il bimbo. Ogni tanto indietreggiavo e mi voltavo per tener d’occhio i gradini. Qualche sguardo andava anche ai vicini coinquilini che, udita la voce squillante, si affacciarono a rendersi conto dell’accaduto; giusto per aver qualcosa su cui rimuginare col dirimpettaio non appena tutto si fosse calmato.

Pregai la donna di lasciarmi entrare per poter parlare e dare la mia versione dei fatti. Speravo lo facesse perchè non credo sarei mai più stato in grado di trovare la forza di affrontare i miei guai. La supplicai e alla fine ottenni il nulla osta a patto che non mi avvicinassi a meno di un metro dal bambino che, ci tenette a sottolineare, non era più mio.

 

Seconda Parte

Segreti eterni

Non mi aspettavo cordialità e di fatto no la ebbi men che meno la meritavo. Avevo molto da dire e preferivo farlo trovando le parole giuste. Alla fine, concluse le mie motivazioni, la madre di Inés mi guardò e dopo pochi secondi mi cacciò di casa pentendosi di avermi dato ascolto. In fondo il cuore dell’uomo finisce per tradirsi e da allora continuai a far visita alla nonna di mio figlio che puntualmente mi rimproverava e mi rammentava che io di figli non ne possedevo. Alla fine mi offriva anche la colazione e poi mi fissava, a tratti si faceva nevosa e si mordeva le dita.

“Dona Cintia si Usted desea que non vuelva mañana lo diga”

“Tu eres un maldito hijo de puta que sabe solo usar el corazon de la gente”

“Lo hago porque asì aprendo a usar el mío”

Vedevo mio figlio quasi ogni giorno senza che il mondo, o meglio senza che Inés, se ne accorgesse. Spesso portavo dei biscotti giusto per addolcire l’amaro carattere della nonna che promise di non dire nulla alla figlia. Inés non seppe mai dei giochi che facevo con mio figlio, non seppe quante volte lo tenni in braccio, quante lo addormentai coccolandolo. Dona Cintia si sentiva colpevole e complice ma era certa che lasciarmi amare, almeno quella volta, un pezzo della mia vita fosse la cosa più giusta. Come sempre, però, la mia vita presenta presto il conto e le visite all’appartamento al terzo piano di Dona Cintia terminarono perché troppe erano le voci di un condominio che mi vedeva entrare ed uscire come un ladro.

Sì, ladrón de cariño.

Smisi di suonare nei bar, non avevo nulla più da cantare, non ebbi più muse ispiratrici, persi la voglia e mi resi conto che la musica inganna peggio ancora di come lo fa la vita stessa. Trovai lavoro come spazzino e a volte raccoglievo i resti della vita vissuta nel parco dove mio figlio giocava e dove io continuavo a fotografarlo mentre imparava a calciare un pallone. Diventò un’ossessione e presto finii per riempire grandi album di istantanee e tutto il mio monolocale ne era stracolmo. Le pareti erano ricoperte di sequenze fotografiche e in quegli scatti io intrappolavo l’amore che non riuscivo ad esprimere con voce e carezze.

Una sera un ragazzo giunse da me correndo e ansimando, mi diede un foglio dicendomi che lo mandava la “mia fedele complice”.

Mi sedetti e aprii il foglio immaginando che non contenesse buone notizie. La scrittura di Dona Cintia era frastagliata come se avesse avuto nella mano il peso di un silenzio divenuto enorme e incontrollabile. Mi avvertiva che avrei trovato sua figlia e il nipote alla Estación del norte ad aspettare un treno per l’Italia.

Mi stavano cercando.

Quando arrivai sulla pensilina l’intercity stava lasciando la volta della stazione e non potei che tornarmene a casa ritirandomi nella mia solitudine ancora più criminale.

Il mattino dopo, quando Valencia si stava svegliando in una bolla di calor africano, tornai a far visita all’appartamento al terzo piano. Picchiai alla porta parecchie volte ma non ebbi risposta. Scendendo le scale chiesi ad una signora dai capelli raccolti come fanno tutte le brave donne valenziane. Mi disse che un’ambulanza si era portata via Dona Cintia dopo aver accusato un malore. E dopo aggiunse:

“¡Claro! Y la desgraciada de su hija se fue dejandola sola aquí a gritar contra los muros”

Mi limitai a convenire con ella rispondendole:

“¡Los hijos de hoy no tienen ningún respeto!”

E prima ancora che il discorso prendesse quota esplorando i campi dell’educazione e della morale, salutai la signora e mi diressi all’ospedale.

Domandai in quale stanza fosse ricoverata la nonna di mio figlio e quando fui dentro ella stava con gli occhi chiusi mentre una bottiglia appesa irrorava vene piene di risentimento, di ansia e nervosismo troppo forti per una giovane anziana.

“Soy yo, Xavier ¿Usted se acuerda de mí?”

“El maldito italiano que se llevó mi felicidad y aquella de mi casa”

“Lo siento. Mañana dejaré Valencia y si lo quiere lo haré hoy mismo”

Con la voce roca e senza forze, stordita dai veleni che le paralizzavano le emozioni mi rispose:

“No hacer nada antes de contar la verdad a tu hijo. Al mundo dijiste muchas mentiras y ahora tienes que mirar los ojos de quien te quiere y te va buscando sin vergüenza”.

Odiavo le promesse ancora più di prima e mi allontanai senza dire nulla, sorridendo soltanto. Quando aprì la porta per uscire da quella stanza Dona Cintia mi gridò con tutta la forza che possedeva:

“No mentir a tu sangre!”

Uscii e chiusi la porta alle mie spalle.

Dovrebbe essere la felicità che fa perdere la cognizione del tempo ma i giorni chiuso in casa a piangere non saprei quantificarli. Molti, tuttavia. Mi accorsi che con il passare dei giorni e delle notti io non avevo più desideri, non avevo sogni non avevo esigenze. Non mangiavo più e tra le dita si consumavano in fretta decine e decine di sigarette e speravo solo che la prossima desse più sollievo. Dimenticavo che il macigno della coscienza non si sgretola con il fumo ma forse cominciavo a dar ragione a quella vecchietta convinto che almeno nella parte più sepolta del suo cuore ci fosse un po’ di affetto anche per me.

L’estate era terminata da un po’ e Valencia iniziava a ricoprirsi. Al tramonto una brezza fresca attraversava i vicoli e le piazze preannunciando un acquazzone notturno. Mi incamminai verso Plaça de la reina lasciando che il freddo penetrasse le ossa e giungesse all’anima per purificarla. Mi sedetti sotto el Micalet e guardando il cielo che si ricopriva di nuvole scure mi convinsi. Dirò la verità.

Quando arrivai sotto casa di Inés tante donne a gruppi di due e tre velate di nero si avvicinavano verso il portone. Ad una di quelle sentii dire bene senza dubbi di equivoci un’invocazione divina. Preghi Iddio di render merito al buen corazon de Dona Cintia. Una brava signora, commentava un’altra.

Mentre salivo le scale mi chiedevo se non dovessi aspettare un momento migliore, se forse non bastasse già un dolore così grande. All’ultima rampa di scale mi fermai e vidi mio figlio seduto sui gradini che con i suoi undici anni iniziava a capire cosa significa perdere chi ci ama e coloro che amammo. La gente lo sfiorava e gli passava una mano sulla nuca mentre lacrime silenziose cadevano a terra. Mi sedetti accanto a lui mentre gli altri incuranti ci passavano accanto. Gli domandai perché piangesse e mi rispose che voleva bene alla sua nonna. Non sapevo come consolarlo e dandogli una caramella gli parlavo spiegandogli come chi ci ama non ci abbandona, ma ci segue anche quando non ce ne accorgiamo, e possiamo parlargli perché di sicuro ci ascolterà. Gli dissi che la nonna sarà dietro qualche stella e da li protegge tutti noi. Asciugandosi le lacrime alzò pian piano il capo e mi guardò negli occhi stupito e immobile. Io non ebbi il tempo di incuriosirmi che mi sentì gelare il sangue quando quel ragazzo pronunciò la parola:

“Papá?”

La gola si disidratò e impedì alla voce di dar forma a qualsiasi tipo di suono. Nella testa si urtavano pensieri, scuse, altre bugie ma quando tornai al presente mio figlio mi aveva lasciato dicendomi di aspettarlo perché sarebbe tornato subito. Era andato ad avvertire la madre correndo e sorridendo. Io scesi le scale di corsa e mi allontanai perdendomi nel diluvio di Valencia. La mia viltà era recidiva e la vergogna di essere un meschino mi allontanava sempre di più dall’idea di risolvere tutto secondo le intenzioni di nonna Cintia. Due mattine dopo, sotto un cielo grigio di quasi inverno, ero ancora dietro a quella che sarebbe dovuta essere la mia famiglia. Nel cimitero comunale la mia complice era stata accompagnata al suo ultimo posto dove almeno lei avrebbe trovato pace eterna. Con lei stava per essere tumulato un legame ed un segreto forse imperdonabile.

Tra la nebbiolina che scendeva su tutti noi, riconobbi l’unico amore della mia vita che singhiozzando ricordava la madre e poi accanto a lei tanta gente di pietà vestita che consolava e asciugava lacrime finte. Da dietro un alto e robusto cipresso io continuavo a sfogare quella mania diabolica fotografando attimi di vita altrui.

Mentre estraevo un negativo appena scattato una voce da dietro mi fermò.

La solita voce, che con tono dolce, insicuro e forte mi chiedeva nuovamente:

“Papá?”

Pochi attimi dopo eravamo fuori le mura del cimitero seduti su una panchina e mentre cercavo parole giuste per giustificare undici anni di assenza Pablito mi guardava sorridendo e dentro di sé sognava. Sperava di vedere una famiglia riunita e per un po’ di minuti lo lasciai sognare.

“Desde cuanto me conoces?”

Voleva sapere se lo avevo mai amato, se provavo la sensazione di essere padre e se ne conoscevo il significato. Mi sentì umiliato ma risposi comunque con il sorriso.

“Desde una vida, desde una noche de febrero. Conozco tus risas, tus goals, tu llanto, todo”.

Lui abbassò lo sguardo e poi mormorò:

“Ya, lo se, pero hay alguien que no sabe”

A quel punto, mentre ci parlavamo come due persone normali come se ci conoscessimo da sempre, gli confessai la mia voglia di fuggire e cercare una nuova vita che non abbia più il peso del rimorso. Mi resi conto in quella mattina uggiosa che sono nato per fuggire, per non avere vincoli e limiti. Non sarei stato il buon padre che torna a casa dopo il lavoro e gioca con suo figlio, non sarei potuto essere il marito di una donna che ama amor non corrisposto.

Continuerò a girare il mondo e forse da qualche parte troverò quello che cerco senza ancora sapere cosa sia.

“Quiero venir contigo!”

“No puedes, estarás aquí, con tu madre, la ayudarás y tendrás cuidado de ella”

“Así te vas otra vez, te esconderás al mundo y a tú mismo, al menos dime adónde vas”

Era tempo di andare prima che Inés uscisse e mi trovasse lì a discutere con suo figlio, era tempo di lasciare che il destino svelasse o celasse verità nascoste. Prima di andare scattai l’ultima foto. Il mio viso era pallido e serio accanto a quello di Pablito che aveva gli occhi del sognatore. Un saluto, forse l’ultimo. Un abbraccio e poi mi persi nel grigio mattutino di Valencia mentre le goccioline di pioggia si fondevano alle lacrime che piano cadevano sulla mia faccia lasciando una scia di profondo dolore. Quando mi voltai riconoscevo appena Pablito e Inés seduti su quella stessa panchina e poi, confondendosi anche loro con pioggia e vento, presi per mano inseguivano a passo svelto vita, ricordi e segreti eterni.

6 pensieri su “Segreto (Capitolo Secondo)”

  1. Caro Raf, non so se questo racconto faccia in qualche modo parte della tua vita stessa oppure della tua fantasia, comunque, se veritiero, devo dire che é piuttosto fortino, nel senso che non so come faccia un essere umano a stare distante dal proprio figlio a non vederlo crescere a non essere presente. Le responsabilità ti hanno annegato in alto mare e riesco pure a capirlo, ma davanti a tanta responsabilità un giovane uomo dovrebbe crescere in velocità.
    Io non me lo vorrei perdere un figlio, per nessuna libertà del Mondo…, vedi Tu.
    Un caro saluto e 5st.
    sandra

  2. Ciao Sandra,
    innanzi tutto grazie per aver letto e per esserti soffermata. No questa storia non ha relazioni con la mia vita ma non nego che alcune sensazioni qui descritte le ho provate davvero. Mi riferisco soprattutto al legame madre-figlio (forse descritto meglio nel primo capitolo) e il ruolo della nonna che va oltre ciò che sarebbe giusto ma mira solo “all’amore” e all’unione della famiglia.
    Io ti posso dire che esistono tante persone che per vari motivi tendono a scaricarsi da tutte le responsabilità, che hanno paura di perdere la loro autonomia, che hanno timore di legami stabili. Storie così in realtà ne sento molte, e credo anche tu.
    Il racconto è di pura fantasia ma non pensare sia fantascienza, purtroppo cose così (ed anche di peggiori) accadono davvero!!! Non tutti siamo uguali, fortunatamente esistono persone responsabili (ed io modestamente, al di là di ciò che racconto, credo di esserlo).
    Grazie ancora. Un saluto
    Raf

  3. Caro Raf, ho un’età in cui ho visto parecchie cosette che fra l’altro non mi sono piaciute, ci sono tante storie…., non so se hai letto il mio racconto:- Quattro passi nelle brutture umane-, é un racconto-verità. Le responsabilità pesano e parecchio, ma ci sono pure le soddisfazioni. Io ho una grande fantasia, mia fedele alleata, e con questa faccio voli stupendi, ma le mie responsabilità le ho sempre sapute riconoscere e rispettare e oserei dire non solo in età matura ma anche prima, molto prima. Questione di carattere, forse.
    Sono molto contenta che il racconto veritiero per altri, sia per te, frutto di fantasia. Ribadisco, un figlio é la cosa più importante, faticosa, difficile, a volte anche troppo (piena), ma vale la pena di affrontarla e portarla avanti, qualsiasi possa essere il risultato. E’ un impegno che rimane sempre la primaria ragione di vita. Io, mi sono fermata a uno…
    Un abbraccio.
    Sandra

  4. Le responsabilità pesano… proprio per questo molti fuggono da esse. Sono d’accordo sul fatto che avere un figlio è una cosa molto importante ma non essendo padre forse non posso capirlo pienamente. E’ un impegno che molti oggi preferiscono “delegare” ad altri. Si tratta comunque di esperienze non del tutto negative a mio avviso. Prima o poi tutti saremo costretti ad assumerci le nostre responsabilità… per molti anche quella di “non aver” cresciuto un figlio, figlio che intanto (si spera) cresca capendo cosa vuol dire vivere senza un padre e quali errori non commettere.
    Cambiando discorso ma senza dilungarmi volevo dire che mentre tu (non ho mai chiesto ma mi permetto ormai di darti del tu), Sandra, essendo una persona sincera serena affabile e positiva riesci a riportare fedelmente queste tue caratteristiche nei tuoi testi, io che sono anche una persona responsabile, paziente e “buona” non riesco a “raccontarmi”. Scrivo testi miei ma che mi rappresentano poco. Tu stessa mi chiedevi se è un’autobiografia. Alla fine sarà anche un pregio, forse perchè mi immergo troppo nel narratore, ma il lettore rimane confuso e arriva a farsi una idea sbagliata di me.
    Lo so che sembra banale ma non è la prima volta che accade. Sarà il mio modo di raccontare oppure è un problema che si può risolvere?
    Grazie per la tanta pazienza che ci vuole con me, ma so che qui ormai siamo come una “grande famiglia” per cui accetto sempre i vostri consigli.
    Un saluto Sandra.
    Raf

  5. Sì, caro Raf, io penso proprio che sia un pregio calarsi nel personaggio… e Tu lo sai fare molto bene.
    Ora, io ho detto che praticamente é un pezzettino che sono al Mondo, ma il “tu” é di regola nelle grandi famiglie come in questo sito.
    Io mi “racconto” o racconto situazioni parallele che mi girano intorno perchè l’ho sempre detto e ribadito che considero la penna un’arma bianca e per me è quasi una necessità oltre che un piacere. Qualche volta scrivo anche cose di fantasia ma credo che un pizzico di verità é sempre presente.
    La pazienza non é primaria con Te, caro Raf, é semplicemente un piacere scambiare opinioni che non sono mai polemiche ma molto costruttive e piacevoli.
    Alle nostre letture…
    Un saluto.
    Sandra

  6. Scusa, non ho poi risposto alla tua domanda: se riesci a calarti nel personaggio scambiandoti per il Lui in questione, credo che il “lavoro” sia al massimo.
    Sandra

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