L’altro punto di vista

Fanno presto a dire.
Parlano in lungo e in largo del loro Amore.
Intonano peana al loro sentimento unico e indescrivibile.
Si esaltano e si crogiolano in questa unicità fantasmagorica di percezione totalizzante e miracolosa.
E non si pongono domande.
Non si chiedono su cosa stanno marciando a passo di carica.
Ignorano il resto, concentrati sull’io.
Io amo.
Lui/lei mi ama.
Viviamo il noi e non ci preoccupiamo di nulla.
Questa è la nostra nuvoletta, la nostra isola ed il mondo deve starsene alla larga, chiuso là fuori.
Un’idea fantastica.
Quando si è reciprocamente soli, liberi.
Ma quando lui/lei ha una famiglia?
Moglie, figli, una vita normale?
Cosa diciamo?
Che il sentimento deve essere vissuto, che le emozioni devono essere provate, che la vita è una e niente deve andare perduto…
Facile ed ovvia considerazione, quando si è l’amante.
Ma quando si è il marito o la moglie?
Quando si appartiene alla categoria dei cornuti e si chiudono gli occhi sperando nel rinsavimento di quel traditore, figlio di puttana, maschio o femmina che sia, che si prende una vacanza sentimentale e continua a farsi lavare i metaforici calzini da te oppure a depauperare il portafoglio comune?
Come ci si sente in questo caso?
Una schifezza.
E non c’è una definizione migliore.
Il pensiero imperante è: l’amore è amore fin che dura, poi ognuno vada per la sua strada.
Sembra quasi la verità.
Ma in quale barzelletta???!!!
Ma in quale mondo reale?
In quello di pochi privilegiati che vivono all’ombra di patrimoni personali e familiari da nababbi e che, quindi, possono concedersi licenza dalla vita degli uomini normali?
O in quello di chi vive tirando il carrello della vita di tutti i giorni?
Mi infastidisce, e molto, questo pressappochismo imperante di chi vive la regola del “cambiare idea”.
Il problema non sta nella formazione religiosa degli individui, ma nella formazione del loro carattere.
Ben capisco che ognuno è libero di seguire scelte formative diverse, ma per quanto riguarda l’educazione ai sentimenti pare che stiamo veleggiando verso la terra di nessuno.
Nel senso di “con nessuna regola”.
Perché l’amore è un sentimento, libero come l’aria e dove cade, cade…
Ho letto perfino di ricerche che giustificano i tradimenti, perché donne e uomini si sentirebbero attratti da chi ha famiglia, in quanto costoro avrebbero il bollino blu della riuscita nella vita a due.
Già.
Ma se costoro poi tradiscono, che sicurezza potranno garantire?
Un’assurdità, mi pare.
Che mi lascia perplessa.
Perché se è vero che fiumi di inchiostro sono stati scritti sull’amore infelice e forse neanche un calamaio è stato sprecato sulla serietà e fedeltà e coerenza e rispetto dell’altro che ti ha affidato la sua vita e crede in te, è anche vero che chi è accoppiato, sposato, ha una sua sacralità.
E non dovrebbe trovare sulla sua strada altri che gli fanno lo sgambetto per farlo cadere nella trappola del tradimento. E nemmeno farsi lo sgambetto da solo.
Siamo tutti d’accordo, credo, che vivere è già una cosa difficile in sé, perché allora complicare la vita a chi colpa non ha se non quella di fare parte di una coppia e di credere in quel legame affettivo, legale e di responsabilità?
Leggo spesso liriche di poeti che si macerano nel loro amore malato, perché traditi, non corrisposti, perché custodi di segreti inconfessabili su amori proibiti e affidano, così, le loro poesie al web, diario segreto dei nostri tempi, confidando nell’anonimato, lasciando qua e là appena un piccolo indizio, stupiti, essi e per primi, da questi palpiti che non sanno se continuare a nascondere.
E si giustificano e si meravigliano per l’incomprensione altrui.

Io seguo la dottrina della frittata rivoltata.

Ma se fossi tu il tradito, se su di te gravasse l’onta del terzo incomodo tra i due piccioncini tubanti, se fossi tu quello che deve far finta di non sapere, di non vedere, di dover perdonare?
Tu, come ti sentiresti?
Ci si può innamorare di un altro/a.
Lo capisco.
Ma si deve capire anche quando la persona con cui viviamo sa e soffre.
Non esiste la vigliacca posizione del “sto con te, ma amo un’altra persona”.
E’ dei caratteri forti sapere da che parte si deve stare.
Soprattutto quando ci sono figli.

Io conosco un tizio che ha vissuto la doppia vita per anni, quella di padre e marito, spesso distratto e lontano, e quella di amante, focoso e presente là dove non avrebbe dovuto essere.
So anche che ha cercato di dare all’amante in agi ciò che non ha potuto darle in ufficialità.
Quando è a casa con la moglie ed i figli, l’amante gli telefona di continuo e gli manda messaggi, credo d’amore.
Addirittura vorrebbe presentarsi a casa di lui e alla famiglia per mettere moglie e figli davanti al fatto compiuto.
Ma quale fatto compiuto?
Che lui tradisce moglie e figli.
E allora?
Forse lo crede in grado di affrontare lo strazio economico di un divorzio, ma non è così, non è come sembra.
Sarebbe ugualmente affascinante un quasi – anziano, focoso e un po’ più squattrinato?
Se ciascuno sapesse stare al suo posto e fosse “compos sui”, padrone e responsabile di sé, molte “avventure” non avrebbero inizio.

Anch’io mi chiedo perché la moglie non prenda quel tizio a sberle e non gli fissi un appuntamento dallo psichiatra oppure perché non gli dia un bel calcio nel sedere, abbandonandolo al suo destino.
Quando glielo chiedo, mi risponde che lo fa per i figli, che si sente legata a lui nella buona e nella cattiva sorte, che spera che gli passi.
Eroica.

2 pensieri su “L’altro punto di vista”

  1. Cara Anna, tratti un argomento attuale eppur antichissimo.
    Credo che il “per sempre” vada sempre meno di moda, tuttavia, anche nei matrimoni non recenti, ma di antica data, la cosa ha preso campo.
    Penso che nella vita possa accadere di innamorarsi di un’altra persona pur avendo una famiglia con i figli, ma penso anche che forse qualcosa in quel matrimonio si era perso per strada, tuttavia, credo anche che la cosa di basilare importanza é la buona conoscenza di se stessi, di cosa si sta facendo e se davvero é ciò che si desidera veramente. E’ chiaro che si va incontro ad un danno, e al fallimento della propria vita, che almeno il “tradito/a” venisse pugnalato in pieno petto e non alle spalle, magari per anni, viaggiando su due binari paralleli.
    Personalmente spero tanto di poter concludere la mia vita, magari il più tardi possibile, con la persona che scelsi tanto tempo indietro, con la quale sono cresciuta, mi sono confrontata e su cui mi rivolgerei serenamente per qualsiasi problema.
    Una volta credevo che tutto questo appartenesse alla normalità, oggi credo invece di essere una privilegiata.
    Quanta sofferenza in nome dell’Amore, a me sembra una contraddizione.
    Un abbraccio a 5 stelle.
    Sandra

  2. Io dico sempre di non sapere se riuscirei a perdonare un tradimento anche perché sono già un po’ insicura di mio e quindi farei del male a me ed anche a lui con i tanti dubbi.
    Naturalmente non giudico chi ha forza di perdonare, perché come in tutte le altre cose anche il tradimento si dovrebbe vivere per sapere esattamente la reazione che anch’io avrei in quel momento: anche se spero di non viverlo mai.
    Complimenti Anna e naturalmente 5 stelle.

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