Come Thelma e Louise

I piaceri sono echi.

Le attrazioni folli e improvvise per un uomo sono la spia della nostra conoscenza.

Si rincorre l’impronta indelebile di un altro capitolo corrosivo, nell’esperienza erotica ed amorosa di un nuovo gioco d’Amore. Fatalmente interpretato da due donne, profondamente, incomprese. …Non so se è un’idea felice e romantica oppure macabra, ma io ho i brividi.

Da quando ho saputo del suo stato, mi sono rivoltolata nei ricordi.

Che ne è stato di noi due, in tutti questi anni?

Realtà da seguire, fatiche da sopportare, soldi da guadagnare, lacrime da nascondere, commedie da recitare e tombe vere, gelide, su cui portare fiori.

Non mi sono accorta di come il tempo sia passato così velocemente…

…Al suo studio si accede da una rampa stretta e polverosa.

E’ un grande spazio mansardato, soffuso in una luce opalescente.

Le opere sono sparse dappertutto, alle pareti e sui cavalletti rimediati con pertiche di legno, imbullonate con chiodi arrugginiti.

Sono entrata di soppiatto, la porta è aperta e di Lei nessuna traccia.

Allungo la zumata, cercando di focalizzare i dipinti, con enorme sforzo, a causa del riverbero sommesso.

Alcuni sono coperti da scampoli bianchi e malconci.

Mi avvicino, incuriosita da quelle sagome nivee e ne scosto un lembo.

Mi confronto con un maquillage di tinte brillanti e sconnesse.

Sollevo un altro lenzuolo rabberciato e avvisto un oceano di colori a macchie dilatate, con la forma di enormi pannocchie, articolate in pennellate plastiche e flessibili.

La mia mente le riconduce all’istante a grottesche caricature falliche d’effetto fluido, quasi duttile.

Allungo la mano e con i polpastrelli accarezzo il profilo ricurvo.

Sembra un gigantesco fiore esotico con un pistillo esagerato.

“Accidenti! Ha cambiato stile”. Il commento intimo mi sorge spontaneo.

Proseguo inseguendo col dito l’asta inarcata della geometria, composta da schizzi disgiunti.

“Arte ergonomica” mi squilla una voce impastata, dall’alto.

Cosa significhi non riesco a comprendere, ma ravviso il suo tono didattico, completamente inverso di sfumature al mio strano crescendo di turbamento ed apprensione.

“Sei proprio tu?”. Sembra sorpresa.

La scorgo in cima ad una scaletta scrostata, indaffarata con una tela gigantesca.

Dallo stereo parte a tutto volume il Principe:

“Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà…”.

Forse cerca di risalire all’enigma, verniciando come un’invasata.

Senza nemmeno guardarmi.

Con una mano sorregge il pennello e nell’altra il bicchiere di Whisky.

Il mozzicone di sigaretta appoggiato alla tavolozza.

“Che ci fai qui?” si volta all’improvviso nella mia direzione, traballando pericolosamente dal trespolo.

“Tra poco avrò finito, versati da bere e intanto dai un’occhiata in giro”.

Lei è sempre stata un’astrattista, sfoggiando con accenti e vibrazioni dinamiche e luminose, talvolta bioformiche, in campiture di colore e regni della materia.

Io sono tornata qui, con il mio bagaglio di chimere sempre stravaganti e complesse, ma in ogni caso diverse da quelle di allora.

Oggi, per miracolo, sono uscita dalla schermatura per rivederla.

La mia amica degli anni verdi, la compagna di mille avventure.

Nessun prodigio, semplicemente solo un rientro.

Nel tempo trascorso ho imparato ad agire visceralmente, per divenire più potente e integrata.

Sono qui a constatare l’errore, il fallo che ci ha interrotto, ed a rettificarlo.

Le voci corrono per le lande e non è difficile apprendere che questa cretina cromatica è caduta in un eccesso sregolato, intriso di ambiguità disgiuntive e affogato nell’alcool del suo Whisky.

Guardo i fiori secchi nel vaso, ma non chiedo niente, non ammetterebbe mai che sono morti.

“Che cazzo fumi adesso? Passamene una”. Come se non sapesse che fumo le Cartier Vendome da quando portavo le calzette corte.

“Sai, ancora ci penso, all’imbranato”.

…Sì, lo ricordavo nei nostri turbamenti da adolescenti, fuori delle cinta della scuola.

Ogni pretesto era buono per salire sulle spalle dell’altro e scavalcare il muro di confine, agili come delle gazzelle. Tagliavamo la corda in branco.

Io sgattaiolavo con loro e poi andavo in giro, a combinare danni ad oltranza.

Loro due invece, si appartavano in qualsiasi angolo sconosciuto, creando intrecci di braccia e di gambe, ondulazioni cangianti di chiome bionde e scure.

Le bocche vermiglie e avviluppate, gli occhi vellutati e birichini e quei pugni sciolti e colpi di reni, a creare un innesto vegeto e scalpitante.

Una gioventù scandita dalle sillabe dei nostri nomi. Lui, lei ed io da qualche parte.

Li rivedo camminare per il sentiero frusciante del parco delle Magnolie, dondolando le mani calde e avvinghiate.

Anche io c’ero quel giorno. Aspettavo altri amici, per scrivere una pagina diversa, forse più impegnata, promossa da ideali sublimi, accampati e tenaci nel mio cervello.

Mentre attendevo la mia sorte, li spiavo nascosta dietro la siepe, senza fiato. Avevo paura, respirando, che la magia svanisse e che la mia presenza, bislacca, spezzasse l’idillio.

“Non mi sono venute” Un sussurro.

“Sai che devo partire. Quando tornerò ci sposeremo”.

Disse con dolcezza, stringendola a sé.

Invece sparì per sempre.

Nessuno s’immaginava quello che poi sarebbe successo.

Degli anni che seguirono mi restano solo frammenti d’immagini, sospesi in questo mio perenne stato di grazia, come pennellate sfaccettate multicolori in un unico incalcolabile sfondo.

Dopo qualche tempo, anche Lei e’ partita, con i suoi album da disegno ed i tubetti di vernici.

Ed un unico pensiero, fisso. Un desiderio: rivederlo…

“Cosa mi racconti di nuovo?” Mi scuote dall’alambicco della memoria.

Io non so dirle niente, è successo tutto molto velocemente.

Mi porto ancora una foto di Lui nel portafoglio che ogni giorno, per un motivo o l’altro, mi passa tra le mani.

Vorrei poterle rivelare le mie vicende, ma so che sfiorerei l’ombra del ridicolo.

Infondo Lei conosce la mia razza melodrammatica e nello stesso tempo mi annovera tra le belve che si aggrappano ad ogni favola possibile, perché non conoscono le leggi e le regole del legittimo vivere.

La mia coscienza è fittizia e infondo, nessuno ha mai osato contraddirmi.

Tanto meno i pochi Amici.

Mi dichiarano Santa ed io a forza di sentirmelo dire, sono capace di crederci sul serio.

Il suo Amore tanto anelato aveva i peli del pube grigio ardesia e seppe persuadermi, con quel suo stato di rettitudine malandrina.

Quella notte mi guardava mentre mi spogliavo dell’abito più bello.

Avevo le mestruazioni e le mutandine macchiate di rosso.

Me le strappò di dosso e iniziò a leccarne la stoffa.

Io non ho rinunciato ed ho scelto d’impazzire.

Quale colpa? Nessuna.

Dopo qualche giorno, quando le campane suonarono per l’omelia del rosario, mi sono finta malata, perché la vita era più grande di quanto si potesse immaginare.

“Sono felice che sei tornata” me la sento alle spalle.

Le mie orbite si dirigono su di lei senza nessuna esitazione, s’innalzano per riscendervi con prudenza.

Fingo di smarrirmi nella serica criniera che ricade in spire sull’immensa fronte reclinata.

La tenera nuca rosa, dove lei vuole rifugiare se stessa, più dentro nello spazio dove si ergono le candide reminescenze, simili alla luce dell’aurora riflessa nei tumidi capezzoli sotto il grembiule.

L’opacità totale trapassa subito dal porpora al rosso e s’attenua in una bionda trasparenza.

Non voglio provare rimorso, altrimenti sarebbe un capitolo chiuso e dozzinale.

“Quanti anni sono passati”. Sorride.

Scorgo la sua medianica percezione, che ristabilisce la disparità tra queste laide tele e la perenne indulgenza.

Sorvolo con un diafano sguardo e la vedo fragile creatura, con la palma concava della mano femminea e le dita affusolate, aggrovigliate al pennello.

Immensamente pura.

L’esalato nascente dell’apparenza avvampa in un’atmosfera nuova.

I miei occhi si posano sulla sua ultima tela appena finita, in alto.

Un volto intenso di donna, con un lungo collo di cigno candido, le labbra rosse e polpose, gli occhi ricolmi di lampi antichi. I capelli fluenti, riccioli e rossi.

Mi riconosco.

Di nuovo, dopo tante opere, nella sua pittura vedo mancare completamente la disperazione.

Ogni macchia di colore appare felice, serena, distesa, come se avesse appena vissuto l’archetipo di una gioia vivificante, bruciata nell’altoforno catartico dell’espiazione.

La penombra l’ avvolge nei suoi globi luminosi con il tempo giusto per respirare il tiepido tepore raccolto nelle pareti ovattate della sua mostra.

“Hai la macchina, Rouge?”.

“Certo!” Esclamo cristallina.

….Il Principe esalta la scena: “All’alba Vincerò! Vincerò! Vincerò!…”

Ancora insieme.

Per sempre, adesso.

Come Thelma e Louise.

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