Zante e la Divina Canna

Redazione Dicembre 26th, 2006

Tanto tempo fa, in una notte buia e tempestosa… anzi tempestata di zanzare, in una taverna frequentata solo da scaricatori di porto oriundi molto educati, venne stuprata una povera cameriera. Nove mesi dopo, nacque un bambino molto bello e assai carino, almeno così si diceva prima che nascesse. Durante il parto, venne fuori prima la punta del naso e 12 giorni dopo il resto del corpo. La cameriera, neo-ragazza-madre, che si chiamava Giovannona Misura, famosa per una sua caratteristica fisica, diede il nome al neonaso… cioè, al neonato: Oliviero. Il bambino fu educato nell’ambiente più acculturato della sua città, presso la discarica abusiva della periferia nord. Fin da piccolo dimostrava la sua predisposizione all’eloquenza: riusciva già a tre mesi a bestemmiare come uno scaricatore di porto. Solo sua madre intuiva da dove provenisse tale dote.
Il piccolo Zante era sempre sui libri, o sulle guide telefoniche trovate nella discarica, saltando di qua e di là. Le pagine più belle se le conservava, per usarle come cartine per le canne. A tredici anni fu rinchiuso in una comunità di tossicodipendenti, nella quale conobbe una certa Leatrice, un travestito aborigeno-australiano che sapeva lanciare il boomerang con le dita dei piedi. E da quel giorno non capì niente più. Quando Zante uscì dalla comunità, venne arrestato per aver stuprato il mostro di Firenze. (Diceva che glielo aveva consigliato in sogno Leatrice). In carcere fece un casino bestiale mentre scolpiva con le unghia le pareti della sua cella scrivendo un’opera letteraria dedicata a Leatrice. Per questo fu rinchiuso in una cella speciale di 1 X 1 metri quadri, a tempo indeterminato.
Non sapendo quindi come passare tutto quel tempo, il giovane Zante decise di farsi una canna, ma gli erano rimasti solo quei 2 Kg di marjuana che teneva nascosti nel c… e decise di utilizzarli tutti in una volta. Ma forse esagerò, tanto che cominciò un lungo e stranissimo viaggio verso luoghi fantastici e sconosciuti. Attraversò prima l’Inferno, poi il Purgatorio, e infine l’harem del sultano del… ehm… il Paradiso. (Almeno questo disse lui). Si ritrovò a camminare per valli lunghe e buie, si trovò costretto a cibarsi solo di foglie di fico d’India, e a bere estratti di cicoria. Fin quando non incontrò un nano con lunghi capelli biondi che gli arrivavano fino al terreno, che si chiamava Virginio, e che disse che lo avrebbe accompagnato per il resto del suo viaggio. “Che culo!” affermò Zante, “Che culo!” affermò anche il nano, (successivamente, si capì poi il motivo di tale affermazione). Ma Zante non si fidava, grazie al suo grande naso, aveva anche un grande fiuto. Il nano aveva con sé un cappello, e ogni tanto lo buttava per terra, chiedendo a Zante se per favore si chinava a raccoglierlo, visto che lui soffriva di mal di schiena. Dopo un po’, anche Zante soffrì di mal di qualcos’altro… e non si chinò più a raccogliere il cappello del nano.
Il viaggio comunque continuava. Si passò per vari gironi, e tante volte rifecero e rifecero sempre lo stesso giro, girarono e rigirarono, senza mai andare avanti, e Zante che aveva un grande fiuto diceva a Virginio: “Ma che cazz di guida sei?”. E il nano, ormai stanco di fingere, rivelò: “In verità, non sono una guida, il mio nome è… ops mi è caduto il cappello, me lo prendi per favore?”.
E il viaggio comunque continuava. Giunsero in un posto, dove c’erano tantissime persone tristi, che si strappavano i capelli, e che guardavano deluse un povero cavallo smunto che correva da solo attorno ad un circuito. Ed egli capì che quello era il girone degli scommettitori incalliti. Passarono poi per un luogo dove delle persone dovevano frustarsi i genitali con dei rovi, erano tutti in fila, uno accanto all’altro, e ognuno frustava gli attributi dell’altro, e tutti avevano stranamente il braccio destro molto sviluppato rispetto a quello sinistro. Si capì successivamente che quello era il girone dei masturbatori. Più avanti trovarono un altro posto, dove delle persone erano nude e legate per le braccia a due alberi, e dietro di loro una fila interminabile di persone, di neri, di bestioni giganteschi, addirittura di tori e di elefanti, che approfittavano di loro, senza ritegno. Quella era la pena riservata per l’eternità agli stupratori. Stranamente in quel girone, il nano fuggì, e Zante continuò il suo viaggio da solo.
In un altro posto, c’era una piccola casa, dentro c’erano dieci persone tra maschi e femmine, tutte nude. Queste si atteggiavano, si picchiavano, si straziavano l’un l’altra, si scannavano, si graffiavano e guardavano sempre verso gli specchi, come per   cercare forse l’approvazione di qualcuno, che li avrebbe premiati eliminando dalla gara gli altri concorrenti. Solo che fuori dalla casa, non c’era assolutamente nessuno, non c’era anima viva, tranne una piccola lucertola che beveva una coca-cola stesa al sole. Zante non capì l’assurdità di quella situazione, e decise giustamente di cambiare canale… ehm… girone.
Ad un certo punto, mentre percorreva un viottolo buio e tempestoso… anzi tempestato di zanzare, sentì una voce che lo chiamava “Zante… Zante…”.
Lui si voltò da una parte e dall’altra, ma non vide nessuno in quel buio fitto. Fin quando non scorse un’ombra innanzi a sé. Si avvicinò e con suo grande stupore vide la sua amata Leatrice che si stava depilando con un rasoio tutto arrugginito.
“Oh Leatrice, e cosa ci fai tu qui?” e lei, “Mi sto depilando, non si vede?”. Nel frattempo sentiva sempre quella voce che lo chiamava “Zante… Zante…”.
“Mi fai un favore?” disse Leatrice. “Ma certo, mia cara, qualsiasi cosa”, “Mi è caduto il cappello, me lo prendi per favore?”. A quel punto Zante ebbe una leggera vertigine, non capì più nulla, sentiva sempre quella voce che lo chiamava, “Zante… Zante…” e all’improvviso si risvegliò nella sua cella 1 X 1 metri quadrati. Questa volta però, non era solo. Zante si stupì, nel ritrovare lì, insieme a lui nella cella, il suo caro amico Virginio, il nano biondo, che lo guardò sorridendo, e gli disse “Mi è caduto il cappello, me lo prendi per favore?”.



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