Dove sei stato

Lunedì

Posai il telecomando sullo sgabello di vimini e finalmente mi vestii.
Non ero mai arrivato alle cinque di pomeriggio col pigiama della notte prima.
Il guaio è che quel pigiama mi piace. Non solo perché Paperino mi è simpatico, ma anche perché ci sto comodo dentro.
L’importante è non passare mai davanti lo specchio e soprattutto non far caso alla tua immagine riflessa.
Carla non torna prima delle sei, pensai, ma è meglio non rischiare.
Spensi la tv almeno un’ora prima per non farla trovare calda.
Carla è diventata terribilmente furba da quando ha cominciato a sospettare qualcosa.
Devo pianificare tutto con meticolosa cura.
Non posso trascurare neppure il più piccolo particolare.
Spensi il computer e cancellai le tracce della mia navigazione in rete.
Indossai il completo marrone, quello con le righine sottili. Mi annodai la cravatta e lasciai sbattere la porta di casa dietro di me. La barba l’avevo fatta ieri ma siccome si è ingrigita non si nota il giorno dopo.
Avevo neanche un’ora per consumare quella stupida messinscena quotidiana.
Girai per la Tuscolana come un cane senza padrone.
Mi attardai nel traffico delle sei e arruffai un po’ i capelli. Poi parcheggiai dietro l’angolo e rincasai.
“ Ciao”.
“ Ciao”. disse Carla senza alzare gli occhi per guardarmi. “ Tutto bene?”
“ Il solito. E tu?”
“ Il solito”.
Ormai le nostre conversazioni erano di un ermetismo estremo, in cui ogni parola vibrava ridondante di tutti i verbi e le frasi pronunciate in una vita assieme. Di tutto il detto ne era rimasto ben poco e quei pochi suoni appagavano i nostri istinti comunicativi.
Andai al bagno. Lasciai scorrere l’acqua per non far sentire a Carla lo scrosciare lungo della mia urina nel water. Mi lavai le mani. Le asciugai.
In camera da letto riposi il vestito marrone, quello con le righine sottili, nel guardaroba. La cravatta la appoggiai sulla spalliera della sedia accanto al comodino. Indossai i jeans e la felpa con la zip.
“ Serve qualcosa per cena?” urlai da una stanza all’altra per sovrastare il rumore della centrifuga in cucina che frullava da un po’.
“ Se non sei stanco fai un salto al super e compra il latte per domani e qualche verdura”.
Io stanco? Figurarsi! Andai al supermercato come accadeva spesso le sere di ritorno dall’ufficio. “ Prendi pure i pelati!”
Sentii le parole di Carla al di là della porta. Come al solito le ultime cose venivano pronunciate quando ormai ero uscito. Io ci ero abituato e sostavo inconsciamente qualche secondo dietro l’uscio prima di chiamare l’ascensore in attesa dei suoi echi.
“ Il supermercato chiude. Si pregano i gentili clienti di terminare i propri acquisti e di avvicinarsi alle casse. Grazie”.
La solita voce misteriosa. Mi piaceva da morire. Aveva un fare così armonioso e una grazia nell’invitare a terminare gli acquisti che avrei comprato qualunque cosa, la più inutile, pur di avvicinarmi alle casse. Sapevo che a quell’ora ci sarebbe stata la voce.
Pagai contento. “ Carta o bancomat?” “Carta.” Firmai e tornai a casa.
“ Sei tornato?”
“ Si “.
Cazzo, se sono qui è ovvio che sono tornato! Lo pensavo sempre e non lo dicevo mai.
“ Ah, ok… “
Mangiammo in cucina, guardammo la tv.
“ Vado a letto, è stata una giornata pesante”, mentii.
“ Io finisco di guardare lo sceneggiato. Notte”
“ Notte”
Accesi la radio e mi addormentai con le sue parole vacue.

Martedì

Mi alzai inaspettatamente di buon umore.
Sentivo il rumore del phon in bagno. Carla era già pronta, io finsi di affrettarmi.
C’era un’aria frizzantina e il sole irradiava una luce strana, intensa ma non ancora calda. Un raggio filtrava tra le fessure della serranda e colpiva le chiavi sul comò facendole brillare come un’arma scintillante.
Quella luce tagliente mi incuriosì. Sentii la porta chiudersi e il ciao frettoloso di Carla. Mi affacciai e inspirai profondamente.
Mi feci la barba canticchiando. Mi stupii di me stesso. Detesto canticchiare in bagno. Dà un’idea di contentezza triste e falsa. Eppure canticchiavo. Sciacquai la faccia dal sapone, mi asciugai, indossai vestiti comodi. Lanciai il pigiama appallottolato dentro il guardaroba. Presi il caffé ormai freddo senza zucchero bevendolo direttamente dalla caffettiera. Pulii la bocca col dorso della mano e uscii di casa anch’io.
Misi in moto la macchina senza un’idea precisa di dove andare. L’importante era allontanarmi per carpire fuori dalla città ogni singolo raggio di quella luce intensa.
Puntai verso il mare.
Da quando non andavo più in ufficio cominciavo ad assaporare il gusto della libertà.
Scorrevano ai lati i capannoni e i mega-centri commerciali del raccordo anulare, gli svincoli dell’autostrada e le lunghe file di camion.
Poi, giunto sulla litoranea tornavano le abitazioni, basse, bianche, con le finestre chiuse e scrostate. Un odore di muffa e di salsedine si confondeva col profumo della terra e della polvere. Il mare era vicino. Ne sentivo quasi il rumore.
Mentre attraversavo il lungomare costeggiato da muri di tufo e mattoni scalcinati si susseguivano le povere case in fila una dopo l’altra. Ai bar ciondolavano gruppi di uomini dall’aspetto esotico intenti a discutere e giocare a carte. Ormai il mare era ingabbiato da blocchi di cemento e gli arenili irrimediabilmente divorati.
Alla mia destra sfilavano vecchi cancelli arrugginiti, saracinesche e supermercati.
Eppure, proseguendo oltre l’agglomerato, la strada riprendeva a tratti la sua bellezza aggressiva. Vidi gruppi di pini marittimi piegare le chiome inermi alle folate del vento di marzo e tratti di spiaggia e dune ricoperte di vegetazione bassa.
Un cartone azzurro accartocciato attraversò la strada piroettando allegramente. Si fermò tra i cespugli sulle dune finchè un altro alito freddo non lo innalzò in aria verso la spiaggia.
Per qualche chilometro la costa aveva ritrovato il suo aspetto selvaggio.
Accostai la macchina in uno slargo coperto di sabbia lisciata dal vento.
Scesi per ascoltare il rumore del mare.
Cercai gli occhiali da sole sul cruscotto.
Mi sistemai i capelli all’indietro e alzai il colletto del giaccone.
La spiaggia era illuminata in pieno dal sole e il vento freddo spianava le onde formando mille righe alternate ai riflessi di luce.
Calpestai bottiglie di plastica scolorite dall’acqua, canne secche, vegetazione raggruppata in sfere quasi perfette, vetri arrotondati dal logorio delle onde e gusci colorati di molluschi.
La sabbia scricchiolava sotto i miei passi.
Inspirai a pieni polmoni. L’aria era piena di goccioline di salsedine. Le sentivo sul viso. Lontano, quasi all’orizzonte si scorgevano le ultime case.
Mi voltai dal lato opposto per dimenticare la città.
Vidi una donna confusa dai raggi di sole.
Mi avvicinai a lei.
Avrà avuto l’età di mia figlia. Direi sulla trentina.
Aveva un aspetto ricercatamente trasandato. Portava un maglione chiaro a trecce troppo grande su un paio di jeans arrotolati fino ai polpacci e ai piedi un paio di scarpe da tennis di tela.
Da una spalla scoperta sbirciai la spallina celeste del reggiseno.
Era intenta a dipingere su una tela sorretta da un enorme cavalletto di legno.
Mi avvicinai per scrutare il dipinto.
Lei si girò. La punta di una ciocca di capelli color miele entrò nella bocca intenta a sorridere. La allontanò dalle labbra con un gesto semplice mentre mi guardava controluce strizzando gli occhi per il bagliore.
“ Salve” le dissi.
“ Salve!”
“ Bello!”
“ Grazie!” Mi sorrise stupita .
Proseguii lungo la spiaggia. Tornai indietro, raggiunsi la macchina pensando ogni tanto a lei.
Presi un tramezzino tonno e carciofini e una birra al primo bar. Era preconfezionato e sapeva di plastica. Mi affrettai a tornare prima di trovare il traffico del rientro.
Le nuvole veloci scurivano il cielo e poi lo liberavano così in fretta da far mutare il mio umore assieme all’alternarsi della luce.
Feci attenzione a pulire la sabbia dalle scarpe e dai pantaloni ed entrai a casa. Indossai in fretta il completo grigio fumo e riuscii subito. Rientrai dopo le sei con l’aria stanca di chi ha trascorso una giornata dietro la scrivania. Carla era a casa.
“ Ciao” le dissi.
“ Ciao. Tutto bene?”
“ Il solito”. Non le chiesi – e tu? – ma lei rispose subito “ Il solito anche per me.”
Accesi la televisione. Carla preparò qualcosa e mangiammo direttamente sul divano.
Andammo a letto insieme.
“ Notte”.
“ Notte”.
Pensai alla ragazza sulla spiaggia e mi addormentai con il rumore del mare nelle orecchie senza accendere la radio.

Mercoledì

Marzo, si sa, è un mese inaffidabile. Appena credi di esser fuori dall’inverno, lui irriverente come un folletto dispettoso ti spruzza addosso pioggia e fango.
Mi svegliò una goccia che scolava dalla grondaia.
Guardai Carla respirare gli ultimi sonni e usci in balcone. Si stava facendo giorno, ma il cielo grigio illuminato dai lampioni ancora accesi splendeva di un rosso tetro che non prometteva nulla di buono.
Rabbrividii e rientrai sfregandomi le mani. Aveva piovuto.
Sentii il bip – bip della sveglia di Carla.
“ Ti ho messo su il caffé!”.
“ Hmmm, ok” mugugnò grattandosi i capelli, e si alzò. Tornai a letto e mi addormentai di nuovo.
Pensai ancora a quella spiaggia e alla luce del giorno prima.
“ Non ti alzi? Io vado…” La voce di Carla mi risvegliò.
“ Entro più tardi, ciao!”
La risposta restò solo nei miei pensieri o si confuse con il rumore della porta di casa che si chiudeva. Ma non fa niente. Per quello che me ne importa…
Avevo voglia di tornare alla spiaggia ma la giornata cupa mi faceva titubare.
Titubai sotto il piumino.
Poi mi alzai di scatto, mi tolsi il pigiama saltellando verso il bagno con le gambe incastrate nei pantaloni arrotolati alle caviglie.
Sciacquai il viso, lavai sommariamente i denti, inumidii i capelli e mi liberai definitivamente del pigiama che lanciai direttamente nella cesta dei panni sporchi.
Paperino, irridente, mi guardava raggrinzito tra camicie, mutande e asciugamani. Mi separai dal pigiama chiudendo il coperchio della cesta, infilai i vestiti di ieri spiegazzati e uscii senza fare colazione.
L’ombrello!
Accidenti… rientrai, presi l’ombrello, quello piccolo, e corsi giù.
Una fila ininterrotta di camion e furgoni procedeva a passo d’uomo. Riconobbi il bar del tramezzino di plastica. Evitai di fare colazione e proseguii.
Non c’era il vento di ieri e non aveva ancora piovuto. Il cielo era grigio, l’aria ferma. Vidi i pini. Trovai lo spiazzo del giorno prima. Saltai giù e scrutai la spiaggia.
Cercavo lei.
Nessun segno di vita. Solo tre gabbiani a piluccare resti di ortaggi portati dalla risacca e un pesce morto gonfio come un otre.
Non accadde nulla. Non un alito di vento, né una nube passeggera. Non un colore diverso dal grigiore plumbeo che piano piano mi avvolgeva fino a soffocarmi.
Che stupido! Non sarei dovuto venire qui…
Guidai senza pensare. Mi chiusi in casa. Frugai nella cesta dei panni sporchi, pescai il pigiama di Paperino, misi le ciabatte e scongelai due sofficini.
Dormii tutto il pomeriggio. Si sentiva ancora l’odore dei sofficini che si erano bruciati. Aprii tutte le finestre mentre mi infilavo i pantaloni e la giacca blu. Mi annodai la cravatta in ascensore. Avevo poco tempo. Montai in macchina, feci tre volte il giro dell’isolato a passo d’uomo imbottigliato nel traffico di un giorno di pioggia e tornai in compagnia della solita menzogna.
Trovai Carla che si toglieva le scarpe e le lanciava verso la scarpiera.
“ Hai lasciato le finestre aperte. Che è successo?”
“ Ah… si?” Presi tempo.
Andai in cucina, misi in tasca la caffettiera piccola. “ Stamattina ho bruciato il manico della macchinetta del caffé, non si sente più la puzza?”
“ Accidenti, faceva il caffé buonissimo!”
Abboccato! Salvo!!! “ Ne compreremo un’altra” dissi.
Non trovammo più motivo per rivolgerci la parola nei successivi sessanta minuti, quando Carla, come accadeva a giorni alterni, si ricordò che era finito il latte: “ E’ finito il latte.”
“ Vado.”
Speravo di sentire la voce ma stavolta pensavo che avesse il volto di quella ragazza.
Era troppo presto. Mi attardai tra gli scaffali. Presi il latte. E anche un mestolo di plastica di cui non avevo assolutamente bisogno.
“Il supermercato chiude. Affrettarsi alle casse.”
La voce.
Ma era di un uomo. Non era la mia voce. Dove sarà? Perché non è lei? Cosa le sarà successo? Posai il mestolo in uno scaffale fuori posto e pagai con pochi spicci.
Aprii la porta di casa.
“ Sei tornato?”
“ Cazzo se sono qui è ovvio che sono tornato!” tuonai di scatto.
“ Ma che ti prende?” Non risposi.
Guardai il telegiornale sportivo.
Non mangiai molto. Avevo ancora sullo stomaco i sofficini carbonizzati.
Ci addormentammo sul divano mentre andava in onda la tribuna politica delle amministrative.
“ Vado a letto” disse Carla.
“ Anche io”
“Notte”… “Notte”.

Giovedì

Carla uscì alla solita ora.
Quando la porta di casa si chiuse io dormivo ancora.
Mi svegliai di soprassalto e mi precipitai in balcone per controllare il tempo.
A volte capita di piangere e ridere contemporaneamente.
Il sole di marzo si intravedeva dal balcone ma proprio sopra di me una nuvola gonfia di pioggia scaricava il suo tributo d’acqua.
Pensai che forse verso il mare non avrebbe piovuto.
Feci una bella doccia calda. Mi feci la barba ascoltando la rassegna stampa alla radio. Misi la cerata gialla da velista che mi sbatteva un po’ ma mi piaceva lo stesso e scesi giù. Ero molto giovanile! Facevo pena, per quanto ero giovanile.
L’ombrello!
Feci per risalire ma tornai indietro. Non lo prendo l’ombrello!
Ero stufo di passare le giornate in pigiama a guardare la tv.
C’era tutto un mondo là fuori, da esplorare ancora. Soprattutto c’era lei. Misteriosa e solitaria creatura della spiaggia.
Non sapevo nulla di quella donna. Ne’ il nome, ne’ chi fosse.
Solo un ricordo dolcissimo che mi tormentava.
Guidai contento. Il cielo di marzo piangeva e rideva.
Fermai i tergicristalli. Le gocce sul parabrezza si aprivano ed esplodevano salendo all’insù e scorrevano al contrario in mille rivoli. Poi il vetro si asciugò.
Dopo il raccordo anulare vidi l’arcobaleno.
Mi fermai prima di arrivare sulla litoranea e pisciai contro un palo di cemento. Mi bagnai i pantaloni con l’ultimo schizzo. Aprii il cassettino del cruscotto e cercai un fazzoletto di carta. Tamponai i pantaloni per asciugare quella macchia imbarazzante.
Mancava poco alla spiaggia.
Passai davanti al bar dei tramezzini di plastica e mi venne voglia di farci colazione. Fermai la macchina e scesi ma i pantaloni erano ancora un po’ bagnati. Mi vergognai e rientrai. Accesi l’aria condizionata al massimo del calore e ci poggiai la gamba sopra. Muovevo il lembo dei pantaloni con la gamba alzata sul cruscotto.
Un vecchio si fermò a guardare quelle manovre.
Misi in moto e partii immediatamente.
Riconobbi i pini. Ritrovai lo slargo insabbiato. Parcheggiai.
Ora il sole splendeva come quel giorno, e l’aria era tiepida senza neanche il vento freddo a ricordarti che non è ancora primavera.
Il mare era piatto e si vedevano le isole.
Sembrava non ci fosse nessuno.
Sentii il ronzio di un insetto vibrare a mezz’aria. Si fermò immobile vicino a me battendo le ali e poi si allontanò.
Mi voltai e la vidi.
Mi feci coraggio e mi avviai verso di lei, tenendo la giacca con un dito appoggiata sulla spalla come avevo visto fare tante volte al cinema.
Finsi stupore e indifferenza.
“ Salve! Di nuovo qui… Che sorpresona!!!” Falso! Ipocrita! Patetico! Maledettamente giovanile con quella giacca tenuta sulla spalla col dito.
Eppure lei mi sorrise sincera.
“ Non ha finito il quadro?”
“ No. C’è molto da fare ancora…”
Finsi di interessarmi. “ Ma c’è tutto. C’è il mare, c’è la spiaggia… E quello cos’è? Un gabbiano?”
“ C’è ancora da fare la cosa più importante. La luce.”
“ E come si fa la luce?”
“ Con i colori. La luce è un insieme di colori. Il difficile è diffondere l’esatta luce che colpisce l’anima.”
“ Deve essere complicato…”.
Lei non rispose. Restammo in silenzio per un po’. Scostò i capelli in dietro e scoprì il collo. Aveva una macchiolina blu vicino al mento e le dita un po’ sporche di colore.
Continuava a passare piccole pennellate sul colore già steso. Via via sempre più chiaro. Si voltò verso di me e sorrise soddisfatta. “ Vede come cambia la luce adesso?” E passò ancora qualche pennellata. “ Ma non è ancora quella che voglio io.” Parlava molto bene l’italiano ma aveva una pronuncia dura e un modo strano di arrotare la erre.
“ Non è italiana?” Chiesi impertinente.
“ No sono olandese. Di Utrecht.”
“ Olandese! Complimenti! … Cruiff, Wan Basten…”
“ Wan Gogh, Bosh, Bruegel, Rembrandt…” continuò ridendo.
“ Non le interessa il calcio?”
“ Preferisco la pittura.” Continuò ad impastare il colore e spargere luce sulla tela usando il pennello come una spatola. Ogni tanto si allontanava per osservare da lontano il suo dipinto.
“ Io invece non so proprio disegnare.”
Lei fece finta di non sentire, continuò a spargere luce ma poi prese a ridere e a mordicchiare la punta dei capelli.
“ Cosa c’è che la fa ridere tanto?”
“ Non lo so… Lei è così… buffo!”
“ Buffo?”
“ Si, buffo…” e rise ancora portandosi la mano sulla bocca. Nel fare quel gesto alzò il pennello e dipinse una striscia azzurra sulla mia faccia.
“ Oh, mi scusi! ” disse dispiaciuta e divertita.
“ Accidenti che stupida, dia qua che la pulisco.” Mise un dito in bocca e lo bagnò con la saliva. Poi lo strofinò sulla guancia su e giù per portar via il colore.
Sentii il contatto della sua pelle sulla mia e l’odore di trementina sulla mano. La presi con la mia e la strinsi contro la guancia.
I nostri occhi si incrociarono. Ci guardammo qualche secondo. Durò un istante. Poi lei si ritrasse con una smorfia imbarazzata.
“ Ecco fatto! Pulito! Mi scusi tanto.”
Le sorrisi. Lei smise di dipingere. “ Sono stanca”, disse, “ per oggi basta così.”
“ Ma come basta. Già va via?”
“ Basta di dipingere, non di stare qui!”. Strinse gli occhi e tante piccole rughe si stamparono agli angoli. ” Andiamo là, vicino a quel muro.” Si portò la mano sulla fronte per guardare oltre il sole. Mise a posto i colori e i pennelli in una cassetta di legno e chiuse il cavalletto con tutto il quadro sopra.
“ Dia a me che l’aiuto.”
“ No faccio da sola, sono abituata”.
Ci avviammo un po’ più giù lungo la spiaggia verso un muretto.
Le camminai accanto. Ero felice di starle vicino.
Poi lei mise un piede in mezzo a una canna e inciampò rovinosamente. Cadde a faccia avanti sulla sabbia e la sua cassetta si aprì rovesciando i colori in terra. Colori e canne secche, pennelli e plastica e conchiglie. E sabbia.
Rimase ferma a faccia in giù tra i tubetti colorati ed io scoppiai a ridere improvvisamente.
Mi chinai per raccogliere i colori.
Mi afferrò per le gambe, mi gettò in terra e mi baciò.
Restammo abbracciati a lungo sulla sabbia senza dire nulla. Lei mi stringeva forte, mi guardava e rideva. “ Sei, buffo, sei buffissimo!” e mi toccava il naso.
Io non rispondevo. Prendevo quegli abbracci come un risarcimento.
Andammo a sederci al muretto. Mangiammo il suo pane e marmellata.
Poi si fece tardi. Il pensiero di Carla che rientrava dall’ufficio mi fece ritornare nel mondo dei mortali.
“ Devo andare adesso… Ti ritrovo domani?”
“ Può darsi…”
Le diedi una carezza, lei mi sorrise.
Salii in macchina con la testa tra le nuvole e i capelli pieni di sabbia.
Non trovai tanto traffico e in meno di un’ora fui a casa.
Nascosi in fondo all’armadio i vestiti non del tutto puliti dalla sabbia e indossai il completo marrone, quello a righine.
Uscii di nuovo e vidi Carla che parcheggiava davanti casa.
Rientrai nel portone e scesi una rampa di scale nel seminterrato.
Restai fermo attaccato al muro. Attesi qualche minuto e salii a piedi.
Carla era di umore pessimo. Come al solito, pensai.
“ Sei tu?”
“ Si sono io. Tutto bene?”
“ Il solito. E tu? Novità?”
“ Il solito”, risposi pensieroso.
“ A che pensi? Ti vedo strano”.
“ Niente, perché?” E poi per sviare aggiunsi: “Cucino io stasera!”
“ Sei malato? Che ti prende?” Urlava da sotto la doccia come un ossesso.” Saranno diaci anni che non metti piede in cucina.”
“ Fidati donna!”
Scongelai degli ottimi sofficini e tre bastoncini di pesce. E sbucciai una pera.
Poi guardammo la tv. Io cercai su internet i pittori fiamminghi.
Carla passò vicino al computer sbirciando il sito di pittura.
“ Sei strano stasera. Vado a dormire” e filò a letto sospettosa ma assonnata.
“ Arrivo anche io, sto morendo dal sonno.”
“ Notte”.
“ Notte”.
Ma non dormii quasi per niente.

Venerdì

Carla non l’avevo neanche sentita uscire.
Trovai un biglietto in cucina. “ Si è rotto lo scaldabagno, vedi che puoi fare.”
Mi dovevo sbrigare. Allo scaldabagno non ci pensai per niente. Feci la barba con l’acqua fredda. Presi lo spazzolino e il dentifricio. Il tubo martoriato dalle dita di Carla era in fondo al cassettino, senza tappo, vuoto e sterile come una nonna. Spazzolai solo con l’acqua. Mandai indietro i capelli, mi vestii di corsa, un po’ meno giovanile, e uscii senza neanche guardare il tempo.
Presi un caffé al bar sotto casa.
Il tempo era incerto, nuvoloso ma non freddo. Impiegai più di un’ora per uscire dalla città. All’imbocco della litoranea erano quasi le undici. Il tempo migliorò notevolmente e anche il mio umore.
Ecco i pini. Parcheggiai al solito posto.
Scesi dalla macchina e guardai la spiaggia. Sentivo il boato delle onde gigantesche che si rincorrevano e morivano sulla riva. Lei era lì, al solito punto col cavalletto aperto e i sui colori in terra.
Era più bella di prima, col suo maglione rosa, i jeans scoloriti infilati in un paio di stivali di gomma verdi.
La aggirai e le baciai i capelli coprendole gli occhi con la mano.
Senza voltarsi mi disse: “ Ti stavo aspettando.” E mi serrò le mani.
Mi liberai della sua stretta e la guardai in volto. Lei sorrideva ma aveva uno sguardo malinconico. Non le chiesi il perché e le sorrisi anch’io.
“ Hai finito il quadro?”
“ Quasi” mi rispose scostando i capelli dalla bocca con il suo gesto consueto.
“ Ora la luce sembra quasi quella giusta” disse, e diede un’ultima pennellata.
Poi mi fece un grosso punto giallo sul naso e si mise a ridere. “ Sei buffo!… Sei proprio buffo!” Mi prese con le mani per le guance e poggiò le sue labbra sulle mie. Io la strinsi a me e mi lasciai baciare.
Quando ci separammo anche Veerle aveva un punto giallo sul naso.
“ Ho fame” disse, rimettendo i colori nella cassetta di legno. “ mi porti a mangiare”?
L’aiutai a smontare il cavalletto e lo misi in spalla, mentre ci avviavamo verso la macchina.
Veerle disse: “ A qualche chilometro c’è un ristorante sul mare, speriamo che sia aperto.”
C’erano poche persone.
“ Ci può apparecchiare fuori?”
“ Non avrete freddo ?” ci chiese una donna col grembiule.
Poi abbracciò direttamente un tavolo con tutto il coperto e lo portò sotto la veranda.
“ Ecco fatto. Porto un po’ di vino?” ci chiese guardando i nostri nasi sporchi di giallo. Ordinammo spaghetti alle vongole.
“ Di secondo prendete qualcosa?”
“ Cosa avete di pesce?”
“ Orata, spigola, rombo e fritto di calamari e gamberi”
Io presi l’orata, lei solo calamari.
Mangiammo in silenzio. Un silenzio profondo e dolcissimo.
Non pensavo assolutamente al fatto di non conoscere nulla di lei, di non avere l’età giusta per lei, che poi neanche sapevo quale fosse, ai silenzi ringhiosi di Carla, allo scaldabagno rotto, al lavoro. Semplicemente non mi ponevo domande. Vivevo quello che mi era capitato come un frutto maturo colto da un albero di un bel giardino.
Finimmo il secondo velocemente. Mi alzai e andai sulla spiaggia per guardare il mare.
Il cielo si era incupito. Le onde acquietate. Ora scorrevano lunghe e silenziose a bagnare sempre più in su la sabbia asciutta. Mi tolsi le scarpe e le calze, arrotolai i calzoni e sfidai la riga dell’acqua sulla battigia saltando indietro ad ogni ondata.
Mi voltai e Veerle era dietro a guardarmi divertita.
Su una tanica che galleggiava in mare si posò un grande uccello. Restò fermo. Poi d’improvviso si alzò in volo aprendo delle enormi ali.
“ Cos’era?” Disse Veerle.
“ Non lo so, forse un cormorano.”
Un boato squarciò il cielo. E una cascata di gocce ci colse d’improvviso. Vidi un fulmine disegnare una linea blu sul cielo e morire nel mare e poi un altro tuono fragoroso.
Corremmo a ripararci dentro una cabina aperta.
Il rumore dell’acqua che scosciava sul tetto di legno ci impediva di parlare.
Veerle mi abbracciò. Accostai la porta e mi persi in lei.
Ci rivestimmo che aveva spiovuto.
Tornammo al ristorante. Pagai in fretta e ci infilammo in macchina.
“ Devo proprio andare” le dissi, “ ti accompagno a casa.”
“ Ecco fermati qui, sono arrivata” mi disse ad occhi bassi. Mi baciò sul naso e sparì dietro un portone di alluminio anodizzato.
Era tardi, c’era traffico e cominciò a piovere sempre più forte.
Oramai Carla sarà arrivata.
Non ci pensai. Accesi la radio ed ascoltai un dibattito sulle amministrative. Cambiai stazione.
Musica.
Cambiai ancora. Un rosario, di nuovo musica, un dibattito dei radicali, una discussione sull’espulsione di Totti, musica, pubblicità della città del mobile. Spensi la radio e ascoltai il rumore dei tergicristalli.
Arrivai a casa tardissimo. Bagnato, vestito non certo come uno che torna dall’ufficio.
Carla era in cucina. Tagliava le zucchine alla julienne.
“ Dove sei stato?” mi disse senza guardarmi.
Non risposi.
Andai in bagno, mi tolsi i vestiti zuppi e sporchi di sabbia, mi misi sotto la doccia.
Aprii il getto e una pioggia gelida mi colpì le spalle. Balzai fuori, maledissi lo scaldabagno e mi asciugai. Vidi sul lavandino la bottiglietta delle gocce di Serenyl fuori dalla scatola.
Ahi- ahi… Brutto segno!
Misi dei vestiti puliti.
Poi uscii.
“ Vado al supermercato” dissi chiudendo la porta e attesi da dietro la replica di Carla.
“ Prendi il dentifricio!”
Lo sapevo già. Attesi ancora. “ E il latte.” Sapevo anche quello.
Era quasi l’ora di chiusura. Non dovetti attendere molto.
“ Il supermercato chiude. Si pregano i gentili clienti di terminare i propri acquisti e di avvicinarsi alle casse. Grazie”.
La voce!
Ormai per me la voce aveva il volto di Veerle.
Vedevo Veerle in tutte quante, il suo bel viso davanti a me.
Dove sei, chi sei? Quella voce mi aveva stregato.
Pagai confuso.
Andai a spasso ancora un’ora. Poi entrai, pronto a soddisfare la legittima curiosità di Carla. Aprii la porta. Un silenzio di tomba. Neanche il quiz alla tv. O il frullatore. O la sua voce concitata al telefono.
Era a letto. Assorta in un sonno profondo. In cucina un piatto di zucchine alla julienne e del prosciutto cotto. Lei aveva già mangiato.
Di solito se dorme alle nove ha preso dieci gocce di Serenyl. Se dorme poco dopo le otto, ne avrà prese almeno quindici.
Erano le otto e un quarto.
Scongelai il pane integrale ( lo odio!) al microonde e mi feci un panino con il prosciutto cotto. Le zucchine le buttai direttamente senza assaggiarle. Poi presi dal frigo il secchiello di gelato al cioccolato e affondai il cucchiaio pensando a Veerle.
Alla tv c’era l’anticipo di B. Sbadigliai. Accesi il computer. Lessi tutto il possibile sull’Olanda, su Utrecht, sui pittori fiamminghi. Ascoltai l’MP3 Explorations di Bill Evans col grande Scott La Faro al basso poco prima che morisse.
Andai a letto. Carla dormiva profondamente.
Accesi la radio.
La Pistoiese aveva vinto tre a uno col Foggia.

Sabato

Mi svegliai che Carla ancora dormiva. Quante gocce aveva preso?
Non mi posi nemmeno il problema meteorologico, uscii prima possibile.
Pioveva ancora. Piano piano. Ininterrottamente. In modo uggioso.
Poco traffico il sabato mattina sul raccordo. Feci benzina e colazione all’autogrill. Arrivai presto alla spiaggia.
Veerle naturalmente non c’era. Il quadro l’aveva finito, il tempo era pessimo, per quale motiva sarebbe dovuta essere lì?
Mi sedetti con l’ombrello aperto sul nostro muretto.
Attesi invano due ore. Pioveva sul mare scuro.
Decisi di andare a suonare a casa sua.
“Veerle? Si abita qui. Lei è per caso il tipo della spiaggia?”
“ Si sono io.”
“ Mi ha detto Veerle di farla salire.”
Mi aprì un ragazzo in canottiera con una folta capigliatura scura e un ciuffo d’altri tempi. “ Veerle è partita. E’ tornata in Olanda, ma mi ha lasciato questo per lei.” E mi dette la tela con il mare. Io rimasi fermo sulla porta anche quando si richiuse. Tenni il quadro con una mano e scesi a piedi.
Tornai a casa.
Carla si era alzata. Aveva una faccia da schifo.
“Dove sei stato?” Mi disse ancora.
Ma prima che cominciassi a parlare continuò: “ Tanto so tutto”
“ Cosa sai?”
“ Dell’ufficio e dell’esubero.”
“ Quale esubero?”
“ La cessione agli olandesi, la ristrutturazione del gruppo e la riduzione del personale. Credi non me ne fossi accorta? Ti conosco come le mie tasche, vecchio mio… Ho chiamato Paoletti e mi ha detto tutto, della cessione, dei colloqui, di come ti hanno trattato…” Mi guardò negli occhi. Io abbassai lo sguardo.
“ Dove sei stato tutti questi giorni?” disse ancora.
Mentii. Spudoratamente. Francamente. Decisamente.
“ A cercare un nuovo lavoro.”
Falso! Bugiardo! Meschino! Chi vuoi che dia un nuovo lavoro ad un cinquantasettenne in esubero? Dai, dille della spiaggia, dille della ragazza, parlale di Veerle, se hai coraggio. Sputa tutto se sei un uomo.
Non ebbi coraggio. Non sputai niente. Non la ferii di più.
Lei mi abbracciò e non disse nulla.
Io presi il pigiama di Paperino dallo stendino e lo indossai.
Riparai lo scaldabagno e scaricai la lavastoviglie.
Poi andai nello studio.
Cercai tra i dischi in vinile il cofanetto di Louis Armstrong .
Misi su Moon River e restai pensieroso ad ascoltare.
Carla venne nello studio, girò attorno alla sedia della scrivania.
“Dai, Topo Gigio, ce la faremo anche stavolta.” E mi passò una mano tra i capelli.
Non mi chiamava Topo Gigio da anni.
Andammo a letto insieme.
Facemmo l’amore.
Non lo facevamo dall’11 settebre.
Quello delle Torri Gemelle.
Andai in bagno. Pisciai a lungo e presi 8 gocce di Serenyl.
Spensi la luce, piansi un po’ e mi addormentai con le parole vacue della radio.

Domenica

La domenica mi riposai.
Pensai un po’ a Veerle, ma poi accesi la radio e ascoltai tutto il calcio minuto per minuto.
Mi ricordai del quadro.
Scesi in macchina e lo portai su.
Aprii il giornale mi sedetti e lessi le offerte di lavoro.
Poi mi alzai, detti un bacio a Carla e mi rimisi a dormire.

4 pensieri su “Dove sei stato”

  1. questo racconto mi è piaciuto non tanto, ma tantissimo! i ritmi di scrittura serrati mi piacciono da morire …. è poi alla fine che ti accorgi di quanto è bello il racconto… quando finalmente hai il tempo di pensare al significato di ciò che hai letto… ne hai scritti altri??

  2. ti ringrazio angela delle belle parole che hai avuto per questo racconto. Si ne ho scritti altri . G

  3. tra le tante sollecitazioni sensoriali, ho percepito una forte malinconia mista a nostalgia. Un racconto trascinante. Complimenti

  4. E’ bellissimo, bellissimo, bellissimo !!!!!
    Che ci fai qui Giacomo?
    Il tuo racconto è chilometri sopra quelli di tutti gli altri (e io sono fra gli altri, naturalmente).
    l’avevo letto tempo fa, ma non avevo avuto il tempo di commentare, ora l’ho ricercato (con fatica), riletto e mi è parso ancora più bello, costruito con attenzione, con maestria e con struggente dolore.
    Ora corro a vedere se ne hai scritti altri….
    Un bacio grande come quella spiaggia

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