Filomena

Filomena Montorio ieri ha compiuto 98 anni.
Ricacciatevi in bocca quel “beata lei” che avete perso al margine dei vostri pensieri superficiali e delle vostre labbra non serrate: Filomena Montorio da 78 anni non vive, non è “beata”, lei è morta a 20 e, ciò che è più strano, non lo ha mai saputo…
Era il 1926 e gli sforzi della ricostruzione non avevano mai toccato il paese di Ischiafrizzi, neanche la guerra era passata da qui, neanche la pubblicità dei vaporetti per l’altro mondo come suo padre chiamava il nuovo mondo, l’ammerica, con quel misto di disprezzo e paura proprio di chi in quegli anni stava in buona compagnia di fame e di noia.
Era bella Filomena, i suoi occhi erano neri e non potevano essere di colore diverso perché erano di calamita, erano calamita.
Era ricca Filomena, il pianoforte a coda nella sala grande era il metro di vero giudizio, altro che masserie, altro che trappeto per le olive. Era un ottimo partito Filomena.
Era giovane Filomena, saliva le scale di casa, quelle esterne, senza appoggiare la mano sulle ginocchia, come era ormai costretta a fare sua madre; 32 centimetri di dislivello per 24 gradini prima di arrivare all’uscio di una casa signorile. Signorile anche per quelli di Foggia o di Napoli; signorile solo all’interno, nell’aspetto esterno restava un semplice uscio, comprese le grigie macchie, leggermente ammuffite, delle mani mal date di calce che imbiancavano ogni due anni la scalinata, la facciata, la portella della stalla e, da quel giorno, la sua anima.
Un giorno, tutto cominciò in un solo giorno e durò 78 anni, 78 eternità di silenzi ma mai di rimorsi.
Maritarsi era l’unica attenzione che dai 16 anni le ragazze di Ischiafrizzi avevano, dovevano avere. Anche maritarsi aveva le sue leggi. Non erano consuetudini, no, erano leggi. Alle consuetudini si sarebbe potuto comunque trasgredire ma alle leggi no, a quelle non scritte poi era impossibile anche per una americana, anche per chi come lei sapeva leggere e scrivere, suonare il pianoforte, calamitare con gli occhi, ad ogni sua sortita per i vicoli che proteggevano abbracciando le facciate della sua casa, la totalità dei maschi da marito e dei vedovi, reali e potenziali.
Donna Vincenza era una signora, nel suo caso non si parlava neanche di rispetto, Donna Vincenza era il Rispetto in carne ed ossa, e per una di quelle leggi a cui abbiamo accennato, anche Filomena godeva di quel rispetto portato, da tutto il paese, alla madre.
Non sarebbe mai stato possibile per Rocco di Foce Marana rivolgersi direttamente a Donna Vincenza per chiedere la mano di una sua figlia, neanche ad una lontana cugina sarebbe stato possibile.
Rocco sapeva che nel chiedere la mano di una delle figlie di Donna Vincenza, un’altra legge avrebbe imposto alla madre di consegnare la primogenita o, nel caso di una primogenita già accasata, la prima in età ancora libera o, dopo i 25, zitella.
Ma era Filomena la primogenita, libera, bella, ricca, con gli occhi di calamita. E Rocco, come scheggia metallica di una bomba già esplosa due anni prima, in occasione del battesimo di uno dei figli di compare Eustachio, un compare comune ad entrambi, si reco conscio del passo che stava per fare.
Passo dopo passo, vico dopo vico, saluto a conoscenti dopo saluto a conoscenti andò verso la Chianca, verso il suo futuro da uomo, verso casa di Consiglia Predicato. La sensale. La sensale di matrimoni, non di oliveti.
“E’ ricca assai”, con quell’assai in fondo alla frase che ne rafforza in modo unico il concetto, fu la prima cosa che disse Consiglia Predicato. Che nome per una sensale, in nomine omen avrebbe detto Rocco se, almeno, avesse un po’ studiato come Filomena. Ma Rocco non era istruito, non sapeva suonare il piano ma il mandolino. Era molto bello e molto ricco Rocco, col baffetto a manubrio e più di trenta versure di oliveti e mandorleti, con un orologio d’oro, nonché svizzero, da taschino e tre ricche zie zitelle che da otto anni non avevano mai smesso le vesti nere del lutto e quindi, per il calendario di Ischiafrizzi, ormai vecchie.
Era anche innamorato Rocco, non so Filomena.
Ma quel giorno di fine giugno accaddero due fatti strani: i fichi di sangiovanni maturarono tardi, purtroppo dopo il 24, e Donna Vincenza infranse le leggi.
“Commare Consiglia ditelo a Rocco: gli do Rosaria”.
Rocco sposò Rosaria, lui non poteva infrangere le leggi come Donna Vincenza.
Filomena da quel giorno non uscì più di casa, non parlò mai più con la madre, neanche il giorno in cui Donna Vincenza morì d’infarto, una comoda morte per evitarle l’imbarazzo di un perdono o di uno sguardo troppo fiero e falso verso Filomena.
Un solo giorno Filomena uscì di casa. Doveva per forza recarsi all’anagrafe per un certificato, per la pensione.
Glielo stampò una “macchina da scrivere che scriveva da sola”.
“E’ la stampante del computer” disse l’impiegato, anticipando lo sguardo di domanda di Donna Filomena.
“Lo so. L’ho visto alla televisione” disse Filomena ripiegando delicatamente in due il certificato e infilandolo nella tasca interna della borsetta di vera pelle di capretto.
Filomena ieri ha compiuto 98 anni, ma è morta a 20, anche se la televisione non lo sa.

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