Il Monastero

Non saprei dire come né perché, ma improvvisamente sentii che ero pronta per andarla a trovare al convento.
Oggi si che ce l’avrei fatta. Nonostante il freddo. E quella pioggia battente.

 

La prima volta che decisi di visitare il monastero delle Suore Agostiniane in Via dei Santi Quattro fu l’estate scorsa, poco dopo ferragosto. Ero sola in città. Non avevo ancora ripreso a lavorare e Piero era in viaggio in Asia. Non amavo quel genere di viaggi, vagamente avventurosi e da tempo ormai lui si organizzava per conto suo. Io invece trovavo esaltante trascorrere qualche giorno a Roma da sola, proprio nel momento in cui la città era più vuota.
Sentivo un senso nostalgico di abbandono e al tempo stesso un’eccitante sensazione di libertà.
Scesi dalla metropolitana alla fermata Colosseo. Uscita dalla penombra della stazione, mi assalì una luce accecante e un’ondata di calore sul viso.
Intorno a Piazza del Colosseo i turisti attraversavano disordinatamente la strada e scendevano a gruppi dai pullman. Mi accorsi solo allora di quanti negozi di souvenir, ristoranti e bar più o meno caratteristici avessero preso il posto delle botteghe di una volta.
Mi nascondevo tra i visitatori di passaggio. I capelli biondi e gli occhi chiari accentuavano il mio aspetto forestriero. Mi mescolavo tra i turisti e con la loro stessa curiosità – e quanto timore! – mi avviavo verso Via dei Santi Quattro.
Presi un caffè in un languido bar all’angolo della piazza. Guardai le immagini del Papa nella vetrina del negozio accanto. Fui attirata dalle riproduzioni della lupa che allatta i gemelli e dal Colosseo in miniatura. Entrai, strinsi tra le mani quegli oggetti, li sfiorai con le dita, guardai al di sotto l’etichetta con il prezzo, rovesciai la palla di vetro con dentro il Colosseo e feci nevicare. Rimasi incantata ad osservare fintantochè tutti i fiocchi di neve fossero tornati sul fondo. Posai la palla di vetro e uscii.
All’angolo con Via dei Santi Quattro due camerieri apparecchiavano lentamente i tavoli dell’Osteria del Gladiatore. Lessi il menù esposto sulla strada e tirai avanti.
Ero agitata.
Non avevo mai avuto il coraggio di avvicinarmi al monastero in questi ultimi cinque anni.
Quella mattina mi sentivo pronta. Ero forte e determinata. Ti avrei cercata, chiamata, ti avrei parlato.
Avrei ancora pronunciato la parola mamma con la stessa confusione che mi generava ogniqualvolta la ripetevo?
Avevo messo il vestito a fiori di cotone che mi faceva sentire bene quando mi guardavo.
A dire il vero non mi guardavo spesso. Non dedicavo molto tempo a curare il mio aspetto. Non mi guardavo quasi mai. Sfuggivo la mia immagine riflessa. Mi sentivo a disagio davanti allo specchio. Non volevo ammettere il mio apparire troppo simile a papà nei lineamenti spigolosi. Stesso naso sottile. Stessi occhi chiari. Stessi zigomi pronunciati. Solo i capelli erano quelli di mamma, o di zia Nives.
Quella mattina di agosto ero decisa ad andare fino in fondo.
Guardai alla mia sinistra. Nella strada negozi di una volta, con le loro insegne desuete: “Salsamenteria” “Pane e pasta”. Nessuno usa più chiamare così il proprio negozio.
A destra un Hotel a due stelle. Chissà quanto costa una notte qui. Dall’aspetto non sembrava troppo caro. Avevo sempre avuto il desiderio di trascorrere una notte in albergo nella mia città. Così, senza motivo. Per il puro gusto di sentirmi in vacanza nella città più bella del mondo.
In realtà, se non per motivi di relazioni più o meno clandestine, nessun romano ha in genere la necessità di trascorrere una notte in un albergo turistico del centro storico.
Tanto meno io.
Guardai lo stesso dentro l’atrio, immaginando il portiere che mi porge la chiave di una stanza assolata senza aria condizionata.
Più avanti una saracinesca abbassata mostrava la scritta “passo carraio” e sopra, l’impronta sbiadita di quella che un tempo era l’insegna di un negozio. Si riusciva a leggere Pizzicheria, bottega e denominazione di un tempo che fu, che ha lasciato stinta la sua presenza sull’intonaco sbiadito.
Giunta all’angolo con Via dei Querceti la parte posteriore stondata e severa della Basilica dei Santi Quattro Coronati mi apparve in tutta la sua possenza. La costruzione medioevale coi suoi mattoni scuri e le finestre con le grate di metallo mi catapultarono di colpo in un altro luogo e altro tempo. Mi fermai a guardare quella roccaforte. I rumori della città si facevano via via più sfumati. La strada era ignorata dai turisti che si aggiravano invece nelle vie laterali più frequentate.
Sentivo le cicale sugli alberi del Colle Celio frinire in coro e poi tacere all’unisono improvvisamente, lasciandomi attonita in un silenzio innaturale. Chi comanda il ritmo del loro canto? Perché mai si fermano tutte assieme? E chi decide quando riprendere? Anche alla luce di questi interrogativi mai risolti ho sempre nutrito una forte antipatia per le cicale.
Percorsi a destra pochi metri di Via dei Querceti fino ai gradini di una scalinata che interrompeva la strada all’angolo con Via Capo d’Africa. Mi fermai sulle scale per osservare da sotto quelle mura antiche. Mi sedetti un istante. La testa mi ronzava. Avevo voglia di entrare in quel luogo magnetico ma al tempo stesso qualcosa mi respingeva. Il desiderio di proseguire era uguale alla volontà di tornare nel traffico di Piazza del Colosseo quasi che quell’oasi di pace facesse riaffiorare tutte le mie paure infinite di bimbetta spaventata.
Decisa a continuare, mi alzai e tornai indietro verso Via dei Santi Quattro. Un vecchio albero di fico tra mille difficoltà porgeva verso la via i suoi frutti asfittici quasi maturi. S’era fatto strada prepotente verso il sole crescendo su un lembo di terra sul muro di cinta del monastero. Osservai gli spazi tra le pietre antiche della parete, misi a fuoco le piante che vi crescevano. Non riuscivo a capire perché delle forme di vita si accanissero a resistere in luoghi così scomodi. Non era meglio crescere nel giardino adiacente al di là delle scalette su cui ero seduta prima?
L’urlo fastidioso di un’autoambulanza mi ridestò dai miei pensieri botanici. Pensai al carico di dolore che portava quell’automezzo, pensai alla persona malata dietro al vetro opaco con la croce rossa. Sarà cosciente? Avrà paura? Avrà dolore? Avevo sempre avuto paura del dolore, ma solo di quello fisico. Al dolore che portavo dentro da tempo ero abituata, come immunizzata. No, non avevo più paura di soffrire.
Pensai alle suore dietro alle grate. Non sapevo se anche loro coltivassero dolori segreti o ospitassero gioia infinita nel loro ostinato isolamento. Era una realtà sconosciuta che avevo sempre rifiutato di analizzare. Pensai a te, mamma – posso ancora chiamarti così?- chiusa in una costruzione fuori dal mondo mentre attorno a quel bastione la vita della città continuava convulsa, tra l’indifferenza dei suoi abitanti.
Tornai a percorrere Via dei Santi Quattro. Ora procedeva in salita. Scomparsi i negozi, proseguiva con un’architettura differente. Osservavo le imposte aperte degli ultimi edifici abitati.
Quanto mi piace guardare nelle case altrui attraverso le finestre! Cercavo lampi di vite diverse negli sguardi furtivi in quegli appartamenti. Pensai ai lunghi viaggi in treno quando la sera passavo vicino ai centri abitati affacciata al finestrino. Entravo e uscivo con lo sguardo in cento case, coi loro televisori accesi, coi panni stesi sotto i davanzali, con le luci che si spegnevano in una stanza e si accendevano in quella accanto. Non appena immaginavo una nuova vita venivo assorbita da quella dopo e quella dopo ancora fino a che il buio della notte nella campagna si portava via i miei pensieri.
A questo pensavo quella mattina di agosto della scorsa estate, mentre sbirciavo il soffitto a cassettoni nell’ultima finestra aperta lungo la salita.
L’edera pendeva elegante dal tetto del palazzo, circondando le persiane grigie un po’ scrostate, trascurate come una contessa anziana in decadenza.
Ora la strada saliva più stretta delimitata ai due lati da muri di cinta alti e scuri.
Mi fermai di colpo.
Sentivo il cuore alterare il suo ritmo naturale.
Il timore di varcare le soglie del monastero si trasformava lentamente ma inesorabilmente in panico. Sentivo tutto il calore della giornata di agosto scaldarmi le gote. Mi sentivo bruciare: la mia pelle diafana tradiva spesso l’emozione, assumendo una colorazione purpurea proprio nel momento in cui avrei voluto essere invisibile o comunque passare inosservata.
Provai a chiudere gli occhi per un attimo come facevo da piccola quando mi rimproveravi, pensando di nascondermi. Avrei voluto sparire.
Mi appoggiai al muro. Sentivo le asperità dei mattoni antichi graffiare la schiena attraverso il cotone sottile del mio vestito a fiori. Adesso quei fiori stridevano col nero cupo della mia mente.
Una volta aperti di nuovo gli occhi ripresi coraggio. Il cuore ora pulsava regolare. Sentivo il sangue fluire rumorosamente su per il collo e la testa e una sensazione di calore liquido sospeso tra mille timori si impossessò di me.
Presi nuovamente il controllo della situazione e con esso il coraggio per proseguire e varcare quella soglia.
Scese una passante e il rumore dei suoi tacchi riempì la strada.
Mi osservò sfuggente appoggiata al muro e continuò avanti.
Proseguii avvicinandomi all’ingresso del monastero seguendo il muro lungo la strada irta. Ecco, la strada gira e sale ancora. Io camminavo guardando i tetti dall’altra parte del muro. Tegole rosse e rami d’alberi. Alla mia destra si aprì un piccolo varco nel muro. Tre brevi rampe di scale portavano al piazzale d’ingresso, pochi metri più in alto. Giunsi in una piazza larga con quattro auto parcheggiate e l’ingresso dell’antica costruzione. Alzai gli occhi per osservare la torre quadrata diventata un campanile. Lessi il cartello con le indicazioni turistiche. Appresi di osservare il più antico campanile di Roma.
Sentii il rumore di una motocicletta devastare il silenzio di quel colle fuori dal mondo. Poi le campane. Improvvise e inattese. Quasi fuori luogo. Mi fermai appoggiata al cofano di una macchina ancora caldo. La testa riprendeva a ronzare mentre il sole scaldava i miei capelli sottili.
Detestavo i miei capelli. Da piccola erano così biondi da sembrare finti. Credevo che fossero quelli di una bambola. E poi così sottili da piombare dritti senza vezzo lungo il collo. Tentavo di raggrupparli in una coda collezionando ogni tipo di fermaglio che tenesse quelle sottili propaggini legate assieme.
Sentivo le campane.
Non ci avevo mai fatto caso in città. Mi trovavo a pochi passi dalla metropolitana e la sensazione era quella di sostare in una piazzetta di paese.
Due tipi diversi di campane per ritmo e tonalità si rincorrevano ai due lati della strada.
Esistono ancora a Roma campane che suonano?
Udii un tonfo sordo in lontananza.
Guardai il mio orologio da polso di plastica da ventinove euro: mezzogiorno in punto.
Il colpo di cannone a salve dal Gianicolo si ascoltava in lontananza ma abbastanza nitidamente.
Poi i rintocchi delle campane a contare le ore. Uno, due, dieci, dodici rintocchi risuonarono nella piazza.
Il cuore riprese a battere forte.
Anche tu, mamma, senti questi rintocchi là dentro? Un odore di erba e piante conosciuto saliva con la brezza leggera. Il profumo di quell’erba antica, lontana, ancestrale, colpì inaspettatamente i miei sensi più profondi. Mi portava di colpo nel giardino di casa dove giocavo, correvo e fantasticavo, mi nascondevo, esploravo e pensavo.
Il nostro giardino.
Il nostro giardino, mamma, dove sei cresciuta anche tu. Tra gli stessi vialetti gli stessi gradini e i medesimi alberi.
Guardai in alto il muro e le grate.
Pensai a te ancora sporca di sangue. Papà disteso in terra. Sentii le grida, e poi più nulla. Una fredda ostinata e lunga indifferenza.
Inspirai.
Deglutii.
Sospirai.
Scesi di corsa le scale, la via in discesa, passai per il palazzo con l’edera, i negozi, l’albergo a due stelle, il ristorante, il bar i mille negozi tra il passare convulso dei turisti. Mi infilai nella stazione della metropolitana.
Le porte del vagone si aprirono repentine con uno sbuffo. La galleria buia e profonda inghiottì d’un tratto in un sordo frastuono tutto il mio coraggio di quella giornata di agosto come un utero caldo ed accogliente e tornai indietro da dove ero venuta.

 

Il portone della cella si aprì con uno schianto e un lungo cigolio. Ti vidi attraverso la grata. Una goccia di pioggia imprigionata tra i capelli si sposò con la lacrima che indugiava sullo zigomo.
“Ciao mamma, oggi finalmente ti ho perdonata.”

 

2 pensieri su “Il Monastero”

  1. Trovo che il tuo scritto sia bello, ma forse si perde troppo in descrizioni che distraggono dal senso vero di quella che è l’anima del testo. Ho trovato che le ultime righe siano le più cariche di emozione. Mi piace comunque la storia che racconti. Grazie

  2. Accidenti no !!!!! Le “descrizioni” SONO l’attesa, la paura, il coraggio che arriva e che si perde, SONO il racconto. Quando siamo in ansia e pieni di adrenalina, siamo iper-ricettivi e notiamo particolari che altrimenti ci sfuggirebbero, le cicale, gli angoli delle strade, le antiche botteghe. Le ultime righe di un racconto sono SEMPRE le più cariche di pathos, perchè volutamente si cercano le parole più “pesanti” per una conclusione, ma il racconto sarebbe stato magnifico anche se si fosse concluso con la rinuncia all’incontro.
    Non è la conclusione di una storia che la fa più o meno bella, è come si svolge, come viene raccontata, come viene sentita e l’emozione che ci dà. Grazie Giacomo!

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