Amore senza fine

Alzò l’ennesimo bicchiere per brindare al suo compleanno.
Si girò, ma il suo sguardo non incontrò nessuno e si spense nel vuoto che lo circondava. Massimino si guardava intorno. Le pareti della cucina lo soffocavano. Tutti gli oggetti parlavano di lei. Istintivamente volse lo sguardo verso la porta, sperando che Simona spalancasse l’uscio all’improvviso e gli apparisse di fronte nel pieno della sua bellezza. La sigla del telegiornale lo riportò alla realtà. Un po’ brillo si alzò, spense la TV, si versò ancora un bicchiere di spumante che bevve tutto d’un fiato ed uscì. Scese le scale reggendosi al corrimano. Appena uscito dal portone tirò un respiro profondo, accese una sigaretta, alzò il bavero del cappotto e si incamminò verso la piazza principale. Era il percorso che faceva ogni domenica mattina insieme a lei. Arrivavano in piazza, si accomodavano al bar degli Artisti. D’estate all’esterno e d’inverno nelle sale ottocentesche del locale; ordinavano un aperitivo ed insieme ai loro amici programmavano la serata del giorno di festa. Quella sera evitò di fermarsi a quel bar, proseguì ancora avanti. Fin quasi al confine del paese. Entrò nell’ultimo locale prima dell’inizio della strada provinciale. Richiuse la porta dietro di sé ed avvicinandosi al bancone ordinò una sambuca e poi ancora un’altra. Quando si rese conto che i suoi movimenti erano lenti ed impacciati, lasciò i soldi sul bancone, accennò ad un saluto e se ne andò. Massimino non prese la strada di casa, girò a destra e si incamminò sulla strada provinciale. Dopo qualche centinaio di metri attraversò la strada e continuò a camminare. Attraversò il ponte sul fiume. Su questo lato della strada incrociava le auto che andavano verso il paese. Quando i fari delle vetture si avvicinavano Massimino si alzava ancora di più il bavero del cappotto, si fermava e si affacciava verso il fiume; quasi come per nascondersi e non correre il rischio di essere riconosciuto. Andò avanti ancora per due chilometri, poi girò a sinistra. Imboccò un vialetto non asfaltato. La ghiaia ed il silenzio amplificavano il rumore dei suoi passi: lenti ed affaticati. La luce della costruzione in fondo alla strada si ingrandiva sempre di più. Dopo pochi minuti si trovò davanti al cimitero. Era lì che sei mesi prima aveva accompagnato Simona. Era lì che si era spenta la sua voglia di vivere. Era lì che aveva visto il suo futuro cancellarsi all’improvviso. Come una frase scritta alla lavagna troncata dal gesto del maestro che cancella l’ultima parte della frase stessa.
Il cancello era chiuso, ma per Massimino non fu difficile scavalcare un muretto laterale e saltare in modo goffo sull’erba della siepe che costeggiava il muro di cinta del cimitero.
Si guardò intorno. Improvvisamente tutto l’alcool che aveva ingerito sembrava evaporato. Il freddo gli entrava fin dentro le ossa. Con aria non più molto sicura percorse i vialetti dirigendosi verso la tomba di Simona. Bambini, adolescenti, vecchi di ogni tempo riposavano l’uno vicino all’altro. Ciascuno aveva lasciato il vuoto a qualcuno – pensò tra sé – e pur se con difficoltà iniziò a guardare con più attenzione i volti delle foto e gli epitaffi che si nascondevano dietro ai fiori che ornavano quasi tutte le tombe.
Non tardò ad arrivare da Simona. Si fermò a circa un metro di distanza. “Ciao Simo” disse, e si inchinò verso la foto incorniciata sulla lapide bianca. Sfiorò la foto con le dita, una lacrima iniziò a scendere sul suo viso…
“Sono qui piccola. Non agitarti. Sono vicino a te… lo so non hai mai sopportato il freddo… ma non preoccuparti amore, ti riscaldo io”
Poi, con tono più fermo aggiunse “Sai Simo, Gianni e gli altri mi chiamano in continuazione, vorrebbero che uscissi con loro, anche Laura mi telefona ogni sera… pensa che oggi ho dovuto dire che partivo, che andavo dai miei… volevano venire tutti da noi per il mio compleanno.
Ma è possibile che non capiscono che sei partita per un po’?”
Sistemando il vaso con il fiori di campo continuò “…Cara …non sei mai stata via tanto tempo…” poi sistemandosi sull’altro ginocchio aggiunse “ho deciso; questa notte ti raggiungo io. E non dirmi di no perché questa volta non ti ascolto. Ho bisogno di starti vicino. Ho bisogno di te, del tuo amore per l’eternità”.
Dopo qualche istante Massimino si alzò, indietreggiò lentamente fissando la foto di Simona, si voltò e percorse i vialetti con passo più deciso. Uscì dal cimitero ripercorrendo la stessa strada. Si diresse verso il paese, verso il ponte sul fiume.
La sua immagine si allontanava, rimpicciolendosi sempre più. La luce sempre più chiara di un paio di fari si ingrandiva sullo schermo mentre i titoli di coda iniziavano a comparire dal basso.
La luce del cinema d’essai illuminò la sala. Il cortometraggio di Marco Gentilini chiudeva la rassegna dedicata agli autori emergenti sul tema “Amore senza fine”. Marco si guardò intorno. La sala andava svuotandosi. Si alzò. Uscì dal cinema senza cogliere neanche un commento. I suoi pensieri correvano lontano. Alzò il bavero del cappotto. Accese una sigaretta e si avviò verso casa. Ma a casa non l’aspettava più nessuno.

6 pensieri su “Amore senza fine”

  1. Una storia nella storia e la solitudine che diventa protagonista di entrambe, un film in bianco e nero i cui fotogrammi fissano il dolore che si fa consueta disperazione.

    5 stelle.
    anna

  2. Un bel pezzo. Fantasia e realtà, realtà e fantasia, mescolata ad immagini, ricordi, tutto parte di disperazione e grande solitudine.
    Componenti che fanno parte, spesso e per molti, della passerella di vita.
    Ciao.
    5s.
    sandra

  3. L’amore senza fine, l’amore che non muore neanche con la morte. Storie di vita e di grandi solitudini.
    Un bel racconto, complimenti e 5 stelle.

  4. Hai dipinto la tristezza della solitudine con tratti lucidi e commoventi.
    Complimenti
    marco

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