L’anello

Era notte fonda quando la incontrai in un corridoio. Faceva freddo. Si stringeva nella sua coperta. Guardai attraverso l’unica finestra il paesaggio desolato fatto di spazi vuoti. Fuori nevicava. Tutto in regola, almeno così volevo che sembrasse. Vidi il suo sguardo illuminato dai riflessi della notte buia. Mi sorrise. Era pallida, forse anche sotto peso. Abbozzai anch’io un sorriso.
“Da quanto tempo!” esclamò aprendo ancor più il suo sorriso. Pensavo avesse una voce tremante, visto le sue condizioni, ma mi sbagliavo.
“Già” non sapevo che altro dire. Guardai i miei piedi: ero scalzo.
“Che ci fai da queste parti?” mi chiese.
“Io… non lo so. A dire il vero, proprio non lo so.”
“Già” fu il suo turno. “Tutti noi ci troviamo in questo corridoio e non vogliamo ricordarci il perché.”
“Ti vedo un po’ pallida.”
“È la luce.”
“E anche un po’ sotto peso.”
“È la luce” replicò il robot.
“Capisco. Fa freddo, non trovi?”
“Sì. Perché non ci sediamo qui a terra? Ti passo la mia coperta.”
“Vorrei ma non posso.”
“Perché mai?” parve incuriosita.
“Beh…” iniziai a tentennare. In fin dei conti non sapevo perché mi trovassi in quell’orrido c-orrido-io. Poco m’importava, ormai c’ero.
“Beh… vedi…” tentennavo ancora. Dovevo farmi forza, cercare coraggio nel mio pensiero, trovare energie che non credevo di possedere.
“Va bene. Sto anche tremando dal freddo” risi come una bestia priva di denti.
Ci sedemmo proprio sotto la finestra, sotto l’unica finestra che illuminava quell’angolo remoto di mondo. Un corridoio che non aveva né inizio né fine, solo due persone che riempivano il nulla.
“Tieni” mi passò la coperta, poi si avvicinò alla mia spalla e la sistemò in modo che potessimo sopportare quel freddo. Eravamo spalla a spalla. Troppo vicini, pensai.
Fu allora che mi prese la mano. La guardò e infine chiese: “Da quanto tempo?”
Guardai l’anello al mio dito mentre lei toglieva la sua mano dalla mia. Lo fissai per qualche secondo di troppo. Mi passai la faccia tra le mani. Sembravo un disperato. Lo sono ancora oggi.
“Io… io… proprio non ricordo” dissi. Gli occhi mi s’inumidivano.
“Non preoccuparti, ci sono io qui” così disse e mi accarezzò il volto.
“Già, ora ci sei, ma dopo? Che ne sarà di te? E di me? Credi che restare qui serva a qualcosa?” Erano le parole di un folle, di chi ha perso casa e vaga nel bosco alla ricerca di una capanna.
Mi sorrise ancora una volta e mi baciò su una guancia.
“Credi che serva a qualcosa tutto questo?” le chiesi preoccupato.
“Sì.”
Fui colpito da quella risposta. Ero seduto in un corridoio con una donna per la quale provavo qualcosa un tempo e che per anni avevo fatto di tutto per dimenticarla. Ero lì con lei senza ricordare il perché. Chiusi gli occhi, pensai che fosse l’unica cosa da fare. Inizia a pensare, cercavo di ricordare, dove, come e quando fosse accaduto… cosa? Cosa doveva esser accaduto? Un incidente? Ero forse in coma? No, un classico, troppo semplice. Cercavo di ricordare invano l’ultima cosa che avessi fatto prima di trovarmi in quel buco. Niente, la mia memoria era falsata, andata, rovinata. I miei pensieri perdevano significato ogni qualvolta tentavo di parlare. Frasi sconnesse, ricordi inventati, un immaginario infinito, proprio come quel corridoio. Che cosa fosse successo non potevo di certo capirlo in quel modo. Fu lei che, prendendo ancora una volta la mia mano e guardando il mio anello, mi fece ammettere quello che non avrei mai ammesso.
“Da quanto tempo?” domandò con insistenza ancora una volta.
“Vorrei poterti dire che è una fede.”
“Non tutti gli anelli indicano un matrimonio.”
“Sul serio? E cosa credi sia questo?”
Lei prese la mano e sfilò l’anello dal mio dito indice.
“È forse questo oro? È forse questo il tuo dito anulare?”
“No” era l’unica cosa da dire, accettare la verità per quello che era. Il mio dito guida fasciato da un legame col passato. Un marchio che mi segnava, eppure la dimenticanza era sempre forte. Cercavo, tentavo, provavo, ma niente da fare, il vuoto era dentro di me.
“Cosa rappresenta questo per te? Chi te l’ha dato?”
“Credi che qualcuno me lo abbia regalato?”
“Tu cosa credi?”
“Io non so niente, lo vuoi capire?” sbruffai nella notte.
L’anello. Il ricordo di un passato che mi braccava come se fossi una preda.
Lei prese l’anello e si alzò. Si avvicinò alla finestra e con quei pochi raggi di luce cercò di capire cosa ci fosse scritto dentro.
“Fatto da… per… ehi, in entrambi c’è il tuo nome.”
“Questo significa che mi sono fabbricato un anello da solo?”
“Da solo e per te. Lo trovi buffo?” disse ridendo. Era bellissima. Vedendola pensai che la Luna le accarezzava il volto e tutto quelle cagate poetiche che si potevano usare in quell’occasione. In fin dei conti non sono mai stata una persona romantica. Tornai di prepotenza sul pensiero di quell’anello. Lo avevo fatto io, lo avevo fatto per me.
“Cosa vuol dire questo?” le chiesi.
Tornò a sedersi accanto a me. Si sistemò sotto la coperta e prese la mia mano. Mi guardò dritto negli occhi per qualche secondo. Provai una strana sensazione, sembravo un pezzo di ghiaccio che si stava per sciogliere. Il cuore palpitava forte, avevo paura che mi potesse scoppiare. Con un gesto rapido legò il passato al mio indice. Poggiò la sua testa contro la mia spalla e disse: “Chi te l’ha tolto questo anello?”
“Tu. Che razza di domanda è questa?”
“La trovi strana? Divertente?”
“Assurda, è il termine più adatto.”
Alzò la testa per guardarmi negli occhi. Il cuore batteva sempre più forte. Ridacchiai cercando di rompere quella tensione, lei mi rispose ancora una volta con quel suo sorriso gentile.
“Sai tutto, vero?”
“Sì” sogghignai. “Ma l’ho capito solo prima.”
“Capito? Hai ragione, è proprio la parola giusta. Peccato che non ti creda.”
“Perché?”
“Guarda la tua mano, sei ancora legato a qualcosa.”
Il mio anello stringeva ancora il dito. Un cerchio d’argento illuminato dalla notte affogava il mio cammino. Il censore sbarrava i miei passi. Povero me, pensai.
Lei prese la mia mano marchiata e la strinse tra le sue. Accennò un sorriso, ma non serviva.
“Mi spiace” le dissi. Era tutto quello che potevo dire.
“Evitalo, evita di colpevolizzarti per questioni che non sono di tua competenza. Non è sempre colpa tua, forse non lo è mai. Perché punirti per un male che non hai commesso? Addirittura per qualcosa che nemmeno conosci. Smettila, smettila!”
Fissai le sue mani. Una lacrima bagnò il mio viso. Mi sentivo inutile, vuoto, privo di alcun scopo. Vai e cercalo! Sembrava urlarmi una parte di me. Vai, fai, osa, continuava. Sembrava essere troppo per me, tutte quelle parole, tutte quelle urla. Troppe cose tutte insieme. Avvertii un forte senso d’angoscia crescere in me. Alzai la testa e incrociai il suo sguardo diviso solo da una ciocca di capelli. Con la mano libera glielo spostai dietro un orecchio. Sentivo il cuore esplodermi nel petto. Mi avvicinai sempre più a lei guardandola fisso negli occhi. Le mie labbra erano sempre più prossime alle sue. Mi accorsi che stavo per baciarla… ma ogni sonno ha il suo risveglio. Ero nella mia stanza, nel mio letto che piangevo. Lacrime versate per quale motivo? Per gioia o per tristezza? Provai a chiudere gli occhi cercando di inseguire quel sogno che ormai era svanito, svanito con me insieme a queste parole.

3 pensieri su “L’anello”

  1. Ciao, leggo sempre molto volentieri i tuoi testi. Appartengono all’angoscia, al surreale, ad una parte della mente meno esplorata, eppure mi affascinano, perché anche una parte di me é così.
    A leggerti presto e
    5s.
    Sandra

  2. Ciao,
    ti avevo lasciato un commento sotto il tuo “Anxius” qualche tempo fa.
    Mi fa piacere tu abbia pubblicato di nuovo, mi piace il tuo stile.
    Bel racconto,
    Saluti.
    A.

  3. Ahhh, ho visto solo ora. Colpa mia! Ti contatto in questi giorni 😉

    Un ringraziamento speciale anche a Sandra 🙂

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