Damnatio memoriae *

*La locuzione latina “damnatio memoriae”  indica un tipo di condanna in uso in Roma e nelle società antiche consistente nell’eliminazione di tutte le memorie e i ricordi destinati ai posteri. Era una pena esemplare impartita ai nemici dello stato e particolarmente odiati. Un muro alzato contro il ricordo, un modo per dimenticare e farla finita per sempre con i personaggi scomodi

Caracalla, per esempio, condannò suo fratello Geta ad essere cancellato dal medaglione di pietra che lo ritraeva con i familiari.

*** 

La donna non se ne ricordava quasi più.
Perché le immagini erano sepolte nelle pieghe del vivere.
Credeva di non aver più pensato a lui dopo quel dolore grande che le aveva dato, scomparendo dalla sua vita, così, all’improvviso, senza motivo, senza spiegare.
La accompagnava negli anni solo il disprezzo profondo e talvolta la domanda che si faceva su quale importanza avesse avuto nella sua esistenza una persona che diceva di volerle bene e poi se ne era andata, lasciandola alla vita di tutti i giorni, normale, senza scosse, senza le splendide ed impreviste novità che caratterizzavano il PRIMA.
Prima che tutto cominciasse a succedere.

“A chi vuoi più bene?”
“A tutti!!!”, rispondeva la bambina ridendo.
“Ma a chi vuoi più bene? Alla mamma, al papà, alla nonna o allo zio?”
La bimbetta sentiva che era un imbroglio e non voleva scontentare nessuno.
“Ma a tutti!!!”, strillava allegra.
Insistevano, passandosela tra le braccia  baciando le guance cicciotte, e le chiedevano:
“Allora fai vedere quanto vuoi bene alla mamma? …e al papà? … e alla nonna? … e allo zio?”
E la bimba allargava le braccine, ma, senza che nessuno lo notasse, le allargava un po’ di più per lo zio, perché i bambini sanno riconoscere i legami sotterranei dell’amore gratuito ed amano in modo esclusivo, anche senza dirlo, quasi rispondendo ad affinità che apparentemente non hanno spiegazioni e superano ogni giustificazione.

La bambina aveva il morbillo e la febbre alta.
I suoi genitori se ne stavano silenziosi, seduti in fondo al letto nella stanza buia illuminata solo dalla luce del corridoio.
Si tenevano per mano e aspettavano che col passare delle ore la febbre scendesse, come aveva detto il medico.
Ad un tratto suonava il campanello di casa, era lo zio con una bambola dai capelli ramati ed un vestitino azzurro e gli occhi blu che si aprivano e si chiudevano come quando hai sonno e tutto ti stanca.
Poi lo zio le accarezzava la fronte con la sua mano che sapeva di freddo e di sigaretta.
Lei si stringeva alla bambola, chiudeva gli occhi e non ricordava più niente.

Era la settimana di Carnevale.

Luisella doveva recitare nello spettacolino di classe che la sua Maestra aveva organizzato.
Doveva imparare a memoria la parte dell’anno vecchio che se ne va ed ha ormai mille motivi per farlo, anche perché quello nuovo incalza e non c’è più tempo per indugiare.
Ma la ragazzina non aveva alcuna voglia di recitare davanti a tutti: troppo timida per affrontare una platea.  La mamma e il papà non desideravano affatto far la figura di quelli che non si occupavano della loro figlia e non sapevano più cosa dirle per incoraggiarla. Quella domenica a mezzogiorno, a tavola, tra una forchettata e l’altra di tagliatelle fatte in casa col sugo rosso di carne, raccontavano la faccenda allo zio, ospite abituale, che dopo aver ascoltato guardò Luisella negli occhi e le disse brusco:
“Se devi farlo, fallo. Cosa credi? Che tutti facciamo sempre e solo quello che ci piace? Fa’ contenti la mamma e il papà, studiati la parte e fa’ la recita”.
“Ma io mi vergogno… Tutti mi guardano!… E se mi impappino?”
“Ma va’. Sei intelligente, brava e carina. Farai la tua figura. Ti do anche un consiglio: concentrati su quello che devi dire, tira un respiro profondo, stringi i pugni e comincia. Tutto ti verrà naturale”.
La cosa si rivelò meno difficile di quel che sembrava.

Luisella, rincuorata, superò la prova e scoprì che le recite scolastiche erano divertenti.

La ragazzina e sua madre avevano un rapporto affettivo altalenante.
Aveva quattordici anni ed era per la prima volta innamorata. Si sentiva cresciuta.
Sua madre, invece, scoraggiava ogni frivolezza e distrazione. Le sue parole abituali erano: “Quando sarai più grande… Hai studiato? …Come è andata la scuola oggi?”
A chi raccontare del cuore che batteva più forte quando incontrava il suo amore e delle chiacchiere che si scambiavano nel tragitto che facevano insieme da casa a scuola?
Come spiegare che non voleva più vestiti da bambina, ma scarpe coi tacchi, gonne strette, abiti da signorina?
Solo lo zio poteva capirla.
Era un sarto di fama, un uomo brillante con una clientela selezionata che lo apprezzava per le sue capacità e per la sua professionalità.
Fu lui che, prevenendo ogni desiderio, le regalò la prima dozzina di calze di nylon e quel magnifico tailleur blu che la catapultarono nel mondo delle ragazze eleganti e alla moda.

Le lunghe telefonate.

Le conversazioni infinite dopocena tra la mamma ed il papà che sembrava sempre preoccupato e seccato.

Lo zio veniva a pranzo sempre più raramente alla domenica.

C’era una tizia che si era presentata a prendere il tè con la mamma, senza essere stata invitata e la mamma quando alla sera ne parlava con papà si mostrava contrariata, perché la tizia si era portata appresso il cane e la mamma detestava i cani.

Gli anni passavano e il medico era stato chiaro: lo zio doveva dare addio alle sue sigarette. Voleva forse morire d’infarto come il nonno?

Il papà e lo zio avevano discusso tutto il pomeriggio.
Era una questione di onorabilità familiare.
C’era stata una litigata furibonda, aveva detto papà, e quello stupido, alla sua età, non aveva voluto sentire ragioni.
Se quella era la sua scelta, sua figlia non doveva più frequentare quella casa e lo aveva detto chiaramente a suo fratello.
La mamma taceva, approvava e disapprovava.
In casa soffiava vento gelido.

Luisella traduceva Cicerone, studiava filosofia, amava l’arte e si perdeva dentro sguardo azzurro di Maurizio, perfetto esemplare di giovane maschio adulto, ricco di promesse.

Col passare del tempo dello zio in casa non parlarono più.
La sua vita e le sue scelte erano sue.
Perché parlare di uno che aveva perso la testa per una donna sposata, separata, sfasciafamiglie e neanche bella?
Si poteva vivere anche senza di lui, tanto più che la mamma aveva deciso: niente pastasciutta la domenica a mezzogiorno, perché ingrassava e, in fondo, non piaceva a nessuno.

Un giorno di novembre lo zio morì d’infarto. Troppe sigarette.
C’era stato il funerale.
Basta: era uscito dalla loro vita. Finalmente.
Luisella non ne aveva sofferto.
Aveva smesso di farlo quel giorno in cui aveva capito che a lei e a tutti loro aveva preferito quella tizia là ed il suo cane. Che se li tenesse tutti e due! e dopo aver pianto disperatamente per un pomeriggio intero non ne aveva più voluto sentire parlare: usciva dalla stanza se si parlava di lui, perché per lei era finita e per sempre.

La donna faceva parte di un gruppo di signore amanti dell’arte che approfittavano delle manifestazioni artistiche per incontrare i Grandi che hanno scritto le pagine della storia culturale.
Erano amiche che si conoscevano da molto tempo e le divertiva lo stare insieme.
In pieno accordo sceglievano le mete e trascorrevano ore piacevoli al seguito di una guida qualificata che illustrava all’uditorio attento il senso delle opere che stavano ammirando.
La scadenza degli incontri era mensile e non sempre dedicavano il loro tempo a mostre personali,
talvolta visitavano case – museo che nei secoli hanno assunto significato e che raccolgono i tesori che giustificano la visita.
Approfittando degli ultimi giorni di fine estate, avevano deciso di visitare Villa Carlotta, perla del Lago di Como, meta internazionale di turisti provenienti da tutti gli angoli del mondo che visitano i giardini e la dimora, testimonianza dell’arte neoclassica, del mecenatismo  e della genialità italiana.
La donna riteneva di esserci stata forse da bambina, ma non ricordava quando e non, almeno, nella programmazione di gite scolastiche o di piacere che nel corso degli anni, pure, avevano visto Como e il lago come sfondo a molte occasioni di escursioni e di vacanze, perché spesso capita che i luoghi insigni più vicini a casa siano i più sottovalutati come mete culturali, quasi che ci fosse sempre il tempo, l’occasione, il momento per soddisfare la curiosità per cui si preferiscono  mete più lontane.

Eppure ricordava l’arrivo dal lago, l’ingresso nel giardino all’italiana, la salita fino alle limonaie laterali.
Forse confondeva i ricordi.
Forse ricordava qualche documentario.
Eppure quella era l’entrata nel vestibolo e quindi nella grande sala azzurra con il fregio dei marmi che riproduce il trionfo di Alessandro Magno sui Persiani.

La donna seguiva attentamente le spiegazioni della Guida quando, passando con il gruppo delle  amiche nella sala successiva, si ritrovò davanti al  gruppo marmoreo di  Amore e Psiche, splendida copia dell’originale del Canova che si conserva all’Ermitage.

I frammenti si ricomposero ed in un solo attimo ricordò tutto.

Aveva forse dieci anni.
Lo zio le trattava da signorinette.
Erano le sue nipotine.
Non aveva figli suoi.
Non ne avrebbe mai avuti.
Ma aveva quel trio di ragazzine, all’incirca tutte della stessa età: Silvana, Daniela e lei, Luisella.
Tre smorfiose affiatatissime che portava a spasso la domenica quando i loro genitori avevano altro da fare.
Era un uomo che amava l’arte in tutte le sue manifestazioni: la musica, la pittura, la scultura, il cinema e il teatro.
Faceva volentieri loro da babysitter e le accompagnava al cinema o al circo, quando erano più piccole e a teatro e alle mostre, quando erano cresciute.
Era con lui che erano andate a Genova per la prima volta sipate nella sua fiammeggiante Topolino e poi a Verona per vedere la casa di Romeo e Giulietta viaggiando con la nuova Millecento.
E raccontava loro la storia dei luoghi che visitavano e dei personaggi che colpivano la sua e la loro fantasia. Le ragazzine non perdevano una parola, perché le faceva sentire adulte ed importanti per lui.

Si riaffacciò alla memoria della donna lo stupore della visita al Museo della Scala dopo che aveva seguito con interesse un balletto, uno spettacolo di luci e fontane nel salone delle Cariatidi, la prima volta al Museo delle Scienze Naturali e alcune commedie goldoniane che vedevano Cesco Baseggio come protagonista.
A quell’età capiva poco, ma l’atmosfera e il piacere dell’andare a teatro le era rimasto nell’anima.
I pomeriggi con lo zio e con le cugine avevano un tono particolare: aveva sempre qualcosa da imparare, da ricordare e da raccontare il lunedì quando tornava a scuola.

Ed ora eccolo lì quell’Amore e Psiche che sapeva di aver già visto, ma non sui libri, pur non ricordando dove, ma non nei musei che negli anni aveva visitato.
Ecco la sua passione per l’arte e la bellezza che la accompagnavano da sempre.
Luisella aveva  dimenticato chi gliel’avesse insegnata.
Chi aveva istillato in lei il gusto per il bello.
Chi l’aveva accompagnata con delicatezza in alcune scelte importanti, aiutandola anche a scoprire in se stessa quella forza che non credeva di avere, spinto da un affetto sincero e da niente altro.

E poi lo zio a cui era molto affezionata si era innamorato della persona che la famiglia non accettava, che suo fratello non stimava.
E tutto il bene era finito, chiuso in quell’angolo del cuore in cui se ne stava nascosto.

Erano anni che non pensava a lui, condannato dalla famiglia ad essere dimenticato.
E lo aveva quasi dimenticato.

Perché la vita è così.
Gli adulti credono, pensano, giudicano, condannano.
Vivono.
I bambini e i ragazzi, più semplicemente, amano d’istinto.

Preferiscono salvarsi.
E dimenticano.

5 pensieri su “Damnatio memoriae *”

  1. Crediamo di dimenticare, ma in realtà non è così.
    Tutto torna a galla, magari distrattamente un pensiero parallelo porta in supeficie qualcosa che sembrava non essere esistito. La memoria, il pensiero e l’affetto. Questa é la caretteristica dell’essere umano.
    Un bel racconto significativo e di elegante scrittura.
    Un abbraccio a 5st.
    Sandra

  2. Abbiamo tutti dentro un bambino che ha scelto di dimenticare, o meglio di sospendere un ricordo, un giudizio. A volte la scrittura, scavando nella memoria, ci aiuta a capire che per quel particolare ricordo sospeso è giunto il tempo d’essere riordinato, inserito, come la tessera di un mosaico, al suo posto.
    Una tessera ritrovata è la sensazione che mi ha dato questo tuo bel racconto.
    Brava 5s

  3. Ciao Anna, il tuo racconto è molto bello ed elegante!
    I ricordi non si cancellano e alla fine affiorano sempre.
    Complimenti e 5 stelle.

  4. Carissimi,
    Vi ringrazio per la lettura e per i commenti.
    E’ vero: i ricordi ci accompagnano anche quando crediamo di averli rimossi e ci aiutano ad essere quelli che siamo.
    Ricomporre le tessere del mosaico della vita permette di vivere più serenamente, restituendo anche la ricchezza di affetti o momenti dimenticati.
    Mi affascinano i ricordi e la capacità di ricordare i particolari. Il saperli raccontare credo che sia un’arte e resto sempre incantata quando ascolto chi riesce a riportarli come se fossero il film della loro memoria.
    Grazie
    Un abbraccio
    anna

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