L’occupante

Salve, forse non mi sono presentato, mi chiamo Marzio Poldi.

Sono anni che cerco un lavoro, uno qualunque, per ora m’ingegno a sbarcare il lunario con lavoretti, quelli che si fanno da ragazzi, alla mia età è pesante andare avanti in questo modo.

Ho quarantadue anni, non mi sono mai sposato, forse è colpa mia se mi trovo in questa situazione, non lo so!

L’altro giorno sono andato a mettere volantini nelle cassette delle lettere, quattro soldi per una giornata di lavoro.

 

Il signor Rossi, il mio padrone di casa, mi ha dato un ultimatum.
– Marzio, sono tre mesi che non paghi l’affitto…tre mesi!
– Dove li trovo?
– Non sono un istituto di beneficenza…se non paghi te ne dovrai andare!
– Dove?
– Non è un problema mio.

 

Il signor Rossi sa essere molto persuasivo, quando vuole, il giorno dopo è venuto suo cognato a ricordarmi di pagare l’affitto.

Dario, un energumeno alto due metri, grosso come un armadio, ha bussato alla porta, mi pare di sentire ancora la sua voce, inutile dire che ho dovuto sloggiare.

Naturalmente l’affitto che reclama è rigorosamente in nero, non sia mai che il signor Rossi perda una parte del suo profitto con delle seccature come le tasse!

 

Che fare?

Non posso tornare dai miei perché non ci sono piú, anche loro vivevano in affitto, un piccolo appartamento al centro, avevano preferito lasciare la casa della mia infanzia per una zona, a loro avviso, migliore; mi sono ritrovato in strada con la mia poca roba, quattro cose.

Quando ero piccolo vivevo in Via Madonna Bianca, andavo a scuola nella vicina Via Immacolata, ricordo un compagno di classe, Marco Porta, un ragazzino magro, capelli neri, alto, viveva con i genitori vicino a casa mia.

L’altro giorno ero nel bar dello sport, ci vado da non ricordo quanto tempo, ero lì che prendevo un caffè, casualmente ho sentito la conversazione tra due avventori seduti a mio fianco.

Marco Porta ha perso la madre e sta decidendo di affittare la casa dei suoi.

“Come affittare?” mi chiedo, non può farlo, quella è del comune, non può disporre di un bene non suo.

Quel ragazzo non mi è mai piaciuto.

Da piccolo ero ingenuo, ricordo il fratello di Marco con una moto da cross, poteva avere quindici anni, mi chiedevo, come i genitori potessero permettersi di comprargliela, solo dopo capii.

Il padre faceva il pescatore, ricordo ancora le collane d’oro grosse, i vestiti costosi e la macchinona.

Mio padre faceva fatica a mandare avanti la sua macchinetta, quando si guastava sembrava una tragedia greca, il papà di Marco, invece, ogni anno, circa, aveva un’auto nuova.

 

Una mia amica, Chiara, ha lo stesso mio problema, lei in piú ha una bimba, anche lei è mesi che non paga l’affitto.

L’altro giorno ci siamo visti ad un colloquio di lavoro, ci hanno fatto compilare un questionario, le solite cose, alla fine il lavoro consisteva nel chiamare a casa delle persone per cercare di vendere materassi, ho lasciato perdere, anche Chiara l’ha fatto, conosciamo, oramai, questo genere di proposte di lavoro.

Ho il numero di Chiara, la chiamo, le dico che domani, nella chiesa di San Nicola, si terrà la messa del mese della madre di Marco, la casa dei genitori dovrebbe essere ridata al comune per assegnarla di nuovo, il figlio non sembra, invece, propenso a seguire questa procedura.

Noi siamo dei bisognosi, Marco no, ritengo che sia più giusto assegnare la casa a noi.

Chiara m’invita a casa sua, la sua bimba gioca ignara in cucina, studiamo il da farsi.

Le porte di quelle case sono facilmente apribili, basta una spallata per buttarle giù.

Quella notte, Chiara, mi ospita a casa sua, tra qualche giorno anche lei dovrà lasciarla.

Ore 9, usciamo di casa; ci avviciniamo in Via della Speranza, poca gente per strada, siamo emozionati, per noi è un passo importante.

Entriamo nel palazzo, la casa è al secondo piano, non incontriamo nessuno, saliamo le scale, la bambina sorride, non sà cosa stiamo per fare, solo noi siamo agitati e preoccupati.

Eccoci davanti alla porta, guardo Chiara, con la testa lei mi fa cenno di si, di aprire quella porta.

Come previsto questa non è blindata, mi sono portato una serie di attrezzi.

Una volta mio padre era rimasto chiuso fuori, tornai da scuola con mia madre e lo vidi indaffarato cercando di aprire la porta, mentre armeggiava con attrezzi prestati dai vicini, mi spiegava come fare ad aprire la porta causando il minor danno possibile, inutile dire che riuscii ad aprirla, l’unico segno che rimase era un’impronta di cacciavite, per il resto la porta funzionava benissimo.

Quella lezione, ancora viva nella mia mente, mi è stata utilissima, dopo una decina di minuti, che mi sono sembrate ore, la porta si è aperta, entriamo dentro la nostra nuova casa.

La prima cosa che faccio è quella di cambiare la serratura, ero prontissimo a questo passo, nella borsa che mi sono portato c’era tutto l’occorrente.

Sento passi, qualcuno sta salendo le scale, siamo al secondo piano, non c’è ascensore, ho appena finito di sistemare la porta, chiudo immediatamente, Chiara mi guarda, la guardo, restiamo in silenzio in attesa degli eventi, falso allarme, i passi si fermano un piano sopra il nostro.

Nella casa troviamo quello che apparteneva all’anziana abitante, una vecchia tv a colori, una vecchia radio, un vecchio frigo e lavatrice, la cosa che importa di più è che abbiamo una casa che, a nostro modesto avviso, ci spetta in quanto realmente bisognosi.

Ore 9, ci sistemiamo davanti alla tv, dei passi attirano la nostra attenzione, abbassiamo il volume, i passi si dirigono verso di noi, si fermano, qualcuno mette una chiave nella toppa della serratura, si rende conto che non gira, la porta non apre.

Marco si è reso conto che la casa dei suoi è passata a qualcun’altro.

Un pensiero su “L’occupante”

  1. Mi è piaciuto, però salti da un tempo verbale a un altro senza ragione.
    Il finale è troppo asciutto, dovresti allungarlo.
    Bello il tempo che hai dato al racconto. Tutto sincopato ma non caotico.

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