Il lago dei Cigni

Lei, lentamente, allunga la mano per piegare la maniglia della porta, volta lo sguardo verso un fascio di gigli di rosa e chiudendo gli occhi, prega: “Dimmi di restare”.
Le basterebbe una passeggiata in riva al mare o magari bere una birra ghiacciata o un bicchierino di spremuta d’arancia.
Non desidera che la storia finisca così.
Sa di essere particolarmente affascinante questa sera.
L’aria asciutta e leggera risalta la luminosità dei suoi capelli raccolti ad onde sulla nuca ed un cerchietto di stelline di strass luccicanti a incorniciare l’ovale del viso.
Sulle ciglia un accenno di mascara e una riga sottile di kohl nero per risaltare gli occhi, innamorati e per sempre sedotti.
Il clima afoso ha annullato il dedalo di membrane nelle orecchie e le ha rese simili ad un canale vuoto che spinge sino al cuore.
Per il momento, nessuna risposta, alcuna voce.
Così la musica dell’acqua si leva dominandole i battiti.
I flussi del sangue scorrono in entrata e in uscita.
Dalla vicina pedana parte una dolce melodia che le invade i sensi e tutti gli organi.
Lei chiude gli occhi, inarca la schiena e inizia a volteggiare.
D’Amore e Tristezza.
“Il lago dei Cigni”
La luna dall’alto illumina con la sua luce le gradinate di pietra dello spazio.
Rischiara i colombi bianchi e gli altri uccelli accovacciati sulle sommità delle rovine.
Inebriata dalla musica, continua a ballare supplicando che lui le tenda una mano o che il suo braccio le cinga le spalle.
Un turbinio di donne e uomini intorno, simulano una nuvola di cigni bianchi su di uno specchio lieve e discreto.
Ondeggiano con corpi fluenti e sottili, tagliati apposta per ricadere svelti e sinuosi nell’armonico fisiologico di un’altalena di equilibri paralleli, impazienti di chiudere il volo.
Ogni tanto alcuni di loro emergono a galla nell’impeto della piroetta, spinti dallo sguardo caldo e confidenziale, per scambiarsi trepidanti intrecci da palpare dolcemente tra le punte delle dita.
I ballerini dilungano le fascinose vibrazioni nell’intingersi alla stessa vaschetta di miglio dorato, in una tentazione di baci e carezze.
Abbandonati l’uno nel petto dell’altra.
Dondolano nei busti fasciati di stoffe immacolate, per definire il lungo tramato fatale delle calze elastiche lucide. I talloni rimangono gelosamente custoditi nelle scarpette a punta preziose, il bistro scuro disegna l’arcata sottociliare, l’ocra pallido rischiara i petali delle guance rinvigorite dalla cera.
Con eccelso virtuosismo, Lei raggruma il vivo pulsare del sangue.
Sul punto dolente nevralgico della sua ipofisi, screziato del pizzico più saporito dell’anima.
La danza le si scioglie addosso sino a inamidare le rosee mucose stranite.
L’en dehors a gamba tesa, permette al lancinante tumore della bramosia, di entrare in metastasi con il suo uomo.
La fragranza della colonia infuria contro i rivoli del lago di vetro, dietro la svelta fiancata di un tour en l’air, dallo sbocco sanguigno di una vena malinconica e crepuscolare.
L’arabesque si ripresenta come una scena sostenuta al rallentatore, nella distinta estinta nenia, di riconsegnare al chiaroscuro colui che solo Lei sa come guardare.
“Toccami ancora”.
Al culmine del ballo esplode il fouetté come unico gemito, oramai sidereo in lontananza e raccoglie nel pugno aperto tutto ciò che si va spargendo sull’intera vestizione.
Si conferma ancora viva e divina, la première danseuse.
In un liquido di preziosissime lacrime che le arriga il viso, permette il rinascere di saporiti odori di cui non andrà a sprecarne nemmeno una goccia.
Scaturisce la sensazione di dare alla luce, nel fluire in delicata consegna la leggiadria di un jeté senza nessuna coartazione.
Nello sforzo nel ventre segregato da una morsa che stringe il corpo appassionato, tutti i muscoli sono tesi e pronti al risorgimento.
Come nella presa classica del plié, dove il bacino senza viso si stende nel ginocchio flesso dell’adagio dolente.
Di nuovo in tempo reale Lei si protrae verso l’Amato Bene, lanciandosi in un battement che buca il cielo, per poi precipitare.
La sorprendente autorità di dare coraggio nella musica, sgrava l’atto del lascito d’Affezione, per consegnare alla luce e all’ombra, la giravolta dell’ultimo entrechat di scena.
Con gli occhi squarciati su di Lei, lui la guarda librare nell’affanno lento dell’enchainement staccato alla rovescia.
“Ti chiedo di restare”.
Come un ordito squisito di Degas, di grazia e bellezza il sole la prenderà prima che muoia di crepe e di cuore.
Le rivelerà l’accesso attraverso una convulso afflato di garza luminescente.
L’assoluta prima Etoile, allunga le mani sul fine bordo di merletto di Leavers, per ricadere in un profondo e maestoso inchino.
Nell’abbraccio sereno e fatato della révérence finale, piega il collo flessuoso sotto una corona di costellazione di brillanti.
Richiude gli occhi, inarca la colonna e inizia a volare.
Di Luce e Salvezza.
“La morte del Cigno”
“a D.”

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