Poetica diaristica – Episodio primo – Smontare gli strumenti

Nel garage dove abbiamo trascorso l’ultimo mese
A combattere contro l’umido e i vampiri
A non farci passare la voglia di ridere
Storpiando famose canzoni sentimentali
Adesso, amica mia, ci troviamo a ripiegare cavi, a staccare spine,
chiudiamo quaderni pieni zeppi di note – le nostre partiture ignoranti –
e riponiamo la musica nelle sue custodie.

Come quando dopo un concerto nel più becero locale della più becera provincia
Ti accorgi che un po’ sei lieto che sia finita
Un po’ ti dispiace
Ma quell’ultimo spiraglio di forza
lo conservi per tirar giù dal palco qualche altra cosa ch’è rimasta
E quindi già non ci stai più pensando
Chè anche pensare stanca, e mica poco.

Smontare gli strumenti: fatica sorridente
Massacrante, a tratti leggera
fatta di chiacchiere, di commenti impietosi
di buoni propositi che andranno a puttane.
Fatica che non si sente; l’adrenalina è ancora lì.
Fatica lenta, traballante
Fatica ubriaca, che ha voglia di tornare a casa
e tiene stretta quella sensazione calda
perché sa che domani tornerà, puntuale
la voglia di scappare via.

E tu, Frusciante, ti ricordi
Quella volta che mettevamo via il nostro paradiso sonico
montato prodigiosamente in uno spazio impossibile
dove si mangiava, si dormiva, si faceva l’amore
ma soprattutto si suonava
per ore ed ore.
Ti ricordi la tristezza, e quella specie di sollievo
Perché tutta la musica che avevamo creato sapevamo di averla nutrita
Ed era tempo di lasciarla andare, per far spazio a nuove cose.

Anche lì, propositi a puttane: suonare ancora insieme,
Fare nuovi figli, dicevamo
E non farli ascoltare a nessuno – o forse sì.
Quella promessa rese tutto più lieve.
E il sorriso non me lo tolse neppure l’ascensore:
guasto, tanto per cambiare.
Solo un po’ il vederti andar via con le tue chitarre, e il mitico Roger.
Ma che importa, pensavo
Ci rimonteremo altrove.

Smontare gli strumenti,
Come demolire interi palazzi
Tirati su con cura per durare una notte appena
Distruggere e ricreare ogni volta
pericolosi intrecci di fili,
simmetrie di volumi,
equilibri di suoni:
tutti tesori che andranno dispersi.
Perché i nostri castelli non sono fatti per restare in piedi
E nel momento stesso in cui li buttiamo giù
Pensiamo ai prossimi che costruiremo.

Smontare gli strumenti,
Come sorridere a un giorno che muore,
E aspettare l’alba
e ripartire.

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