Brividi

Quella mattina Martino Centofanti era agitatissimo, in attesa della telefonata dell’avvocato Cavegnaghi che lo aveva già preavvisato di una urgente e importantissima comunicazione per conto della signora Meloni.
Allo squillare del telefono ebbe un brivido quasi doloroso, qualcosa di molto simile ad una scossa elettrica; respirò a fondo per riprendersi dallo stato di apnea generato dall’attesa, e rispose: “…Pronto?…Sì dottore. Sono Martino, Centofanti Martino …buongiorno…”.
Con una mano tentava, inutilmente, di bloccare il tremito dell’altra che impugnava il telefono, un tremore così forte che rendeva difficoltoso tenere la cornetta accostata all’orecchio. Terminata la telefonata si lasciò cadere di peso sul divano dove giacque esausto, sconcertato, mentre il sudore cominciava ad imperlargli la fronte.
L’avvocato Cavegnaghi aveva esordito: “Caro Martino, prima di tutto mi perdoni se le comunico cose tanto delicate per telefono: avrei potuto mandarle un ufficiale giudiziario o la mia segretaria, ma la delicatezza della situazione e il rispetto che nutro nei confronti della Signora Meloni, mi hanno convinto a farlo di persona. Purtroppo sono costretto a restare Bristol nei prossimi giorni, ma, vista la particolare urgenza del caso, sono ricorso alla seguente soluzione…”.
La conversazione finì con: “…quindi, caro Martino …non faccia pazzie, mi raccomando! Niente cretinate! Si fidi di me! Comprendo facilmente il suo stato d’animo, però faccia uno sforzo e cerchi di affrontare almeno i problemi pratici più immediati. Ho dovuto rispettare i tempi concordati con la signora, e sono intervenuto subito. Ho chiamato la banca, che avevo già allertato, e mi hanno assicurato di aver approntato il dispositivo. Se fossi in lei mi sbrigherei, queste sono vicende delle quali non si può mai indovinare lo sviluppo; io posso coprirla per un paio di settimane, un mese al massimo, ma attendere oltre…potrebbe essere rischioso per lei… “Martino, ormai, era sprofondato nel divano, in posizione fetale, zuppo e scosso da tremori e brividi di varia intensità; dentro sentiva fuoco e ghiaccio. Arrivò la sera e finalmente riuscì a raccattare le forze per alzarsi. Provò a bere: dopo i primi tentativi falliti di farlo con un bicchiere, impedito dalla frequenza dei sussulti generati dal suo corpo vi rinunciò; quindi riempì una bacinella in cui immerse il viso provando ad abbeverarsi. Poi provò a farsi una doccia, ma inutilmente: l’azione dell’acqua, che fosse fredda o calda, lo scuoteva ancora di più! Non riusciva nemmeno a stare fermo nella cabina senza urtarne le pareti; allora a fatica uscì, prese l’accappatoio, si asciugò e si appoggiò al calorifero: aveva freddo, ma continuava a sudare. La successione di scosse che lo pervadevano era improvvisa. Pensieri a cascata gli martellavano la testa, e si trasformavano in poderose onde di energia che si propagavano, scendendo, per tutto il corpo. Cominciò a provare un senso di vertigine, di nausea. Arrancando arrivò in camera e si mise a letto, con la minima speranza che tutto potesse improvvisamente cessare. Ma in fondo, con quella piccola dose di lucidità che gli rimaneva, capiva che avrebbe passato la notte più orribile della sua vita. Una notte lunghissima!

Sopraggiunto il mattino, lo stato convulsivo che lo stava stremando dal giorno prima non era ancora scemato. Martino respirava profondamente, ma aritmicamente, come un motore sbiellato. Era distrutto nel corpo e nella mente, ed ora i brividi avevano cominciato a produrre un rumore nella testa, un frastuono che complicava il suo tentativo di ragionare. Si preparò a fatica, cercando di ricordare dove fossero i documenti che doveva portare con se. Entrò nell’ascensore e continuò a tremare all’unisono con il vibrare dei vetri della cabina.
Arrivò a prendere il metrò con grande fatica, fermandosi più volte per riprendere fiato.
Non aveva un bell’aspetto, a chi, pensando ad un malore improvviso, gli si accostava per un eventuale soccorso, o proponeva di chiamare l’assistenza sanitaria, lui, grigio e debilitato, appoggiato ad un muro o in bilico sulle scale, ringraziava e faceva presente che non era necessario, che si trattava di un semplice attacco epilettico. Salito sulla carrozza notò gli sguardi della gente che lo guardava come si guarda il solito tossico in crisi d’astinenza. Alcuni, visto il dimenarsi di Martino, preferirono fargli spazio, ma lui ormai non badava più a nulla; sentiva solo quel rumore nella testa e lo scuotimento incessante, e in quello stato non riusciva a fissare un pensiero per almeno dieci secondi.
Usci dal metrò e si avvio verso la banca.

Mentre cercava di stabilizzare il ritmo respiratorio ripensava alle parole dell’avvocato Cavegnaghi e alla serie di operazioni che gli aveva indicato necessarie: “Dunque, in sintesi: lei deve presentarsi al più presto – anche oggi, se fosse possibile – alla succursale di Milano dell’American Express, sita in Via Macao, 18 e chiedere del direttore, il dottor Rotondi, il quale dopo aver sbrigato le procedure di prassi, come l’accertamento di identità – mi raccomando di non scordare i documenti che le ho elencato! – le accrediterà il conto e le consegnerà la carta con la quale potrà effettuare tutte le operazioni inerenti al conto stesso…ora, però, vorrei che lei cercasse di rimanere lucido e calmo: la cifra cui ammonta il fondo al quale può accedere è di…cento milioni di Euro…”
A quel punto Martino fu squassato da un altro sussulto, gemello di quello che lo aveva scosso mentre l’avvocato Cavegnaghi pronunciava quelle parole…

Martino Centofanti

Dei tanti bambini orfani dell’istituto Don Orione di Como, Martino era quello che aveva rischiato di fare la fine peggiore. Gli stenti ai quali era stato sottoposto nei primi anni di vita lo avevano minato fisicamente e psicologicamente. In un ambiente duro e freddo come l’istituto, grazie all’amore di suor Angelina – che lo aveva preso particolarmente a cuore – riuscì però, pian piano, a conquistare la benevolenza dei suoi compagni di sventura.
La sua vita cambiò all’improvviso, quando all’età di sedici anni, gli fu proposto di trasferirsi alle dipendenze di una nobile famiglia inglese, in qualità di giardiniere, arte nella quale aveva saputo distinguersi negli anni di collegio. Tutti i giovani ospiti dell’istituto sapevano che ogni tanto poteva accadere: i più meritevoli erano selezionati per essere sottoposti all’attenzione di università, enti, famiglie benestanti, ecc ed avere così l’occasione di un riscatto sociale
Alcuni negli anni avrebbero confermato il loro valore, altri si sarebbero persi.
Martino, con la sua innata discrezione, fu accolto nella famiglia Fairsight senza problemi. Si abituò presto alle nuove regole, e si inserì armonicamente nell’ambiente famigliare.
Nel tempo avrebbe guadagnato la fiducia di tutti, anche della persona che si era dimostrata più ostica e più difficile da conquistare, la signora Orietta.
La donna con lui era sempre distante; mai un gesto che non fosse dettato dalla semplice educazione. Ma lo rispettava, e nel tempo gli diede molte opportunità per dimostrare il suo valore. Tanto da sceglierlo come suo autista personale.
Martino ebbe così modo di accompagnarla ovunque, in giro nella città ed in lungo e in largo per l’Europa. A bordo di una grande e confortevole automobile inglese, partivano da Bellinzona per andare a Madrid, Londra, Parigi, Roma, Berlino per assistere a convegni, visitare mostre, sentire concerti o presiedere a premiazioni letterarie. Fu un periodo bellissimo. Insolitamente, in queste circostanze, la signora Orietta si era dimostrata sempre più aperta nelle conversazioni; lo coinvolgeva spesso, talvolta interrogandolo sulle sue impressioni; cosa che lo stupiva vista la grande autorevolezza di cui godeva il giudizio della signora Meloni Fairsight.
Nonostante tutto, i rapporti tra i due non furono mai troppo confidenziali. Esisteva, infatti, una forma di pudore tale da non permettere, all’uno come all’altra, per differenti ragioni, di stringere un rapporto che non fosse di tipo subalterno.
Poi, un giorno il buio!
La signora Orietta stava morendo. E lui non si era accorto di nulla.
Ripensava solo ora a quei viaggi estemporanei che la signora effettuava, accompagnata in elicottero – che pure odiava – direzione Ginevra, con il motivo ufficiale di sbrigare importanti pratiche legali.
Come gli avrebbero rivelato, già dall’anno prima alla signora era stata diagnosticata una rarissima forma di anemia, che ella aveva combattuto strenuamente, ma che prima o poi l’avrebbe stroncata.
Nella vita di Martino tutto precipitò. La morte della signora Orietta, pur annunciata, sconvolse la famiglia. E le reazioni furono drammatiche.
Leonard Fairsight, il marito, era morto da una decina d’anni lasciando il suo patrimonio nelle mani della donna che aveva tanto amato, ed ora l’enorme eredità era un titolo da spartire fra discendenti. Circa trenta persone, parenti a vario titolo, che alla notizia della morte mostrarono il loro profondo sconforto e che, inevitabilmente, messe di fronte ad una simile opportunità, espressero anche il loro lato meno nobile.
Decisero immediatamente di vendere la villa di Bellinzona e di liquidarne la servitù.
Da un giorno all’altro, Martino si ritrovò così con un bel gruzzoletto, ma completamente disorientato.
Andò a vivere a Milano, dove un caro amico del collegio, gli affittò un appartamento nella zona dei navigli.

Entrato in banca, Martino inizialmente ebbe difficoltà a farsi ascoltare.. Quando finalmente i funzionari realizzarono chi fosse il tipo strano che, farfugliando, aveva chiesto di parlare con il dottor Rotondi, lo accompagnarono nell’ufficio del direttore.
Costui era stato istruito circa la delicata faccenda, ma si trattava pur sempre della prima volta che gli si presentava un simile caso; fece appello alla sua professionalità e cercò di avviare un dialogo che mettesse a proprio agio il signor Centofanti. Con un bel sorriso, cominciò ad elencare tutta la serie di servizi di cui avrebbe potuto servirsi presso la banca, le agevolazioni, gli interessi, eventuali investimenti… Martino annuiva in modo strano; con il capo affermava, con il resto del corpo tremava: era un brivido costante ormai. Non udiva più distintamente le cose che gli venivano dette dal direttore. Arrivarono una serie di fogli da firmare; vista la difficoltà di Martino, ci volle del tempo. Il direttore aveva provato a chiedergli più volte se desiderasse l’intervento di un medico e fece di tutto per calmarlo e attirarne l’attenzione sui alcuni delicati passaggi riguardanti le modalità di accredito del conto. Poi, finalmente estrasse da un cassetto della scrivania una busta contenente una carta di credito e la consegno nelle mani tremanti di Martino.
Martino Centonfanti tirò fuori la carta di credito, la prese tra le dita e da quel momento non se ne staccò più.

Orietta Meloni Fairsight

Orietta Meloni, negli anni sessanta, era stata una reginetta di fotoromanzi rosa. Come nelle storie di cui era protagonista, ebbe la fortuna di incontrare un giovane e ricco signore inglese, quello che per definizione poteva considerarsi un vero e proprio principe azzurro. Si innamorarono e si sposarono. La vita di Orietta sarebbe scorsa attraverso un susseguirsi di gioie e soddisfazioni. La laurea, la nascita dei figli e la loro educazione, i viaggi, i possedimenti e le case stupende sparse per il mondo, le traversate oceaniche effettuate a bordo dei lussuosi natanti di proprietà del marito, i cui successi professionali di autorevole storico e critico d’arte erano riconosciuti in tutto il mondo. Una vita da ricchi, il privilegio di avere il meglio.
La signora Meloni però, che doveva la sua fortuna soprattutto alla sua bellezza, era nota tra gli ammiratori anche per quel lieve accenno di insofferenza che caratterizzava il suo sguardo. Talvolta, trasmetteva la sensazione di essere afflitta da un fastidio sottile che, in modo elegante e decoroso, riusciva però a dissimulare.
Compiuti i sessant’anni, libera ormai dagli impegni famigliari e dal lavoro, durante un lungo viaggio in Cina ebbe la felice sorpresa di ritrovare una carissima amica, donna stravagante, compagna per lunghi anni di molti eventi mondani. Improvvisamente, attraverso l’analisi scaturita dalle tante conversazioni sostenute con l’amica ritrovata, comprese, per la prima volta lucidamente, di soffrire per la sfacciata fortuna che la vita le aveva offerto in abbondanza. Scoprì finalmente quale era la causa di tanto turbamento e volle coinvolgere l’amica, sottoponendole il disegno che nel giro di qualche giorno le era maturato dentro. Sapeva che la sua idea era un po’ bizzarra e per questo fu molto attenta a non rivelare le sue intenzioni che a pochissimi e strettamente fidati.
Avrebbe scelto una persona, una sola, sfortunata suo malgrado e l’avrebbe messa in grado di poter esprimere pienamente i propri talenti e le proprie aspirazioni. Il piano prevedeva la ricerca del soggetto adatto, il quale avrebbe dovuto dimostrare di possedere qualità inespresse e condizioni di vita poco abbienti. Doveva essere giovane ed essere messo alla prova. La signora Meloni voleva essere sicura di scegliere la persona giusta, una persona che avrebbe meritato un premio senza saperlo, solo dopo anni di verifiche e dimostrazioni di affidabilità.

Un giorno, in occasione di una festa nella sua villa di Bellinzona, la signora Orietta Meloni Fairsight, aveva confidato ad una parente particolarmente fidata, di aver maturato un grande sentimento di affetto nei confronti del suo gentile ed efficiente domestico. La signora Meloni descriveva Martino come un ragazzo ricco di talenti, tanto delicato quanto sfortunato. Lo aveva dovuto scegliere tra tanti, e ricordava come era stato semplice capire su quale di quei ragazzi, bistrattati dalla vita, sarebbe caduta la sua scelta. Ricordava quanti profili aveva voluto leggere: storie terribili; ciascuna di esse portava in luoghi di disperazione e miseria, ed ogni ragazzo appariva creditore di una chance. Ma Martino, piccolino e discreto, con quei grandi e brillanti occhi neri, spiccava nella sua umiltà e, a dire dei tutori che lo seguivano, anche per la sensibilità: lo aveva ampiamente dimostrato, riuscendo in poco tempo, durante le lezioni di musica, a suonare il flauto in modo impeccabile. “Parlava poco, ma quando lo faceva, la sua voce, dal tono gentile, arrivava alle orecchie come una melodia ben accordata. Ed ispirava fiducia!”. La signora Meloni ne era rimasta folgorata: il suo disegno diventava progetto; avrebbe potuto realizzare un sogno che, secondo i pochi che ne erano al corrente, era solo il capriccio di una ricca signora. Ora, dopo tante perplessità, era sicura di volere andare fino in fondo; questa, sarebbe stata la sua vera opera d’arte: più grande dei figli, della famiglia, della posizione sociale. Avrebbe spiazzato qualcuno con un dono inaspettato, inimmaginabile.

Martino uscì dalla banca con la carta di credito stretta nella mano ed oltrepassò il taxi che nel frattempo il dottor Rotondi, molto preoccupato dal suo stato di trance, gli aveva fatto chiamare. Si diresse, sempre barcollando, verso il metrò. Si era fatta l’ora di punta ed ebbe difficoltà a guadagnare il margine della banchina. Stringeva quella carta come se fosse l’unico appiglio cui aggrapparsi mentre, in equilibrio precario, stretto e pressato nella calca, attendeva l’arrivo del treno. Una mano serrata sulla carta…il corpo scosso sempre più dai brividi. Poi, nell’ennesimo sussulto, le gambe gli si piegarono e l’improvviso spostamento in avanti lo fece inciampare. Si afferrò con la mano libera al cappotto della donna che aveva di fianco, trascinandola con sé nella caduta. Crollarono tutti e due sulle rotaie proprio mentre sopraggiungeva il treno.

Una nota dell’Ansa della sera titolava: “Metropolitana-Milano: suicidio con tragico epilogo” Momenti di panico alla stazione Loreto della linea A – “Donna peruviana perde la vita nel tentativo di trattenere un aspirante suicida intenzionato a gettarsi sotto un convoglio del metrò. Cadono entrambi dalla banchina e vengono travolti dal treno. Testimoni sottolineano l’eroico tentativo della giovane donna!”.

Il reperto n°51, consegnato dalla polizia scientifica e raccolto sul luogo della tragedia era un sacchetto contenente un frammento dorato – apparentemente parte di una carta di credito – con una scritta tronca: …no– Cento–

 

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