Il Signor Andrejewski

Papà era un fumatore di sigarette convertito al salutismo e diceva che puzzava.

La mamma che non si concedeva mai commenti disdicevoli, storceva il naso.

Io ero una bambina ingenua, ma curiosa e mi lasciavo affascinare da tutto: stavo attenta e volevo sapere.

Del Signor Anrdejewski, però, non si sapeva nulla, tranne che era il marito della Signora Rosalia, una bella donna emiliana sulla quarantina che abitava al terzo piano.

Egli avrebbe potuto rimanere solo un’ombra nella vita degli inquilini del palazzo in cui vivevamo, ma il suo sigaro toscano lasciava traccia evidente di lui in ascensore, perché aveva la pessima abitudine di tenerlo acceso, senza pietà alcuna, anche in quel vano angusto suscitando grandi rimostranze di tutti i condomini.

Era così che la domenica, quando andavamo a Messa, noi dal quinto piano scendevamo per le scale a piedi: la mamma non voleva che i suoi abiti e i suoi capelli  si impregnassero di fumo facendo sfumare d’un botto tutta la cura che l’aveva impegnata nel prepararsi e farsi bella.

Era una perfezionista, amava l’ordine e non capiva chiunque potesse turbare il suo modo di essere.

Del resto non capiva nemmeno come la Signora Rosalia, tanto gentile e carina, potesse vivere con un uomo così, una ciminiera fumante che di certo le affumicava tutta la casa, dai mobili alle tende.

Si sapeva davvero poco di lui.

Avevo sentito dire che era un polacco, forse un ebreo, addirittura un apolide, ma non sapevo cosa tutto ciò significasse e pensavo che fosse una menomazione.

Tra gli amici di papà, infatti, c’erano alcuni reduci, perché la guerra era finita da poco e due di loro ne conservavano sul corpo segni evidenti: uno era privo del braccio destro e l’altro portava una benda nera su un occhio.

Mi terrorizzavano un po’ e sapevo che viaggiavano gratis in tram. Potevano sedere su quei due posti anteriori riservati agli invalidi e sempre disponibili, anche sulle vetture affollate, in quei tempi in cui l’educazione civica non era ancora diventata una debolezza.

Io mi chiedevo che genere di menomazione avesse patito il Signor Andrejewski che sembrava un uomo tutto intero e normale, a parte quegli occhi azzurri a palla che si nascondevano dietro le lenti spesse.

Non mi capitò quasi mai, negli anni che passavano, di vederlo o di parlargli, neppure quando incontravo gli amici in giardino, perché aveva orari di lavoro impegnativi: usciva presto e tornava tardi.

Solo il fumo del suo toscano che persisteva nell’ascensore, testimoniava la sua esistenza.

Non credo che avrei conservato il ricordo di lui se una sera, intorno ai miei vent’anni, non lo avessi incontrato al ritorno dall’Università.

Era ormai anziano e se ne stava seduto con la moglie sulla panchina posta proprio sotto a quel grande oleandro rosa che era cresciuto in giardino ed aveva pressappoco i miei anni.

Il Signor Andrejewski fumava .

Come sempre.

Io ero reduce da una giornata trascorsa tra i libri ed ero stanca.

Forse salutai i due anziani coniugi con particolare educazione, forse rivolsi loro un sorriso meno smagliante del solito, fatto sta che la donna mi chiese con amabilità:

“Cara, che aria sciupata …! Hai avuto una giornata difficile?”.

Risposi affermativamente. Preparavo l’esame di lingua greca, Apollonio Rodio e le sue Argonautiche erano la mia pena , non sapevo se fosse meglio affrontare subito l’esame o rimandarlo alla sessione successiva.

Fu allora che il Signor Andrejewski per la prima volta mi dedicò la sua attenzione e mi parlò.

Una boccata al sigaro e lo sguardo perso nei suoi ricordi:

“Signorina, non abbia paura, la poesia greca è bellissima! Io adoro i lirici, …ma anche Omero. Niente mi piace di più che sedere nella mia poltrona e rileggere gli antichi poeti fumando il mio toscano.

E’ un rito per me.

E’ il fedele compagno del mio tempo libero.

Mi piace guardarlo e toccarlo, immaginare come sarà il suo gusto prima ancora di accenderlo. Poi lo taglio a metà, dopo averlo inumidito, in modo che il taglio sia netto. Quindi lo accendo e ne saggio il tiro, rigirandolo lentamente per favorire la buona accensione e ne sento il sapore che mi ricorda altri anni, altri momenti.

Tutta la vita mi passa davanti.

Mi ricordo di quando io e Rosalia ci siamo incontrati per la prima volta … i suoi occhi … i suoi capelli lunghi e ricci … la nostra giovinezza in un mondo che ci cadeva addosso mentre noi eravamo lì disperati, ma desiderosi di vivere.

E mi ricordo di suo padre che offrì a me fuggiasco un pezzo di pane e metà del suo sigaro.

Non me ne sono più liberato…

Avevo tanta fame e tanta paura, ma mi sono ritrovato davanti un uomo che vedeva in me soltanto un altro uomo”.

Una breve boccata e il fumo saliva verso l’alto, mentre lentamente l’uomo rigirava il suo toscano tra le dita:

Mi sorrise e continuò:

“Puzza un po’, come dice chi non ne subisce il fascino e non ne ama l’aroma intenso, ma a Rosalia non importa. Era abituata a suo padre e le sembra di rivederlo in me”.

Non mi sarei immaginata tanta sincerità e confidenza in una persona  con cui non avevo mai scambiato se non qualche saluto occasionale.

La Signora Rosalia ascoltava ed annuiva.

Gli sedeva accanto e sorrideva.

Manifestavano un’intesa profonda e per me era bello guardarli.

8 pensieri su “Il Signor Andrejewski”

  1. Il fumo fa male. Si sa. Eppure io che ho fumato Muratti per vent’anni e che sono una fumatrice pentita ormai da 15 anni, ricordo molto bene la compagnia della sigaretta, affidabile, silenziosa ascoltatrice di pensieri, pene e sofferenze, come quell’atteggiamento fosse inganno di fragilità e timidezza e quella nuvola di fumo che usciva dalla bocca, un modo per armarsi dal mondo e dalle sue fatiche.
    E’ un piacere leggerti carissima, magistrale come sempre.
    Un abbraccio. 5st.
    sandra

  2. Un racconto davvero bello e piacevole da leggere!
    Mi piace la visione di quella coppia seduta sulla panchina, che hanno condiviso un’intera vita insieme.
    Tanti complimenti, in compagnia di 5 stelle: da una non fumatrice.

  3. Che meraviglia è un racconto splendido: complimenti Anna, ancora una volta riesci a toccare le corde del cuore: un saluto e 5 stelle Angela.

  4. E’ molto didattico sul come si può facilmente cadere in un vizio e su quanto sia difficile uscirne. Complimenti 5 stelle

  5. Vi ringrazio.
    Anche a me questo racconto piace, perchè apre una finestra su ricordi e sensazioni che appartengono ad altri momenti della vita che restano fissati nella memoria per poi tornare all’improvviso, così, quasi senza un motivo preciso, solo perchè parte di un passato che si credeva dimenticato, ma che viene nuovamente rivificato per analogia da nuove suggestioni.
    Un abbraccio a tutti.
    anna

  6. Cara Anna,
    non ci vedo nessun intento didattico nel tuo racconto, credo che questa idea fosse molto lontana da te quando l’hai scritto, vero?
    L’aspetto più bello è il contrasto tra il fumo del sigaro come lo vive “la gente che non sa” all’inizio e come si trasforma invece nel racconto del protagonista. Hai reso perfettamente, senza dirlo, quanto ogni cosa possa avere sempre due aspetti ed entrambi validi; il tutto reso con la consueta dolcezza e misura.
    Per Sandra: da ex-fumatrice anch’io (da 7 anni) ricordo benissimo tutto ciò che significava una sigaretta e lo ricordo, ahimè, con nostalgia…

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