Non chiedermi di contar le stelle

Aveva un sorriso tranquillo e bello. Era il sorriso di un figlio che camminava tenendo per mano suo padre, che lo accompagnava in scoperte e fantasie. Era così. Mi guidava mio figlio per posti che non avrei mai pensato di vedere. Ogni cosa nuova era meraviglia per i suoi occhi ed era contentezza per i miei. Lavoravo molto e mi rammarico di aver dedicato poco tempo a quella parte di me che mi cercava sempre e comunque. Mi chiamava per dirmi ogni cosa bella che gli succedeva a scuola, ogni qualvolta era furibondo e litigava con la madre e poi mi diceva sussurrando: “Hai proprio ragione la mamma è insopportabile!”, e io ridevo attaccato a quel telefono pensando che in fondo la separazione non fosse una cosa facile per un bambino. Aspettava le feste con ansia, attendeva il momento in cui si partiva per le vacanze. Gioivo a guardarlo dallo specchietto, mentre addormentato si rannicchiava nel retro della macchina. Ce la metteva tutta a non farsi vincere dal sonno, a vedere ogni particolare di quelle piccole case di campagna, di orizzonti grandi, di pianure che scorrevano velocemente, e chissà a cosa pensava quell’angelo che sbirciava dappertutto.
Ricordo il forte imbarazzo che avevo quando mi poneva quelle stupide domande che fanno tutti i bambini, ma alle quali non sapevo rispondere. Ero orgoglioso, fiero di lui, vederlo crescere era l’unica mia ragione di vita. Mi soffermavo molto ad osservarlo e pensavo a quando, in fasce, lo tenevo timorosamente in braccio. Parlavo molto con lui e mi confidava quasi tutto. Una volta mi disse che avrebbe voluto studiare gli animali, perchè secondo lui anche le belve sono a volte più semplici degli uomini. Ed io annuivo. Non potevo che dargli ragione. Aveva molti amici ed io li conoscevo tutti. A loro egli sapeva dare un aiuto incredibile e non litigava mai, si arrabbiava soltanto e pestava i piedi, raramente però piangeva. Molto spesso guardava il cielo e gli pareva strano, come se ci fosse un meccanismo che non riusciva a capire come funzionasse.
Non sapeva come ringraziarmi quel giorno in cui gli portai una bicicletta nuova e ridendo ci giocava per la strada e prendeva in giro me che, preoccupato, gli correvo dietro.
Non ho corso abbastanza. Ho lasciato che una pazza macchina me lo portasse via, che tagliasse a metà il mio essere padre e uomo. È sparito d’un tratto, neanche il tempo di guardarlo negli occhi. Adesso è un angelo che conosce bene come si muove il cielo e come si muove questa terra. Riempiva le mie giornate sole, con lui ritornavo bambino anch’io.
Perdere un figlio improvvisamente è come perdere il respiro. Non ebbi neanche il tempo di reagire e ora che guardo la spiaggia con quei fanciulli liberi e divertiti, io lo rivedo tra loro. Non ho pace, ma so che mi è vicino.
Ricordo, solo questo adesso mi fa andare avanti, quando sdraiati per terra guardavamo il cielo di notte e lui, annoiato, stava addormentandosi e io cercai di svegliarlo chiedendogli quanto volesse bene al suo papà.
Egli tra smorfie e lamenti mi rispose per poi voltarsi a riprender sonno.
E a voi che anche ve lo domandate rispondo: Non chiedermi di contar le stelle.

 

Un pensiero su “Non chiedermi di contar le stelle”

  1. Le tue parole trasmettono un’ emozione forte! La tenerezza di un sentimento pulita e enorme, la tristezza di chi soffre la perdita di un amore tanto grande! …mi dispiace tanto per il tuo bambino… la tua poesia è meravigliosa

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