Salta!

Per tutto questo tempo, sospesa in una paralisi dinamica e offuscata da inestricabili contraddizioni, ho scelto di respirare solo con la parte superiore dei polmoni.
Come una tuffatrice appollaiata sul trampolino più tenue possibile, cesellato in un minuscolo reticolato azzurro.
Inverosimilmente distante.
Altissimo. 

Laggiù qualcuno chiama: “Salta!”.
Mi sta chiedendo di diventare cittadina di un abisso estraneo e ridondante.
La possibilità di realizzare la vertigine solo per me, nel delirio di una nuova tentazione. 

E’ uno di quei giorni d’estate intrisi d’umori flebili, dove l’aria screpolata di vapore condensa su tutti i prospetti e le specchiere.
Gli uomini camminano con mani bianche immacolate, occhi lustri e mosse placide e indolenti. 

Io indugio, titubante.
Evaporo in insaziabile istinto, accoppiata con il mio primo Sole.
A trenta piani sotto, i marosi disfatti, sfidano la muta ricerca del blu infinito.
La laguna sommersa nella velma veloce e lucida, frastagliata all’orlo in frettolose bolle di mercurio.
Il pendio d’immagini nell’arcaica nota zigana, dal respiro ansante di un vecchio mandolino restaurato.
Un adagio desolato e lento.
La sinusoide minore assegnata alla lacca informe di una combinazione evanescente. 

“Salta!”.
Il rullo dei gabbiani si alza in vicinanza.
Nel balzo possibile dei 7 Vizi Capitali, avverto la grinfia della carne saldarsi all’osso nella superficie della piattaforma.
Guardare in alto i testimoni rende più cupo e secco lo sfolgorio che avverto da lontano.
Scintilla il riflesso di luce sotto di me, penetrando nella tempera delle mie flessibili pareti.
Una consistenza riarsa e fragile a irrobustire il mio scheletro di nivea e tenera appendice di seppia.
Le onde grosse bisbigliano in eco ed ogni cosa deborda salmastra e struggente.
La pasta spalmabile del bacino, rumoreggia e rotola in cortinaggi di cedevole cretonne.
Tutto quello che accade è esercizio in miniatura, una sorta di cammeo in un programma di ricerca estrema.
La disciplina che esalta i paesaggi governati e le lagune aperte.
Lunghi adagi di corsi e ricorsi, andati a morire oltre l’impatto dell’esposizione. 

Diritta nella vampa ubriaca del mezzogiorno, rimango vigile ad ascoltare il rumore sardonico del vento, che spira nella vasta invisibile conca di fluido trasparente.
La ghigna sorpresa nello spazio siderale, strazia in menomata unione la moquette turchina di un velario costellato di puntine. 

“Salta!”.
Nel silenzio acqueo si ode una goccia, un gorgoglio, un sospiro pulsante.
Nell’illusione diffusa del mio indice appoggiato alle labbra, scorgo un bocciolo d’addio.
L’eruzione infiammata dell’accelerazione di un criterio.
La rosacea cronica è abbinata al mio costume olimpionico ingualcibile, da suadente ninfa marina.
La sporgenza del bordo sta finendo di usurpare la struttura interna, in fine delicata composizione di tessuto adiposo e cartilagine perlacea. 

Nel misterioso declivio sottovento tremola il palpitare a scatti, sospinto dalla linea incurante di un bacile confinato in una frangibile boccia di vetro.
Con la superficie sbilenca di una regione variabile, manufatto d’artigianato cieco.
La marea continua a salire alta per sfolgorare il bianco di un incontro nobile nella troposfera.
L’accumulazione euforica in una carica di nuvole inclinate nella dispersione sottostante.
La sterpaglia stillante di gemme ad increspare i miei occhi lividi di Passione. 

“Salta!”.
L’afflato fulminante liquido si estende in declivio inverso, per opporsi al broncio rorido della mia dispnea.
L’alitare selvaggio abbraccia e copre.
Il rollio vulnerabile nell’ingoio avido di un nuovo volo.
Le perle d’acqua ondulano gassose, per divenire nella catena dell’attimo, più ispirate e luminescenti.
I miei capelli ramati e sciolti, spiegano le ali incrociando un’altalena d’innervati colori.
Si leva il canto della Sirena.
Nel folto arruffato e analogico, il trampolino cede.
La forcella verticale delle gambe sprona il lancio, mirando la parabola di un imbuto itinerante.
La torsione epocale commista d’estasi e dolce sofferenza. 

“Attenta, è pericoloso!”. In basso qualcuno grida.
Strappo l’ossigeno dal corpo imprigionato.
Il mio organismo si espande per calarsi in elastico spazio tempo.
L’aria esagera nella sacca polmonare.
Il diaframma erompe dalla gola, la gabbia cede.
Oso tutto.
Vizi e Dei.
Come una Semidea Wagneriana, dirigo dall’alto iracondi ed umidi accordi.
Gli schianti dei cimbali celesti. 

La bocca rossa e vermiglia annuncia l’infernale tentazione.
“Il mio tempo non è finito”. 

Arrivo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *