L’urlo

Sara non ne poteva proprio più.
Si sentiva tradita e delusa.
Stanca, proprio stanca di questa vita, così grigia e monotona, niente da segnalare su tutti i fronti.
Una patina di grigiore insondabile incombeva su di lei, sul suo corpo, i suoi capelli, la sua mente e la sua anima…
Ogni giorno si alzava presto, ormai la sua coscienza la risvegliava prima del suono della sveglia, ed era come se non avesse dormito per niente.
Ogni giorno, faceva colazione poi buttava uno sguardo al caos domestico che regnava intorno e usciva pensando a quante domeniche o sabati pomeriggio avrebbe sacrificato per cercare di renderlo più accettabile.
Ma il caos nella sua quotidianità era molto di più che i piatti da lavare o il suo bucato steso ormai da una settimana, ormai asciutto e già da rilavare. Era il fatto di non avere certezze che la intristiva e invecchiava.
Lentamente era diventata consapevole di non averne mai avute, se non la certezza del suo nome, del suo codice fiscale o dell’indirizzo dei suoi genitori.
Queste erano le uniche cose stabili e certe della sua vita.
Ogni due tre anni era costretta dagli eventi o da padroni di casa incompatibili a lei, a cambiare indirizzo, le sue relazioni duravano a lungo, ma si rivelavano anch’esse incompatibili al suo modo di essere.
E questo era il punto: cosa era il suo essere?
Ultimamente si chiedeva spesso dove si era persa, dove fosse finita quella ragazzina curiosa e determinata, quella sognatrice ribelle dei suoi diciotto anni. Si sentiva ancora ribelle ma sognatrice e curiosa non più, quanto all’essere determinata poi, meno di zero.
Ecco: non aveva più l’illusione di avere certezze o di poterle trovare un giorno, e non si sentiva parte di niente.
Si sentiva amorfa, fluttuante, un soffio leggero, uno scivolar via da tutto.
Sterzò bruscamente pochi attimi prima di arrivare al parcheggio, voleva respirare niente lavoro oggi, vacanza!
Il mare non era lontano voleva almeno vederlo, sentirlo. Forse sperava inconsciamente che il mare, l’acqua, avesse potuto risvegliarla, permetterle di ritrovarsi, per potersi poi cullare nel suo io più vero e finalmente ritrovare la forza di rinascere o meglio di nascere finalmente.
Si avvicinò all’acqua lentamente, quasi temendone il tocco, v’immerse i piedi e le mani e si bagnò il volto. Sollevò lo sguardo all’orizzonte respirando profondamente e per un momento magico e lungo si sentì, lei briciola dell’universo, parte di qualcosa.
Ed i suoi pensieri ripresero un percorso normale.
Ripensò alle sue illusioni di un tempo, a quando si prefiggeva ancora degli obiettivi, delle mete da raggiungere,  e le mancò quel sentimento di vitalità.
Si sentiva l’anima ingabbiata, racchiusa dentro un nido di filo spinato le cui punte erano i suoi errori, le sue scelte sbagliate che solo adesso vedeva reali.
“La  miseria umana, la mia miseria” pensava, “sta proprio qui, nel senno di poi”
Nel capire dopo anni quanto fosse grave la conseguenza di un si od un no, detti con la convinzione superficiale di avere in mano il libretto delle istruzioni.
Riviveva con la mente immagini della sua vita lontana.
Sì, No. Quanti ne avrebbe scambiato? E quanti le erano appartenuti veramente? Suoi, suoi della sua anima?
Come la maggior parte delle persone, non si era resa conto di quante volte i si ed i no, fossero stati dirottati da convenzioni o tabù, dal non voler ferire o turbare gli altri compagni della sua esistenza.
Chissà quante volte aveva rinnegato se stessa.
Eccolo, il suo caos. Oltre al suo nome non sapeva più chi fosse o dove volesse andare.
Persa, persa!
Sentì tutte le sue spine interne salirle agli occhi in grosse lacrime e lasciò che le scivolassero sul viso, impotente.
Neanche il suo stesso pianto, un tempo liberatore, riusciva a scuoterla.
Stava lì, con i piedi nell’acqua, il viso bagnato, le braccia mollate lungo il corpo e lo sguardo all’orizzonte, morta per il resto del mondo.
Niente la scuoteva. Non le sue lacrime né l’onda che le lambiva i piedi.
Così come cominciarono, improvvisamente, così svanirono le lacrime, senza lasciarle alcuna emozione.
Ora era immobile, una statua fuori e dentro, l’unico movimento che la riguardava era dato dal vento che le scompigliava i capelli e le vesti.
Solo la sua mente fluttuava in ricordi di emozioni lontane, attimi significativi, che ora le si svelavano come brandelli di verità a lungo ed invano cercata, e inconsapevolmente posseduta, acquisita al passaggio di quel attimo stesso, e subito dimenticata.
Era  stata davvero così semplice? Così leggera ed inconsapevole da non capire mai? No, era certa di aver sempre saputo che un giorno sarebbe arrivata a quella riva, a quell’istante in cui ora si trovava, a fare i conti con se stessa.
Aveva sempre intuito che nelle sue mille indecisioni, ciò che alla fine aveva deciso non le era mai appartenuto veramente, ed ora sapeva che in tutte le sue scelte non avevano mai pensato a quello che lei voleva veramente.
Eppure  aveva vissuto fino a quel giorno, comportandosi come se invece fosse stato così.
Era come svegliarsi da un lungo sonno.
E durante il sonno, la sua vita era scivolata via.
Aveva perso il tempo per molte cose che non avrebbe più potuto recuperare. Non aveva più tempo per realizzare i sogni.
Ripensò al giorno in cui, parlando con qualcuno, disse di avere la sensazione che non avrebbe avuto figli. Ricordò che al pronunciare quella frase, sentì come una premonizione.
Ora sapeva che sarebbe stato così, inevitabilmente.
Aveva perso il tempo per poter generare, per trasmettere, forse anche solo parte dei suoi lineamenti, ad un altro essere umano.
È questo era ormai uno dei suoi sogni perduti.
“Diventerò vecchia e sarò sola, come la vecchia e pazza Maria, che chiama per nome le sue galline” ricordò di aver detto in un altro giorno, e sentì quanto fosse vicina e reale la solitudine che l’aspettava.
In quel momento, fu consapevole dell’inutilità della sua vita.
Sentì chiaramente che non avrebbe lasciato nessun segno del suo passaggio, nessuno con gli occhi o la bocca simili ai suoi avrebbe riso o pianto al suo ricordo, non avrebbe lasciato niente dietro di sé perché la sua vita non era stata vissuta, mai, nemmeno da lei.
Sentì un dolore acuto e improvviso nel suo petto, come se il suo groviglio interno, scattando come una molla, le conficcasse all’unisono tutte le sue spine nelle carni. Ed in quell’attimo tutto il suo corpo urlò.
Durò pochi brevi secondi, ma le bastarono per capire che questa sarebbe stata finalmente una decisione solo sua, capì che niente era stato inutile e che lei era vissuta per quell’attimo, per la sua unica scelta.
Si lasciò carezzare ancora un poco dal vento, sorrise finalmente, e si incamminò, lentamente verso l’acqua.

8 pensieri su “L’urlo”

  1. Triste, triste, triste. Vorrei ricordare che il “generare” è sì grande cosa fondamentale, ma non è tutto. Vorrei rammentare l’Amore verso la vita e dire che quel mare, quel debole vento, quelle lacrime, avevano il dovere di inviare, nonostante il grigiore e l’appiattimento della vita, un messaggio d’amore. Voglio dire: anche quando tutto ci appare spento e piatto, esiste sempre una via di fuga diversa dalla scomparsa della nostra esistenza.
    Ogni lettura è buona per riflettere su quanto la vita è degna di essere vissuta perchè almeno fisicamente, ne abbiamo solo una.
    Ciao e 5st.
    sandra

  2. Ciao Sandra, hai ragione è molto triste.
    Le poche persone che conoscono questo racconto hanno avuto le tue stesse riflessioni, e cioè che il finale doveva dare spazio alla speranza e alla rinascita. Io volevo dare la visione di chi perde questa speranza, e ironicamente pensa che questa sia la sua unica e vera scelta, perchè non vede in sé la forza di un passato né di un futuro, e nel suo gesto è finalmente felice.
    Probabile che questo pensiero sia un pò folle e non volevo certo dare un messaggio negativo ma purtroppo tutte le cose hanno due facce e ho cercato di andare oltre la superficie proprio per capire perchè molti di noi decidono di “andare verso l’acqua”.
    In fondo è un mio “alibi” per convircermi a rispettare quanti di noi prendono questa decisione non condivisibile, lasciandoci a tormentarci sul perchè…
    Ti ringrazio per la lettura e il commento
    un caro saluto Luxia

  3. E’ un bel racconto, ben scritto, con mille pieghe di pensieri che fanno parte di quei bilanci intimi e personali che ognuno di noi fa e si pente di aver fatto.
    Mi ha colpito soprattutto la parte finale, cioè ritenere un fallimento il non aver generato, ultimo di una catena di vicissitudini che hanno portato la protagonista a pensieri di autocondanna.
    Mi hai ricordato un po’ il personaggio di Don Abbondio, vaso di coccio tra vasi di ferro che non aveva coraggio, da solo non se lo poteva dare e tuttavia trovava giustificazioni al suo modo di essere e di comportarsi.
    Per quanto mi riguarda, non so da chi e perché saremo ricordati e, soprattutto, se il generare un figlio che non ti assomiglia quasi mai se non talvolta fisicamente, è il fine ultimo dell’esistenza.
    Io credo che viviamo per noi stessi, per dar senso alla nostra vita, tutto il resto è conseguente.
    Una bella lettura che fa riflettere.
    Ciao
    anna

    5 st.

  4. La vita non è un favola e spesso neanche a lieto fine, mi rattrista molto il pensiero dell’essere umano che va “incontro all’acqua” come ultima soluzione, anche perchè parto dal fatto che nessuno è veramente “solo” come pensa, e allora mi chiedo: è forse perchè siamo figli della distrazione che non ci accorgiamo di colui che ha bisogno?
    Oppure…, è il nostro egoismo a renderci distratti?
    Brutta cosa la distrazione.
    Sandra

  5. Molto toccante. Mentre leggevo il racconto ho sperato fino in fondo che il vento portasse anche un solo flebile motivo perchè la protagonista evitasse di compiere l’unico errore davvero irreparabile della vita. Ci sono periodi bui in cui ci si lascia andare senza trovare il vero senso della propria vita. Bisogna però elevare la speranza di riscatto in tutti noi perchè nessuno può sapere in anticipo il giorno in cui la vita tornerà a sorriderci.
    5s Ciao Greta

  6. Ciao “ragazze”
    Vi ringrazio per i vostri commenti perchè mi danno modo di riflettere su quanto scrivo. Questo racconto è il primo che ho messo su carta diversi anni fa e so che è un pò difficile ma parte da una mia riflessione personale che naturalmente non può essere immediatamente chiara a tutti. Anch’io lo rileggo spesso e in questi giorni ho davvero preso in considerazione la possibilità di cambiare il finale… o di scrivere un seguito. Ho qualche idea… chissà!
    Grazie a presto Luxia

  7. Luxia sai questo racconto esprime ciò che senti ed è scritto nel tuo cuore, questo non è poi così triste, a me è piaciuto, vabbè ognuno pensa ciò che vuole.
    Ciao, Ciao.
    Adelaide

  8. X Adelaide
    hai capito che questo scritto mi è particolarmente caro così com’è e se provo a cambiarlo mi sembra stonato.
    Grazie

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