Dell’impero delle tenebre

Questo racconto, a partire dal titolo, vuole essere il mio personale tributo ad un disco bellissimo, uscito oramai due anni orsono. La band è Il Teatro degli orrori.
Avrei potuto recensirlo e basta, invitando voi tutti all’ascolto di quella che, pur essendo un’opera prima, può già dirsi una pietra miliare. Il fatto è che, fino a qualche mese fa, l’album in questione era “semplicemente” la folgorazione di un autunno tormentato: violenza inaudita, furia, poesia e lucidi deliri nei monologhi scomposti di Capovilla; muri sonori devastanti, colate laviche di chitarre e bassi distorti, tamburi scroscianti, percossi senza ritegno, quasi a voler demolire i muri, le case, i castelli e noi tutti. Ma a un certo punto, queste undici tracce convulse hanno scandito il ritmo lento e impetuoso dei miei giorni, delle ore solitarie e di quelle affollate, e alla fine ho scoperto che ognuna di esse mi suggeriva risposte.
Addirittura alcune mi parlavano, o parlavano di me. Mi dicevano quel che più mi faceva male, o al contrario esattamente quello che avrei voluto sentirmi dire. E le restanti raccontavano inferni che potevo capire.
Così ho cominciato a scrivere, in omaggio ad ognuna di esse, o quasi.
Perchè in ciascuna di queste canzoni ritrovo il senso crudele del tempo e dell’uomo che ora più che mai mi sta davanti, e che sento mio.

A Pierpaolo, Giulio, Gionata e Francesco.
Forse non lo saprete mai, ma quando tutti andavano via io non restavo comunque sola.

****

Una domenica qualsiasi del maggio più atroce che si fosse mai visto. La terza Marlboro Medium tra le dita tremanti della mano sinistra. Nella destra una penna che non ne voleva sapere di scrivere. Il taccuino con la copertina blu poggiato sulle gambe nude, immacolato. La sua musica, l’intera città dall’alto, il silenzio.

Le persone solitamente si recavano in quel luogo per ritrovarsi, lei ci andava unicamente per perdersi.
E sperava sempre che a trovarla fosse Lui.

L’ultima volta aveva seppellito dei fogli sotto un letto di pietre. Quel giorno maledetto andò a controllare se ci fossero ancora.
Accartocciati e sbiaditi dalle violente piogge avevano resistito.
Più o meno, esattamente come lei.
Credeva di averci scritto dentro di tutto: di se stessa, del dolore e della vita, ma quei fogli non significavano niente. Lo capiva ad ogni macchina che sentiva arrivare da dietro, e che non era la Sua. Lo capiva dalle ore che si trascinavano lente, e che sommate ai giorni e alle notti assomigliavano sempre di più a muri di tombe.

Due panchine più in là, un gruppo di uomini attempati prese a discutere animatamente.
Nominavano gli anni di piombo e le lotte di classe, millantavano militanze, rimpiangevano ideali sbiaditi, avanti e indietro nei decenni, da Veltroni a Berlinguer, passando per i partigiani e le staffette, anelando ad un mondo favoloso e perduto, come se ne avessero saputo qualcosa, come se per loro fosse esistito.
Come se avessero davvero vissuto quel tempo in cui rincorrere sogni portava fortuna, e si pensava più forte, e tra i pugni, talvolta, si vedeva scorrere sangue.
Ma loro non ne sapevano niente.
Lo dicevano i loro capelli, le loro scarpe. Lo dicevano le loro voci stanche, quei suoni sordi che gli uscivano dalle bocche.
Quelle orgogliose quanto fasulle rivendicazioni di appartenenza, fatte tanto per riempirsi la bocca in un insulso pomeriggio assolato, sembravano l’illusorio vanto di esistenze ormai vuote, ridotte a timbri di cartellini, dibattiti televisivi in seconda serata e massicce assunzioni di pillole blu.

Uno di loro si teneva in disparte, lontano da quegli anacronismi traditi, e trascinati a forza.
E intanto, si diceva, abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo.
Appoggiato contro la ringhiera di metallo verniciata di rosso, si lasciava alle spalle le colline in fiore, i campanili e la Reggia, e a tutto questo preferiva la vista di lei, che gli stava davanti come un dolente richiamo.
La fissava senza nemmeno tentare di dissimulare quel bisogno crescente di non perdersi nulla: non un gesto del corpo, non un’espressione del viso, non un centimetro di quell’incarnato pallido che le dava un’aria spettrale, eppure magnetica.
La ragazza col vestito verde e le lunghe gambe accavallate, aveva occhi che avevano pianto, e spalle sporgenti, ossute, le più sottili che avesse mai visto. Le spalle di una bambina.
Quanti anni aveva? Andava ancora a scuola?
Fosse stato possibile, ce l’avrebbe portata lui stesso, anche domattina. Per tornare poi a prenderla. Che sogno!
Ma no, ma no. Quale bambina, quale scuola. Probabilmente aveva già vent’anni. Fors’anche di più. Doveva aver conosciuto l’amore, e infinite tristezze, e la poesia, e la musica!
Suonava il piano, sì, di questo era certo. Quelle dita sottili non avrebbero potuto fare nient’altro che accarezzare tasti di madreperla. E magari aveva anche un maestro, che vegliava i suoi pomeriggi con lo sguardo pieno d’orgoglio, mentre lei ripeteva sequenze di accordi col suo tocco deciso e denso.
Ecco, questo sì: avrebbe potuto accompagnarla a lezione di musica.
Aspettarla in macchina per tutto il tempo necessario, immaginando quel suo sguardo serio concentrato sulle ottave prescelte, le mani bellissime finalmente libere di suggerire incanti.

Pensava a queste cose assurde, e intanto lei restava lì, eppure altrove, come smarrita, come in attesa di nuvole nere che scendessero su di lei, sul mondo intero.
Ma chi era che la lasciava lì da sola, invece di amarla, invece di venirla a cercare, invece di prenderla e stringerla fino a farle male?
E mentre ancora vagava con la mente aspettando una risposta, la vide alzarsi e venirgli incontro con una specie di sorriso.
Mi scusi, avrebbe una penna da prestarmi?
Certo che sì, pescò la sua inseparabile Mont Blanc dal taschino della camicia e gliela porse con naturalezza.
No questa no!
Quell’improvviso gesto della mano, che tradiva una natura ardente d’impulsi, lo fece sorridere e impensierire.
Perché?
– Perché ho molto da scrivere, e questa è una penna troppo preziosa per darla in prestito ad una sconosciuta.
– Si figuri, se non fosse tutto quello che mi rimane di mio padre, gliela regalerei anche. La usi pure per tutto il tempo che le occorre, io resterò qui. Me la restituirà solo quando avrà finito.
La vide sorridere. Questa volta era un sorriso vero. Solo con una piega triste.
– Sta dicendo che rimarrà qui ad aspettare me?
– Sto dicendo che una volta tanto la mia penna starà in buone mani.
Rise di nuovo, fece una specie di inchino scherzoso e tornò al suo posto. Sorrideva anche lui, in un modo che non gli capitava da secoli: sorrideva di se stesso, e di quanto aveva dovuto sembrarle ridicolo, un vecchio rimbambito senza nulla da fare; sorrideva di quella pienezza che tutt’un tratto lo avvolgeva sussurrandogli cose senza nome.

Ma chi era mai quella ragazza dentro i suoi occhi, dentro il suo sangue che sentiva pulsare forte?
Cosa poteva essere quella sconosciuta, senza età e senza contorni, senza storia; così indefinita da non poter essere sognata come amante, o immaginata come figlia, o consolata come un’amica inquieta, o protetta come una sorella più piccola, che si difenderebbe dal mondo intero.
Non era niente di tutto ciò, e avrebbe potuto essere ciascuna di quelle cose.

Intanto lei scriveva fitto: lunghe sottili parole, a tratti convulse, a tratti dilatate, che riempivano le pagine bianche, riempivano l’aria tutt’attorno, riempivano il tempo.
Ogni tanto si fermava, guardava verso di lui e sembrava chiedergli con gli occhi se non fosse ora di andare.
Lui le faceva segno di continuare, e fingeva di voltarsi altrove.
E lei per un attimo scuoteva la testa divertita, come a volersi ripetere quanto fosse assurdo tutto ciò, ma poi ricominciava imperterrita e si dimenticava di tutto e di tutti, di nuovo.

Si fecero le sette di sera; lei odiava gli orologi e non poteva saperlo, d’altronde il sole sembrava ancora alto, s’era solo mosso un po’ di vento. Sollevò la testa, e si accorse che erano andati via tutti.
Balzò in piedi:
– Mi perdoni, l’ho sequestrata qui. Ho completamente perso la cognizione del tempo. Ma perché non mi ha detto che era ora di andare?
– Perché non devo andare da nessuna parte.
Avrebbe anche voluto aggiungere che, fosse stato per lui, sarebbe rimasto lì per altri tre giorni senza batter ciglio, solo per potersi saziare di quel movimento fluido del polso che aveva ormai imparato a memoria, di quelle pause tra una frase e l’altra scandite da tiri di sigaretta, dita tra i capelli o sorsi d’acqua.
Ma non gli sembrò il caso.
– Ho finito, comunque. Tenga. La ringrazio infinitamente.
Invece no. Non aveva finito affatto.
Proprio mentre lei gli porgeva la penna, vide che cambiava colore, espressione. Vide un’altra davanti a sé.

E Lui venne.
Quello che l’aveva lasciata lì da sola, per un giorno intero, per chissà quanto altro ancora, invece di amarla, invece di venirla a cercare, invece di prenderla e stringerla, fino a farle male.
Proprio Lui.
– Mi perdoni un attimo.
La vide allontanarsi in preda alla confusione, aveva ancora la sua penna in mano e non se n’era neppure accorta. La guardava mentre si faceva condurre via.
Quale folle creatura la rapiva da se stessa?
S’incamminarono fianco a fianco in preda ad un’angoscia silenziosa, incontro a un destino beffardo e crudele che in quello stesso istante si portavano scritto in volto.

Fu l’ora più lunga che ricordasse, l’ora più vuota.
A momenti gli pareva di sentire la sua voce in lontananza: grida furiose e pianti; ma diceva a se stesso che no, non poteva essere.
Avrebbe dovuto portarla via da lì, avrebbe dovuto portarla al cinema. A vedere Gli Anni in Tasca.
Avrebbe dovuto, ma non sapeva nemmeno perché.

E poi ricomparvero.
Devastati.
Distanti come mai erano stati prima, pensò, o com’erano da sempre.

E mentre Lui scompariva di nuovo, in un modo che doveva essergli connaturato, una qualche fine si consumava sul volto di lei; qualcosa come una morte stanca, un aborto necessario.
Gli si avvicinò senza espressione, porgendogli la Mont Blanc tenuta in ostaggio fino ad allora
– Mi perdoni, io… non volevo…
La interruppe:
– Nessun problema, non si preoccupi. Piuttosto… posso fare qualcosa?
Già diceva a sé stesso quanto ridicola, e inappropriata e infelice e sciocca fosse quella domanda.
Ma Lei gli rispose pronta, col tono che si addice ad un automa:
– Potrebbe dirmi perché non esiste giustizia?
Prima la fissò stupito, e poi gli riuscì di dire soltanto:
– Non lo so…
L’automa cedette il passo all’ostinazione, alla rabbia:
– Non sa se esiste, o non sa il perché della sua inesistenza?
– Non so perché non possa esistere giustizia per Lei.

Vide i suoi occhi bagnarsi, vide lo sforzo di chiuderli e farli tacere.
– Grazie della penna.

Un arrivederci dolce e dimesso, quasi a volersi scusare di quelle domande senza risposta.
Tornò alla sua panchina e si abbandonò, come svuotata, come priva di forze.

La fissò per alcuni istanti.
Se l’immaginava stremata da un lungo delirio di un lungo rifiuto; come chi non sa più correre nella notte senza una meta, senza una luna; sfinita da fantasmi e spettri, inventati apposta per farla urlare di rimorsi nell’oscurità.
Stanca di recitare la speranza.
Gli stava davanti e scompariva ad ogni respiro.
Non c’era più niente dell’amante sognata, della figlia mai avuta, dell’amica, della sorella. Niente.
Già non era che un ricordo.

Restò a guardarla ancora un pò, da lontano, mentre l’oscurità se la prendeva per condurla chissà dove.
E si portava via il vestito verde, e il taccuino blu, e le lunghe sottili parole, e le spalle di bambina.
– Quale notte assassina potrà mai cingere il buio dei tuoi occhi neri?

Si avviò alla macchina con passo lento, incerto.
Mise in moto per tornare al mondo.
Le luci della città gli scorrevano affianco, suggerendo vita pulsante in ogni angolo di strada.
Adesso era di nuovo come sempre.
Come quando non c’è più niente da fare se non aspettare che arrivi un altro giorno.
Un altro giorno vuoto.

In autostrada si accorse che già tutto si dileguava.
Pensò a cosa ci fosse in frigo per la cena.
Intanto la radio suonava una canzone che non aveva mai sentito prima, ma che avrebbe potuto conoscere da sempre:

E pensare che a volte
Ho creduto davvero
Il cielo in tasca
Ed il sole nel cuore…

E pensare che a volte
Ho creduto davvero
Ho incontrato l’Amore
…”

E l’ho visto morire.

2 pensieri su “Dell’impero delle tenebre”

  1. Ciao
    Questo non è un semplice racconto ma una poesia di due pagine.
    Ultimamente mi colpiscono certe frasi per la loro crudeltà e insieme per la loro dolcezza:
    “Vide i suoi occhi bagnarsi, vide lo sforzo di chiuderli e farli tacere” mi lascia dentro un mare di cose.
    Bravissima
    un saluto Luxia

  2. Grazie Luxia. Il mio racconto è disseminato di citazioni dal disco di cui parlo nell’introduzione. Te lo consiglio vivamente, anche se non conosco i tuoi gusti musicali. Oppure procurati i testi: sono facilmente reperibili sul web. Ti piaceranno.
    Saluti!

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