Lo Specchio dalla Cornice D’Argento

Scettica. Lauren Reynolds era una ragazza molto scettica.
Nel suo piccolo paese la conoscevano in tanti e quell’etichetta di persona devota alla razionalità era come tatuata su di ogni vestito che ella indossava. Anche il suo modo di camminare poteva come quasi “raccontare” un po’ di quel suo carattere di persona sicura di sé e attenta nell’osservare ogni minimo particolare dell’interlocutore che le si presentava davanti.
Capelli lunghi, biondi, quasi sempre portati a coda di cavallo, nessuno discuteva sulla bellezza della donna, una bellezza fine di altri tempi. Molto diversa dalle sue coetanee, spesso le dicevano di essere una nobile del 700 intrappolata in un corpo di una 33enne.
E già, soli 33 anni e portava sempre con sé quel bagaglio di esperienze e studi che si erano impregnati nella sua mente e che, con fare naturale, tirava fuori nelle occasioni che si presentavano.
Medicina. Laureata in medicina, una persona di scienza convinta, dalla teoria dell’evoluzione, allo studio di ogni singola cellula del corpo umano.
“Lei prosegue fino al semaforo, giri a destra e dopo tre isolati, svolti di nuovo a destra… mi sembra che il secondo edificio è la casa che sta cercando, la numero 82!”-.
Lauren, dopo aver ringraziato l’anziano uomo che le diede l’informazione, mise la prima e cominciò ad allontanarsi.
Quel cupo, e minaccioso di pioggia, Sabato pomeriggio fu il giorno ideale per andare a vedere quella che, da lì a poco, sarebbe stata la casa dove crescere l’amore con Josh, suo fidanzato da 5 anni, e la piccola creatura che portava in grembo. Non sapevano ancora se fosse stata una femmina o un maschio, perché troppo prematuro per dirlo, ma sapevano che la loro unione sarebbe stata finalmente completa.
Svoltò a destra, tirò dritto passando la prima casa e si fermò davanti al cancello della seconda, la numero 82. Parcheggiò la macchina, scorse il venditore della casa che la stava aspettando nel giardino e, mentre si incamminò verso l’uomo distinto, si fece uscire un rassicurante, nonché incoraggiante: “Diamoci dentro!”-.

“Questo lo portiamo con noi,” – Lauren prese uno specchio con cornice in argento e lo mostrò a Josh, come se fosse un trofeo, “mi ci sono affezionata a questo coso!”-. Il giorno seguente stavano portando nella casa nuova le ultime cianfrusaglie rimaste nella loro vecchia abitazione. Il trasloco era quasi terminato, lo scatolone di oggetti da mettere in mansarda era del tutto pieno, quando Josh ebbe una macabra idea… “Hey Lauren, perché non ti ci metti anche te in uno scatolone? Così ti tiro fuori al bisogno!” – fece il ragazzo con un sorriso beffardo.
“Ah Ah che simpaticone, ma dimmi cosa faresti senza di me bel muratore mio?” -. Josh aveva 34 anni e, con suo padre, da anni, lavorava in un’impresa edile che portava il suo cognome, ‘Impresa Jefferson’. Infatti Lauren amava chiamarlo JJ, le iniziali del nome e cognome, ma Josh odiava a morte quell’abbreviazione, diceva che fin dalla nascita ti accalappiano un nome… perché negli anni la tua identificazione deve cambiare in nomignoli e robe varie? Non si dava pace per quell’enigma.
Finalmente chiusero per l’ultima volta la porta della loro vecchia dimora e si incamminarono verso la macchina, Josh portava lo scatolone, Lauren lo specchio di cui ne era affezionata.
I due erano entusiasti, un anno pieno di cambiamenti, dalla casa al più importante, quello di metter su famiglia. Infatti la ragazza cercava il suo primo figlio da tempo e non le sembrò vero alla notizia del dottore quando le disse che aspettava un bambino. Lauren era sicura sarebbe stato il giusto elisir di lunga vita per il rapporto con il suo lui e l’agognata opportunità di sentirsi una persona migliore e una madre di rispetto.
Ma non ebbe la minima idea di quello che stava per provare, aldilà di ogni razionale pensiero e logica, da lì a poco avrebbero fatto i conti con un crudele scherzo del destino, mettendo alla prova la ragazza e la sua percezione della vita.

Alla luce del lumino i due ragazzi si stavano scambiando reciproche “attenzioni” nel loro nuovo letto di quella casa ristrutturata a nuovo.
Una casa a tre piani, molto antica esternamente, ma moderna e con mobili di prima scelta nel suo interno. Aveva un garage molto spazioso per farci entrare la macchina di Josh e della sua compagna. Cucina, con angolo cottura, il soggiorno e il bagno nel primo piano. Mentre sopra al secondo c’era la camera da letto, bagno e la cameretta del futuro pargolo, e più su ancora si nascondeva la soffitta, dove i due tenevano la roba scartata, o troppo vecchia, o ricordi legati al loro fidanzamento e infanzia.
“Amore, adesso basta… ricordati che aspetto tuo figlio!” – le disse Lauren scansandosi tra le sue braccia e scendendo dal letto.
“Questa attesa mi uccide, Lauren! Credo mi ci voglia una bella doccia fredda…!” – replicò Josh alzandosi anche lui dal comodo letto e dirigendosi in bagno.
La neo dottoressa si mise la vestaglia e andò alla soglia della porta, la sua testa cominciò a domandarsi se si sarebbe mai affezionata a quella nuova struttura: le sembrò fredda, bianca e spoglia. Allora le venne in mente lo scatolone di cianfrusaglie messo in mansarda, pensò che avrebbe trovato sicuramente qualcosa per dar colore e calore in quella casa.
Salì le scale che portavano su e aprì la porta; un’improvvisa aria gelida penetrò le sue ossa, un freddo che sapeva di vecchio e sentì il pavimento scricchiolare sotto i suoi piedi.
Accostò la porta e la tenne socchiusa mentre continuava a dirigersi verso la scatola. Si inginocchiò sulle gambe, davanti al box e, come prima cosa, trovò una pallina di gomma, uno di quei scacciapensieri/antistress che Lauren si portava a scuola ogni mattina quando era un’adolescente. La luce della luna filtrava dalla piccola finestrina ovale della soffitta e quando i suoi occhi si abituarono al buio, scorse qualcosa di luccicante e familiare.
Lo specchio dalla cornice d’argento.
“Caspita, che ci fai tu qui sopra?!” – pensò fra sè la ragazza, e come dispiaciuta, prese l’oggetto e se lo portò davanti al suo giovane viso.
I raggi del satellite con la luce dei lampioni per la strada, creavano uno strano gioco di ombre e Lauren fu come catturata, ipnotizzata dai suoi stessi occhi che le sembravano essere grigi e non marroni chiaro come fu sempre abituata a vederli.
Pensò subito al gioco di riflessi… quando le pupille nello specchio si colorarono di un rosso sangue acceso…
BOOM!!
Lauren si fece scappare un urlo che gli si strozzò in gola. Rivolse lo sguardo verso la porta e si accorse che si chiuse violentemente.
Si alzò in piedi e si catapultò verso la porta che aprì con scatto. Aveva un leggero mal di testa, il classico mal di cranio che prende dopo un piccolo o grande spavento e, mentre il suo cuore batteva più forte, tenendo lo specchio dalla cornice d’argento in mano, richiuse la porta alle sue spalle e scese in camera da letto dove c’era Josh alle prese col suo pigiama.
“Guardami tesoro, sono ingrassato vero? Dimmi la verità!” – piagnucolò il ragazzo mentre tentava di mettersi i pantaloni.
“Josh, è successo qualcosa di strano…” – replicò Lauren visibilmente scossa. “Dimmelo dai, sembro un elefante vero?”- insistette il giovane, “…qualcosa…” – continuò lei.
“Amore, che ti succede?” – le prese la mano e le domandò con aria preoccupata.
“Nulla, nulla… sono solo stanca, la mia stanchezza fa brutti scherzi alla mia concentrazione, devo riposare anche perché mi è scoppiato un mal di testa…”-.
“Posso curarti io, baby!” – la interruppe Josh col suo fare da provolone, abbracciandola e cominciando a baciarla sul collo.
Lauren rifiutò la proposta divincolandosi e ironicamente aggiunse: “Mai visto un ippopotamo che cerca di fare il dottore con una sirena…!”

“Odio il Lunedì!!” – sbuffò Josh mentre scendeva le scale dirigendosi in cucina. “Siediti fannullone e mangia in fretta la colazione se no fai tardi, e sai che tuo padre conta molto sulla puntualità!” – lo ammonii Lauren.
Si sedettero e si accinsero a mangiare un po’ di bacon, quando la donna sentì una voce sussurrare… “Lauren!”.
“Cosa!?” – domandò la ragazza a Josh, “Io non ho detto nulla!” – ribatté il ragazzo.
“Non mi hai chiamata? Credevo che…” – “Senti amore, riposati ancora un altro po’ e oggi pomeriggio fai le tue domande di lavoro!” – la implorò interrompendola, il giovane uomo.
“A me era sembrato che…” – continuò Lauren girandosi da destra a sinistra e accorgendosi di un nuovo “intruso” attaccato al muro vicino la porta di servizio.
Lo specchio.
“E quello?” – “Ah si quello, l’ho trovato sul comodino ieri sera, lo hai lasciato lì ed ho pensato di metterlo vicino all’ingresso… credo dia più luce alla casa!” – si giustificò Josh. “Hey Lauren, qualcosa non va?!” – si accorse del viso cupo della compagna e si preoccupò.
“No, nulla caro, sarà la gravidanza che mi porta disfunzioni fisiche e percettive!” – “Ed il mal di testa che avevi ieri sera?” – insistette lui – “Quello sembra essere passato… Adesso vai, se no fai tardi e tuo padre mi rimprovera di non essere una buona mogliettina!”-.

Lauren decise di prendersi cura un po’ della casa, facendo le faccende domestiche e tralasciando le domande di lavoro, anche perché quel Lunedì pomeriggio fu uno dei giorni più caldi del mese e non aveva tutta questa voglia di andarsene in giro in macchina, quindi da brava futura moglie, come Josh si augurava tutti i giorni di vederla, cominciò a far pulizie… ma ad un certo punto si bloccò su se stessa.
Era davanti allo specchio, con la sua cornice di argento sembrava che le dicesse: “Avvicinati e specchiati mia cara…”. La ragazza prese coscienza di sé e si avvicinò a quell’inerme ma così arcano oggetto.
“Dove cavolo ti ho preso?! Come fai ad essere in questa famiglia?!” – si chiese a voce alta spremendosi le meningi per ricordare dove mai aveva comprato quello specchio o chi fu la persona che glielo regalò. Sapeva soltanto che ne era molto affezionata.
Si mise davanti all’oggetto e cominciò a specchiarsi, cominciò a tirarsi la pelle dagli zigomi e pensare di farsi un ritocchino passati i 50 anni, ma davanti a sé vide una raccapricciante scena.
Un pezzettino di pelle morta grigiastra le pendeva da una guancia, mostrando l’osso al di sotto. Fece per gridare ma il suo urlo fu un gemito di nausea, corse subito in bagno e vomitò tutta la colazione.
Terrorizzata e in preda al panico, uscita dal bagno e con gli occhi incollati a quello specchio chiamò Josh con il telefono: “Vieni subito qui! Ho visto… sto male… la mia pelle…” – fece fatica a trattenere le lacrime e a tranquillizzarsi: “Lauren, amore, stai bene?? Cosa è successo??” – la voce del giovane al telefono era agitata e a tratti confusa, e questo a Lauren faceva più paura, come se un coltello le si fosse conficcato nel petto.
“Aiutami, ti prego!” – urlò la ragazza, “La mia pelle…”- alla fine crollò in un pianto liberatorio.
“Calmati Lauren, fra pochi minuti arrivo lì, sono già in macchina!” – in effetti il cantiere dove lavorava Josh era distante pochi isolati dalla casa della fidanzata, allora la neo dottoressa si sedette sul sofà in salotto e diede le spalle all’entrata quindi allo specchio.
Si ripeté più e più volte di calmarsi, che tutto andava bene, quando sentì la porta aprire e vide con grande felicità che il suo impavido eroe stava varcando la porta. Corse senza pensarci due volte, come un cane fa al rientro del suo padrone, e lo abbracciò forte, un lungo abbraccio, interminabili secondi non provando più paura per quello che aveva visto, ma avendo terrore che Josh stesso non fosse vero.

“Non può essere il fatto che sei incinta? Sai, è la tua prima gravidanza e per te, anche se sei laureata in medicina, è un’esperienza nuova! Il tuo organismo sta cambiando!” – la rassicurò il giovane muratore quella sera a tavola. “Guardati, non hai toccato cibo, non hai forze più neanche di alzarti e parlare,” – continuò, “ho parlato per ore io e ti ho detto tutte le motivazioni possibili di questo mondo!” – visibilmente stanco Josh si alzò e abbracciò alle spalle la ragazza che rimase seduta. Scese con le mani fino a toccare il pancino di Lauren e aggiunse: “Questo è il frutto del nostro amore, il progetto che qualsiasi architetto, alla fine, sogna di realizzare… e noi ci siamo riusciti, senza lauree né studi approfonditi, solo il nostro amore!”.
La giovane donna si toccò la testa e fece  intendere che le faceva di nuovo male, ma stavolta un male più intenso, che non servono parole per spiegarlo, era visibile sul suo volto… “Lauren… sei dimagrita o sbaglio? Non fa bene né a te né al bambino!” – disse Josh con voce preoccupata.
“Voglio dormire…” – si limitò a dire la ragazza. Unica parola che riuscii a pronunciare quella sera.
Mentre Josh era in bagno a farsi una doccia, Lauren si mise sotto le coperte e cominciò a sgombrare la sua mente da pensieri “superflui” e chiuse gli occhi.
Nel bel mezzo della notte un rumore sinistro, come un tonfo, svegliò di sobbalzo la futura mamma che si mise a sedere sul letto, si alzò e si diresse verso il bagno. Dopo essersi rinfrescata e svegliata per bene dall’incubo che stava sognando quella notte, in cui era stata rapita da un serial killer, si incamminò verso il suo comodino e vide che la sveglia segnava le 3:30.
Scese le scale dirigendosi in cucina a bere un bicchiere di latte, quando una voce rauca e profonda iniziò a pronunciare il suo nome… “Lauren… Lauren… Mia cara Lauren…”
“Josh?!” – domandò all’oscurità la giovane, fece per far abituare i suoi occhi al buio, strizzandoli, di nuovo quella voce… “Lauren… Mia cara Lauren…”
Fece per risalire con un balzo le scale, ma fu fermata da una luce intensa che proveniva dall’ingresso e si girò di scatto. Vide ciò che non si sarebbe mai immaginata, una sagoma di persona, in piedi davanti alla porta dell’entrata, vicino allo specchio dalla cornice d’argento e cominciò a dire… “Devo avere tuo figlio…”
Immobile dal terrore, pensando al serial killer dell’incubo, Lauren urlò forte, “JOOOOSH!!!!”-.
Il ragazzo si catapultò subito vicino le scale, accendendo la luce: “Che succede qui?!” – “Oh mio Dio! C’era qualcuno qui! Te lo giuro!” – urlò come impazzita!
I due fidanzati si guardarono negli occhi, dopo che Josh aveva tranquillizzato la ragazza dicendole che forse era soltanto frutto di stupidi giochi di luce.
“Senti, non sto impazzendo, non so cosa mi sta succedendo, ma credo sia quello…” – rimproverò Lauren al ragazzo che stava seduto sul sofà. “Ti ho detto che l’ho visto, come tutte le altre cose, voglio quello specchio fuori da casa mia!” – urlò contro lo specchio aspettando come se esso dovesse replicare: “Vedi, adesso non chiama più! Dì il mio nome, non ti darò mai mio figlio bastardo!!” -.
“Lauren, ti prego…” – la supplicò Josh ormai stanco e assonnato. Il ragazzo fece per abbracciarla, ma lei si scansò, e stavolta sul serio: “Voglio quello specchio fuori casa mia! Da dove è uscito fuori, poi?! Chi te lo ha dato” – “Non so Lauren, tu mi dicesti che era un oggetto di famiglia! Tramandato da generazioni!” – le disse con voce scocciata – “Ma non credo sia una minaccia così terribile per la nostra incolumità!” – “Forse per te no, ma io ho paura e…” – ormai stremata la ragazza aggiunse tremando: “Non voglio averne! Noi ci amiamo vero Josh? Mi ami vero?!” -.
“Certo piccola baby, tu mi riinventi ogni volta che il tuo sguardo si posa sul mio!” – le dichiarò il giovane uomo.
“E se questo ti può aiutare, mi ricordo che tu mi dicesti che quello specchio incriminato” – continuò – “te lo regalò tua nonna perche tu possa tramandarlo ai tuoi figli e ai figli dei figli!”
“Oh Dio! Mia nonna, Esther!” – si fermò incredula e smise subito di tremare.
Lauren si diresse verso lo specchio, come se non avesse più paura di quell’oggetto, perché le venne regalato dalla persona a cui si ispirava nel modo di fare e nel modo di pensare e di vivere.
Josh la seguì e si misero tutte e due davanti allo specchio, contemplando la sua bella e antica cornice fatta d’argento.
In quel riflesso i due coniugi videro la fatica e le gioie di due vite che si sono incrociate, dopo tante delusioni e dolori, videro le loro facce che resistevano al tempo e si amavano molto più di prima.
“Nonna…” – fece Lauren sfiorando con la mano la superficie liscia dello specchio, concedendosi lacrime che avevano gusto di malinconia.
“Come ho fatto a dimenticare il tuo dono…” – si disse la ragazza – “Come ho fatto a dimenticare il tuo ricordo, nonna!”.

“Attenta mia cara…” – Lauren guardò Josh negli occhi poi si rivolse verso lo specchio e vide di nuovo il viso di Josh riflesso.
“Sentito?! Non sono pazza…!” – balbettò la ragazza.
“No, Lauren, questa vita è pazza!” – le rispose Josh con voce rassicurante – “Noi viviamo soltanto per vedere crescere i nostri progetti, ma a volte dimentichiamo ciò che non si può vedere con la sola razionalità degli occhi!” – proseguì il ragazzo.
“Josh… Tu… Che stai dicendo?” – rispose confusa la ragazza, del tutto incredula.
“Mia cara…” – disse la stessa voce rauca e profonda, materializzandosi un volto sfocato nello specchio dalla cornice d’argento, un volto di una donna anziana immerso in una luce surreale, che Lauren riconobbe subito essere, appartenere a sua nonna Esther.
La neo dottoressa rimase a bocca aperta, immobile, non sentì neanche il peso del suo corpo sulle gambe, un senso di beatitudine e terrore mischiato insieme in una sola mente, quella di Lauren.
“La vita sta per metterti alla prova, mia cara… il mio compito è finito, il tuo angioletto è un maschio ma non lo vedrai crescere insieme a te e Josh, poiché lui non sta crescendo dentro te, non più! Ritieniti fortunata…” – insistette la spettrale presenza.
“Basta!!” – urlò Lauren con tutto il fiato che aveva nei polmoni: “Che dici?? Cosa vuoi dal mio bambino??” – la ragazza si allontanò dallo specchio illuminato e corse in salotto tenendosi il grembo come se volesse proteggere quella creatura che ancora non conosceva, come se fosse il più prezioso dei tesori.
“Lauren! Che hai?”- Josh si svegliò da quella trance che lo spettro gli fece assumere.
Improvvisamente le gambe della giovane donna si fecero rosse, linee di sangue colavano fino ai piedi e la ragazza confusa abbandono il suo corpo e i sensi le mancarono.

“Dove… Dove mi trovo?” – disse con voce flebile Lauren. Aprii gli occhi e si rese conto di essere in una stanza di ospedale, con Josh al suo fianco che le stava tenendo la mano.
“Cosa… Cosa è successo, Josh?!” – disse con voce stanca – “Hai perso il bambino, abbiamo perso il nostro futuro!” – scoppiò a piangere il giovane.
Allora la ragazza si rese conto che tutto ciò che avvenne non fu frutto di un brutto sogno, ma era tutto reale e si lasciò andare anch’essa al pianto.

Lauren ha da poco compiuto i 50 anni, nessun ritocco, nessuno studio medico. Dedica il suo tempo a suo marito Josh, che ama più di allora. Fa l’assistente sociale presso un istituto che accoglie ragazze madri ed è direttrice del più grande e famoso orfanotrofio del mondo. Lo specchio dalla cornice d’argento è sempre all’ingresso e ogni volta che passa si da un’occhiatina e poi tira dritto.
Sfortunatamente, dopo l’aborto spontaneo, non ha potuto avere figli suoi, ma ha adottato tre splendidi bambini del Perù. Di quella notte non si ricorda granché, e non ne ha mai parlato con nessuno… è il suo piccolo segreto.
Ricorda solo la voce di sua nonna che ripete il suo nome e lei puntualmente risponde tutte le volte che il ricordo compare: “Noi viviamo soltanto per vedere crescere i nostri progetti, ma a volte dimentichiamo ciò che non si può vedere con la sola razionalità degli occhi!” – “Grazie, nonna!”.

4 pensieri su “Lo Specchio dalla Cornice D’Argento”

  1. Ho letto tutto fino in fondo e di corsa, curiosa di leggere “come andava a finire” e ne ho apprezzato il ritmo e la trama.
    Se posso darti un suggerimento, visto che hai idee interessanti da sviluppare, perchè non tieni sotto controllo lessico e sintassi?
    La narrazione ne guadagnerebbe molto e chi legge eviterebbe di soffermarsi sui particolari che appesantiscono, refusi facilmente eliminabili.
    Per esempio:
    – Lei prosegue… giri a destra…
    perchè non imposti la frase con verbi al congiuntivo con buona pace del linguaggio parlato?
    – Hey, Lauren…
    facciamola finita: si scrive ehi con l’acca in mezzo e senza y. E’ un’esclamazione italiana e non ha niente a che vedere con l’inglese.
    – Lauren si fece scappare un urlo che “gli” si strozzò…
    se Lauren è femmina, perchè non usare il pronome “le”?
    – …ti accalappiano un nome…
    avrai inteso “ti appioppano un nome”.
    Accalappiare per “prendere”, appioppare per “dare”.
    – “In quel riflesso i due coniugi…”
    nella parte precedente li hai definiti “fidanzati”: forse che un figlio produce uno scatto di carriera “matrimoniale”?
    Altrove definisci Lauren “mogliettina”, potresti chiamarla compagna innamorata: siamo o non siamo “moderni”?
    Ribadisco: è un bel racconto surreale, dal ritmo incalzante e dal contenuto particolare, che cattura l’attenzione di chi legge fino alla fine.
    E’ anche vero che per uno scrittore affermato è possibile confidare e fidarsi dell’editor, ma per quale motivo rinunciare a priori alla perfezione, quando si hanno idee così valide?
    Come superare la difficoltà di farsi prendere in considerazione da un editore?
    Se non pensassi che ne vale la pena, non azzerderei il consiglio.
    In altri momenti, quando l’ho fatto, ho suscitato l’ira di qualcuno, ma alla fine l’esercizio personale di attenzione ne ha radicalmente cambiato gli scritti. Decisamente in meglio. Credo che, nonostante l’Aventino, mi stia ancora ringraziando.
    Ciao
    anna

    p.s. : aspetto di leggerti ancora.

  2. Per sandra… grazie mille per averlo letto! E che ti sia piaciuto, ne sono rimasto entusiasta!

    Per anna, grazie tante per i consigli, ne farò tesoro!

    E congratulazioni ad entrambe per le soddisfazioni ricevute con premi letterari e magnifiche poesie scritte!

  3. Bellissimo, vorrei anche io imparare a scrivere come te! Complimenti!

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