La bambola

Norma Jeane sente che la sua mente vola e si protende a rapirle l’anima.

Mentre spunta la nivea marea dei rumori del giorno e sorge il sole brillante, appollaiato su di un trono invisibile, la sua concezione comincia a meditare. Un gioco d’ombre, di luci, d’abili sfumature segna l’ineluttabilità degli eventi, incorniciati apocrifi e seri, dietro il popeline delle tende tirate.

Segni di complessa umanità.

Lei è una Star e, insieme, una sconosciuta avventrice di sogni.

Non è questo che impressiona Norma Jeane. Nemmeno i Sentimenti del passato, un nugolo d’emozioni coagulate che hanno resistito per anni, ed ora quietate con una mistura soporifera. Ciò che resta delle sue attuali visioni assomiglia ad una falena bianca, quando è invischiata nel balenio di una scardinata lanterna.

Lei conosce bene la farfalla, unica forma di vita che prende di mira l’ipotalamo e crea uno squilibrio ed uno scompenso ormonale. Ne sono affetti tutti i maschi del mondo. Questi insetti hanno infestato il pianeta, sin dall’inizio.

La sua preferita, sensuale e leggiadra, è lunga pochi centimetri ed è coperta da ghirigori bianchi e crema, con ocelli piccoli e luccicanti. Si è insinuata dentro il caschetto biondo ed ogni giorno ne beve l’umore che cola, dal sopracciglio ossigenato e perfetto. In principio non se ne rende conto, rapita da un altro luogo, a distrarre gli spettatori conquistati da protozoi parasimpatici.

Nei suoi travestimenti, anche incompleti, Norma Jeane rimane però impareggiabile.

Non vuole mai sembrare una Donna, troppo tangibile.

Una Bambola, sì deve assomigliare ad una “Magnifica preda”.

Perché lei è la Pupa che ogni uomo sogna. Concepita ad immaginazione del maschio, estensione del suo stesso sesso, canale di personificazione al femminile che conferma tutti i pregiudizi e le accezioni. Se “Gli uomini preferiscono le bionde”, governa la sua bellezza lasciandosi facilmente ammansire ammiccando l’occhiolino, in un volto ideale che s’infiamma giorno dopo giorno.

Lei brucia di notte e rinasce, altera e distante, vergine ed inviolabile, alla luce del nuovo mattino. L’illusionista sensuale, che anima la platea: “La Giostra umana”. E’ abile anche con i giochi di prestigio, la sua grazia è irreale e patologicamente squisita quanto quella di uno Spirito Celeste. Tanto da sembrare ridicola, qualche volta.

Adesso per esempio è troppo sfasata. Potrebbe diventare pazza, in questo pianeta dove “Gli spostati” regnano. Oramai incrocia i personaggi bugiardi dell’immaginazione e nemmeno li vede.

Un bel giorno Lui appare nella sua vita; è difficile sapere il momento preciso.

“Il Principe e la Ballerina”. Un capo e bilanciere infaticabile che oscilla tra due sfere opposte e rimbalza sul suo seno rigoglioso. Danzando occultati, saranno destinati a cadere sempre, trascinandosi nella stessa ricreazione. Un viaggio senza mai valigie, una “Fermata d’autobus” senza nessuna indicazione. L’oscurità è il supporto della loro avventura.

L’appuntamento è al Blue Bar. Lui iridescente nell’unico raggio di luce che fende l’ombra dell’Happy Hour. Lei, in piedi all’ingresso, lo vede per la prima volta. Il gioco delle palpebre e delle ciglia.

L’ambiente intorno è consacrato alla mondanità, ai sorrisi ed ai flute di champagne. Completa la scena, un cordone di guardiani statuari, con gli occhi di cobra.

Senza fiato si avvicina per incontrarlo.

Vestita come una Donna, tenta di apparire una Bambola. E’ irrequieta, il suo alter ego, rinchiuso dentro quella prigione di fogge, scuote la sua femminilità sfacciata e fa il broncio.

Lui è attraente, di quelle bellezze che vengono dalla terra del cielo e del sole, dove lei un tempo, è stata felice.

“Happy Birthday to you” gli sussurra languidamente.
Sopra la sua testa si sta trasformando un’aureola grigia-azzurra, come il segno di un angelo accusatore. Lui la rimira estasiato.

Gli occhi di Lei s’inumidiscono, non come un qualsiasi coccodrillo, ma suggeriti da genuina civetteria e meravigliosa sorpresa. 

“Sei Divina”. Plaude “L’affascinante bugiardo”.

Prima di uscire, Norma Jeane ha infilato un tubino rosa aderente, con un collier e due lacrime per orecchini di finissimo cristallo, le scarpe decolleté con tacco vertiginoso ed il cappottino attillato di astrakan nero.

Si è agghindata con un ombretto verde luminescente ed una goccia di Chanel nr. 5, che aveva acquistato tempo prima in un’esclusiva beauté del centro.

Intorno a Lei, ad un cicalio di voci mormoranti, come lepidotteri catturati da un riflettore puntato verso l’alto, i consumatori scaricano cumuli di sospiri ingoiati dalle delizie delle sue gambe, tornite e affusolate.

Dopo poco pensano di uscire e raggiungono il mezzo.

Sfrecciano abbracciati in una Lincoln nera, lungo le acque scure della “Giungla d’asfalto”, disperdendo in velocità immagini di centri commerciali e palazzi, estesi come ninfee immacolate su di una gora nera, macchiata di bianco dal candore della luna piena.

Il traffico è sempre più fitto, nelle ore serali.

Lei sembra un gigantesco cuscino adornato di gigli, pallidi e fluorescenti, un giardino notturno che odora di sesso sublime. Questo è il paese dei balocchi, ludico e paradossalmente asessuato. C’e’ ancora l’atmosfera della bidonville di cinquanta anni fa, gioielli ibridi all’orizzonte e sovrapposizioni di colate di cemento. Curve impetuose e sinuose con linee geometriche scomposte.

Una somatica impeccabile, un’autonomia impareggiabile.

Arrivano nella stanza, in velluto rosso scarlatto e oro come un bordello, con una confusione di giochi di rifrazioni. Sulla tappezzeria in rilievo, esposto l’ultimo calendario Golden Dreams, un limbo bidimensionale ad immortalare il prezioso calco originale del passato.

Lui le accarezza le cosce distese, lisce e inebrianti con una sfumatura dorata color della pesca. La pelle è fine e traslucida, come vergine seta.Lei piega dolcemente la testa e non ha tempo per la commiserazione, sa che Lui è come tutti gli altri, forse solo più importante.

“Facciamo l’amore”. Dice lei divaricando le gambe e cingendolo con le braccia.

Gli monta a cavalcioni, arrotolandosi il tubino di seta addosso. Riflesso negli specchi vede con gli occhi blu e le labbra scarlatte socchiuse in posa da fumetto, Lui che si china a baciarla. “La tua bocca brucia”. Mormora.

Per istinto di sopravvivenza e lussuria spessa e corposa, Lei apre le labbra, in un abisso sempre più profondo, come infilzata da un arpione di grosso calibro.

L’abbraccia forte e affonda le dita curate tra l’incavo delle sue cosce.

Fa scorrere poi, l’indice lungo la colonna vertebrale, avvallata come quella dell’ippocampo, con gli occhi che si trasmutano gradatamente in viola orchidea.

Sente il sangue mugghiare sotto la pelle come la polpa di un’arancia sanguigna.

Come un velo trasparente intorno alle sue forme, la sua aurea è così presente, da trafiggere e affondare nell’intrigo, dove il tempo ha interrotto il suo corso ineludibile.

La voglia di arrivare sino all’incredibile essenza della finzione.

E’ bellissimo quest’Amore, un’estasi suprema. La sua “Follia dell’anno”.

Lascia l’Hotel con la giacca doppio petto di lui, lunga sino alle ginocchia. La concierge non può sospettare che entrando una coppia, ne esca un Mito. Il pastrano l’assolve dal suo tentativo di passare inosservata.

E’ stanca di questo corpo investigato chiuso in un cuore stravagante.

Una luce fioca penetra la sera. Si gira e rigira nella camera da letto.

Quell’invincibile tristezza che le rende il tempo statico come un blocco di marmo, contro il quale ogni giorno si urta, si sfregia e deperisce. Sbarrando la strada alle piccole grandi anime, trasforma il volto della volontà in un riso sarcastico chiamato debolezza che la rende fiacca, cupa e sorda. La mestizia le regala moti e mostri a profusione e decapita la gioia con un filtro di desolazione. Sarà così la sua decrepitezza? Un’architettura isterica, soggiogata dalle accelerazioni del ritmo carotideo.

Questa convinzione poco attraente segna la fine dell’intervallo.

Adesso vede appaiate le cose, che generano sempre un errore: Il Senso e il Sentimento. L’illusione che fa giochi di prestigio passando da un abracadabra con lo sguardo avido ed ammiccante ad un ghigno maestro e luciferino.

Un fardello che si porta in giro da sola.

Adesso è troppo tardi per separarsene.

Ignara del tempo che passa, nasconde pendoli e orologi, clessidre e metronomi, agende e calendari.

“A qualcuno piace caldo”. Ripensa alla sua opera, ma non è vero.

Stanca del fuoco divorante e di fronte ad un’immaginazione lenta e capricciosa, si rintana nei quattro angoli della sua cella. Tutte le volte che oramai si osserva, l’occhio violento incorre nella sua folla di prosopopee, primari pezzi d’antiquariato, con le articolazioni balestrate e la pelle di finissima porcellana. Ognuna di loro offre la chiave ombelicale ai passanti. Abdicazione dei sensi, della rivolta e dell’insurrezione.

Sempre figlia di genitori muti, ha trovato la sua via di scampo.

Aspetta l’attimo, l’arrivo dei passi solenni.

Ma gli istanti sadici non hanno fretta. Si smontano gli uni dagli altri per risalire a ritroso il corso del tempo.

La quiete ha il profumo intenso e inebriante dei fiori bianchi e le decapita le spalle con una lama lucente, mentre le falene impazzite rimangono imprigionate alla luce algida della barra al neon.

Ruota su se stessa, catapultata su vette sconosciute, con le lacrime distanziate dall’artificio dell’orizzonte illimitato.

Un’avventura vissuta, un’enfasi già interpretata.

Una nuova piroetta e la Bambola trasforma le sue ombre in ali d’apertura per tornare a dirigere se stessa. E rivedere il cielo e il sole, nel luogo dove è stata felice.

Così il domani diventa ieri e l’oggi sarà domani ed eternità.

 

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