Il soffio del mio Garbino

Nel presentimento di non vederti nemmeno questa notte, il giorno è stato teso da una remota sofferenza e ora, al tramonto tinteggiato di rosso porpora, l’oro sbianca l’occidente in una luce fredda e metallica, che schiude il varco all’irruzione del vento, il soffio risonante del mio Garbino.

Mi ha preso di colpo un sentimento già conosciuto; un’avida malinconia cosmica che con il vento segna la grafica delle più solitarie emozioni e pare schiuda, tutte le mute tristezze  della creazione. Nel silenzio, si può ascoltarne l’eco nei soffi impregnati nella notte, che passano misteriosi tra cunicoli e spazi invisibili.

Un dolenza fisica che mi svilisce la fantasia e la visione del mondo si dilata, fuori dal limite corporeo della mia persona, della mia essenza circostante, come la rispondente vibrazione di un malato sistema nervoso intessuto nella materia del cosmo e gemente, al mio pari e al mio cospetto.

Io non grido la malinconia, ma guardo allo specchio le tracce docili che ho perduto, i lineamenti fini e orgogliosi disancorati dal viso; è un gemito animale che mi nasce dentro, un vile mugolio padrone del mio tempo che detta i mutamenti e i cambiamenti, al segreto richiamo del mio vento, a cadenza dei passati accadimenti. La prostrazione e lo smarrimento, il senso forte di impotenza e menomazione mi occupano senza incontrare resistenza, l’incubo del vento opprime ormai la sopravvenuta notte, ingarbugliando dentro ricordi lontani di cose belle già avvenute.

Sento come uno stormire umano che si affloscia inerte, l’elastico corpo fisico a cui è venuta a mancare l’aria, attorno rarefatta, dai corpuscoli dell’atmosfera.

Il soffio comincia ad accanirsi irridente, spreme e raccoglie la mia pronta delusione schiumata così rapidamente e da fuori attingo i fatui colori del calare della notte, nei quali la minaccia appare un po’ perduta nella dolcezza del tuo trapasso.

Adesso è notte, le luci lievi hanno fermato e incantato la violenza incombente, forse riesco a rientrare in me stessa e riprendere possesso della mia anima, nell’ombra vuota che si riflette.

Ma ecco che il vento lancia la sua raffica più sprezzante ed io sono qui, obbligata e servente nel letto distesa, senza potermi riposare, senza chiudere occhio.

Ho speso tutte le mie energie di resistenza; questo vento voce unica nell’universo mi ha reso esposta e battuta come un panno appeso e non sono fuori, io, scoperta come dovrei alla furia dell’elemento.

Oramai devo ascoltare la favola allucinata di questa notte, il tamtam che passa sottostante nei suoni che piombano senza eco in un interminabile abisso che mi fa credere fragile e inerme, spazzata senza peso verso il delirio di questa nuova sofferenza.

Un’altra notte senza di te, perché non ci sei più.

Alla mia coscienza buia e contrita, castigata e appiattita non devo più raccontare nulla, l’effetto visionario e drammatico dell’urto annuncia la fine dell’incubo e l’alba già vicina.

Adesso mi sento come se fosse nuovo giorno, riprendo contatto con la vita e con il sole, mi alzerò dal giaciglio pacificata e leggera come la brezza del mattino, anche se consapevole che non v’è luogo, su questa Terra, dove io possa dire di essere al riparo, protetta e trionfante, dal soffio irriverente e predatore del mio vento.

Il mio Garbino.

 

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