L’ultimo Seduttore

Porfirio Casanova era nato bello.
Quando venne al mondo l’ostetrica che aveva aiutato sua madre – una casalinga di un villaggio dell’alta valle, talmente piccolo (il villaggio) da non essere neppure segnato sulle carte topografiche – esclamò: “Com’è bello!”.
“Vero, è bellissimo!” commentò la signora Ameriga Grandangolo, che aveva assistito al parto, nel caso ci fosse stato bisogno d’aiuto.
Frasi simili fanno parte del copione; quando nasce un bambino chiunque assista al parto deve dire:
“Quant’è bello!”. La frase di rigore, anche nel caso di neonati orrendi.
Ma lui, il figlio della casalinga, non lo sapeva e quando si sentì rivolgere quei complimenti (che di solito i neonati non sentono, ma lui era venuto al mondo con gli occhi aperti e la mente sveglia) li prese maledettamente sul serio.
Da quel giorno, ogni volta che qualcuno incontrandolo esclamava: “Che bel bambino …” il suo tasso di superbia aumentava.
Fu lui stesso, giunto all’età di sedici anni, a rinnegare il suo vero nome (che tutti hanno dimenticato, ma deve esistere, da qualche parte, all’anagrafe del suo villaggio) e a ribatezzarsi Porfirio Casanova.
Un nome ed un cognome illustri, che rievocano le gesta di due irresistibili seduttori.
E quella di sedurre era proprio la carriera che lui, una volta svincolatosi dalla famiglia, voleva intrapprendere.
Intanto, però, nessuno più gli diceva che era bello. In realtà, crescendo, era diventato un tipo qualsiasi; né bello né brutto, come milioni di altri suoi coetanei sparsi per il mondo.
Soltanto lo specchio, nel quale si rimirava a lungo, gli dava la conferma di una bellezza che, in realtà, esisteva solamente nella sua fantasia. Una bellezza che andava, comunque, perfezionata; e ogni giorno, Porfirio Casanova, trascorreva ore intere davanti allo specchio, con il “Gel” ed il pettine in mano, per adattare la capigliatura alla (presunta) perfezione dei suoi lineamenti.
Un furuncolino che compariva sulla sua fronte lo gettava in uno stato di totale prostrazione. Una volta gliene crebbe uno – grosso, violaceo e decisamente anti estetico – proprio sulla punta del naso.
Dopo una violenta crisi isterica, Porfirio, si rinchiuse in camera sua e non uscì per un’intera settimana; fino a quando il foruncolo non fu definitivamente scomparso.
La madre, santa donna, gli lasciava i pasti fuori dalla porta; lui li prendeva soltanto a notte fonda, quando era più che sicuro che nessuno potesse vederlo.
A sedici anni, Porfirio, abbandonata la scuola (era sempre stato un pessimo studente; a dodici anni non aveva ancora imparato la tabellina del nove), cercò un esordio nel gran mondo che, nei suoi sogni, lo aspettava a braccia aperte.
Trovò un posto, part-time, nella gelateria di un paese vicino. Era qualcosa di poco dignitoso, per uno bello come lui, ma si trattava di una soluzione provvisoria.
Ci rimase un po’ male quando si rese conto che nessuna, delle ragazze alle quali serviva il gelato, si incapricciava di lui, bello com’era.
Si consolò pensando che quelle, poverette, erano semplici ragazze di campagna, robetta ruspante, che non avrebbe saputo distinguere l’oro dall’ottone. Ben diversamente si sarebbero comportate le bellezze di città, colte, raffinate e pronte a far pazzie per un suo sorriso.
A diciotto anni, ritirati i suoi risparmi dalla banca, salutò la famiglia e se ne andò. Sua madre, accompagnandolo alla stazione, pianse; non aveva capito che cosa sarebbe andato a fare, nella città tentacolare, quel suo ragazzo tanto bislacco.
Suo padre fu felice di vederlo partire; non ne poteva più di quel figlio mangiatore a ufo, che non lo aiutava nel lavoro dei campi, non studiava e non contribuiva al bilancio domestico.
“Mi raccomando…” Disse la madre, mentre il treno si stava avviando “…scrivi, e fammi sapere se ti serve qualcosa …”
“Non preoccuparti, Mà …” Disse lui “… tra qualche anno porto anche te in città, a fare la Signora …”.
Le ultime parole, la santa donna, non le sentì perchè il treno si era già allontanato.
Giunto in città, Porfirio Casanova, dopo aver trovato alloggio in una pensioncina, andò dal sarto per farsi fare un bel vstito e dal barbiere che gli consigliò il taglio alla “Mascagni”.
Lui che non sapeva neppure chi fosse Mascagni, accettò. Quando si guardò allo specchio e si vide con i capelli cortissimi scoppiò a piangere. Lo consolò il barbiere, garantendogli che quella era la pettinatura di moda.
Da quel giorno, Porfirio Casanova, andò a caccia di ereditiere. Riuscì a farsi presentare la figlia del re delle patatine fritte, ma venne buttato fuori dal padre di lei quando disse che alle patatine preferiva le carote.
Conobbe la nipote del re dello stagno, la corteggiò, ottenne un appuntamento ed un bacio … la mollò quando si rese conto che lo stagno non era il minerale, ma bensì un laghetto paludoso (e di nessun valore) collocato all’estrema periferia sud della cittadina.
A ventisei anni, Porfirio, conobbe una ragazzina bruttina, ma simpatica che gli fece credere di essere una ricca ereditiera. Soltanto dopo averla sposata scoprì che tutto quello che avrebbe ereditato era una misera dentiera, lasciata dalla nonna, ed un mare di debiti lasciati dal nonno.
Adesso, Porfirio Casanova, fa il barista presso il ristorante – pizzeria della vostra città ed ha ripreso il suo vero nome e se, per caso, lo chiamate Porfirio lui scoppia in lacrime davanti ai vostri occhi.

3 pensieri su “L’ultimo Seduttore”

  1. Un racconto divertente, sulla storia di un “ridimensionamento”.
    Come diceva il Leopardi, “all’apparir del vero, tu misera cadesti”.
    La speranza, intendeva e intendo, quella di poter prendere scorciatoie e arrivare primo senza finire nella pancia del lupo.
    Sai quanti Porfirii ravveduti ci sono in giro?
    E sai quanti signori Rossi, continuano a sentirsi Porfirii?
    Ancora e sempre troppi, ma non dobbiamo disperare.
    Ciao e 5 stelle
    anna

  2. Grazie Sandra e Anna dei vostri preziosi commenti,

    da parte mia ho cercato di esternare quello che ho visto provare da uno sciocco conosciuto durante il mio girovagare per lavoro e devo dire che ne ho incontrati anche altri di codesto stampo. Ovviamente non sono uno scrittore “esperto” come voi, ma cercherò di fare del mio meglio raccontando altri episodi di vita ai quali ho direttamente o indirettamente partecipato.
    Grazie ancora
    Emanuele

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