Swimming Underground – Mary Woronov

Vita, arte, follia.

Un racconto acido, paranoico, violento, che sa persino trovare vette liriche, nella disperazione o nella poesia, a turno, indistintamente.
Mary Woronov è una sopravvissuta di quell’esperimento globale che fu la Factory di Andy Wharol. E’ la narratrice severa ed implacabile di un’esperienza cui, nonostante tutto, si sente debitrice.

Non ancora maggiorenne, Mary è una valchiria disadattata, cacciata dalla scuola per le continue risse in cui si trova, suo buongrado, coinvolta. Si descrive come un maschiaccio sadico, che si diverte a torturare le compagne di banco e che rifugge da ogni forma di contatto affettivo con l’altro sesso.
Perde la verginità senza ombra di piacere, giusto per liberarsi di un fardello.
Promette a se stessa che quella cosa orribile non succederà mai più.

A New York il destino la consegna nelle mani del genio pop. O meglio, la catapulta prima sui divani del suo mitico loft, e poi nei sotterranei di Lower East Side, “underground”, sotto terra appunto, dove, un po’ talpa, un po’ vampiro, si ritrova fasciata in abiti di vinile neri come pece, in mano l’inseparabile frustino, e diventa una delle stelle del Plastic Inevitable Explosion, lo spettacolo memorabile di Andy portato in giro per l’America per far vedere i suoi fenomeni da baraccone, le sue creazioni a tavolino, tra cui un certo gruppo dal nome che vi dirà senz’altro qualcosa: i Velvet Underground.

L’amicizia con Lou Reed, l’idiosioncrasia verso l’inarrivabile Nico, l’amore impossibile per Ondine, soprannominato il Papa, altro elemento chiave della cricca dei balordi, altro personaggio che trasuda magnificenza.
E poi gli enigmi di Wharol, e decine di figure semi-mitologiche: Orion, la Duchessa, Billy Name, Rotten Rita.
Gente adorabile a suo modo, fuori di testa.
Le loro storie sono tutte qui dentro. Con un po’ di foto, effetto “album dei ricordi”.

In questi racconti è come se fosse sempre sottinteso il seguente assunto post-normalizzazione: era il male, era la morte. Ma era divino.

“Dopotutto, non fosse stato per Lucifero, saremmo tutti delle pecore”.

Ci si chiede come possa essere il “dopo”. Quando per anni hai vissuto di questo: la vita e l’arte confuse senza risparmio, affogate in oceani fosforescenti di anfetamine, risucchiate da buchi grandi come voragini, che partono dalle braccia e finiscono nel cervello. La realtà senza contorni, come luce accecante. E poi la fine inesorabile, il dover dire addio a qualcosa che ti resterà dentro. Qualcosa che hai marchiato a fuoco nel tuo dna.

Mary Woronow ce lo spiega a modo suo, e non nasconde un’ombra di rimpianto.
Il rimpianto di non essere tornata, perché ormai non aveva più senso. Il rimpianto di vedere, appena un anno dopo, il suo grande amore che tiene conferenze proiettando i film di Wharol, alla deriva in un mare desolato di facce attonite; il rimpianto di non averlo salutato prima che fosse troppo tardi anche per quello, prima che il fegato martoriato di Ondine collassasse una volta di troppo.

Lo rincontra in dialogo immaginario e si fa rassicurare : “Oh, piantala. Quello che avresti dovuto fare non interessa a nessuno, e quello che è fatto è fatto. Mettici una pietra sopra”.

E così passa anche l’amarezza, e torna una strana luce negli occhi, un senso di scherzosa attesa.

“Sono l’opposto di Persefone. Non vedo l’ora che torni l’inverno, per andare giù nell’Ade e spassarmela con il Papa”.

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Swimming Underground – Mary Woronov

2 pensieri su “Swimming Underground – Mary Woronov”

  1. Gran bella recensione complimenti. Mi piace molto la Pop Art, e mi piacciono quei libri che in qualche modo fanno conoscere aspetti “in secondo piano” rispetto alle vicende note… Credo sarà il mio prossimo acquisto. Ciao!

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