Talvolta per caso…

Stavo chiudendo il giornale, un’occhiata veloce prima di iniziare una giornata che si preannunciava lunga e non priva di insidie, quando notai il titolo nella pagina della cronaca regionale: ANZIANA SIGNORA TROVATA MORTA NELLA SUA VILLA. Nell’articolo, dieci righe in tutto, non erano specificate le cause del decesso, anche se la polizia propendeva per la morte naturale. 

L’avevo conosciuta in circostanze particolari. La mia auto si era bloccata in una strada di campagna, lontanissimo dall’autostrada o da qualcosa che assomigliasse a un centro abitato. Per fortuna a poche centinaia di metri scorsi la luce esterna di una casa. Per la verità si trattava di molto di più, una vecchia villa in seguito rivelatasi in tutta la sua maestosità. Una pressione quasi rassegnata sul campanello, una brevissima attesa e…. Mi aveva accolto alle due di notte quasi fosse una cosa naturale, poche parole per spiegare la situazione e una sistemazione per la notte.
Il mattino dopo trovai la mia auto nel cortile e due uomini in tuta che la stavano sistemando. Mi ripresentai quasi un mese dopo con un mazzo di rose e accettai volentieri di fermarmi a pranzo. Si intuiva che era abituata a vivere da sola, perché prestava poca attenzione alle risposte e si muoveva senza il minimo condizionamento. Le stanze erano arredate con semplicità, i mobili risalivano al primo novecento e nessun cambiamento, o quasi, era avvenuto nel corso di un intero secolo. Tutti i locali che avevo visto fino a quel momento erano pulitissimi e senza la “patina di vecchio” che solitamente contraddistingue queste situazioni.

Vive sola in questa casa così grande?

Avrei voluto evitare quella domanda, quell’incursione nella vita privata di un’estranea, ma era troppo tardi! Non parve infastidita e, seppure sempre in tono distaccato, cominciò a parlare della sua vita. Viveva lì da sempre, i suoi genitori erano proprietari terrieri e possedevano quasi tutto il paese. Frutteti, campi di grano, stalle e scuderie. Era rimasta sola dopo che il marito, morto da quasi vent’anni, l’aveva lasciata per andare a vivere in città con l’ex domestica. I due figli maschi, anch’essi non più in vita, si erano trasferiti per lavoro. L’unica parente rimasta era una nipote, medico chirurgo all’ospedale Maggiore che, oltre a trascorrere le ferie in villa, andava a trovarla tutte le volte che poteva. Purtroppo il lavoro la impegna molto!

Era una donna forte e soprattutto molto fiera. Non aveva tradito nessuna emozione nemmeno parlando dei figli, tutti e due morti prematuramente per infarto. Anche parlando del marito non lasciò trasparire sentimenti particolari, nessun astio, nessuna parola fuori posto. Era lui a dirigere l’azienda e aveva continuato farlo anche “dopo”. Alla sua morte aveva preferito vendere quasi tutto e liquidare buona parte dell’eredità, tanto i figli avevano scelto altre strade e occuparsi dei terreni sarebbe stato un impegno troppo gravoso.

Mentalmente ripercorsi l’ultima volta: una serata piacevole, ricordavo ogni minimo particolare, la tovaglia bianca ricamata a mano, i bicchieri di cristallo, le posate d’argento. Un’eleganza che rifletteva la raffinatezza della signora Iole, vestita con sobrietà, pettinata di tutto punto. Ad ogni movimento una leggera scia di profumo di cedro. Era difficile identificarla con la sua età, anche i suoi gesti non avevano niente di vecchio. Probabilmente l’aver vissuto lontano dalla gente l’aveva protetta dall’usura del tempo. Il caffè era stato servito in un salottino ricavato in un angolo della biblioteca: una sala molto ampia arredata in modo semplice, zeppa di libri allineati in modo ordinato. Scaffali che arrivavano fino al soffitto, una scala scorrevole di quelle che si vedono solo nei film. In un angolo un modernissimo impianto stereofonico. Sembrò notare il mio interesse. La musica mi tiene compagnia, amo l’opera e la musica sinfonica, ma non disdegno nemmeno la musica leggera, in particolare i chansonniers francesi, Becaud, Jacques Brel, Montand.

Toccò alcuni tasti, muovendosi con sicurezza e le note de “La vie en rose” riempirono la stanza.

Ma lei, la piccola Edith, è inarrivabile!

Mi raccontò dei tentativi della nipote di portarla a vivere in città, delle preoccupazioni di saperla sola.

Isabella non crede che io possa essere felice…

Mi guardò in silenzio, quasi tentando di leggermi il pensiero, poi distogliendo lo sguardo: credo che lei mi possa capire.

Non risposi, non avrei saputo cosa dire.

La cena era stata degna di un grande chef, tutto molto semplice ma curato nei minimi dettagli. Una frittatina con gli spinaci come entrata, delicatissimi tagliolini alle erbe coi pinoli, cui fece seguito un filetto al pepe verde servito insieme ad un’insalata di cuori di carciofo, scaglie di formaggio di fossa e una mousse di pere con una spolverata di vaniglia. Un Chianti non troppo invecchiato, servito alla giusta temperatura, sottolineava la competenza. Ci eravamo salutati al rintocco di mezzanotte ripromettendoci di ripetere la serata, il tempo era scivolato via in fretta, la conversazione era stata piacevole e particolarmente interessante.

Non l’avrei più rivista.

La riunione era iniziata da un pezzo, ma la signora Iole era ancora nei miei pensieri, la sorpresa aveva lasciato il posto ad una sorta di malinconia, non avevo avuto modo di approfondire quella conoscenza e ne ero dispiaciuto. Sentivo di avere perso qualcosa e la sensazione di impotenza aveva un effetto sgradevole.

* * *

Un funerale di paese. Tanta gente composta, raccolta in preghiera, pettegolezzi sottovoce. La navata della chiesa era quasi interamente occupata dal presepe, la bara era stata sistemata sotto la scalinata che portava all’altare. Il miracolo della nascita e l’ineluttabilità della morte si tenevano per mano. L’orazione fu interminabile e quello che non raccontò il prete lo appresi da due vecchiette, cariche di anni e di veleno: mezzo secolo di storia della famiglia, lo scandalo della separazione, la prematura scomparsa dei figli. Un resoconto minuzioso interrotto solo dalla partecipazione alle preghiere recitate in coro.

Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua ecco luceat.
Kyrie eleison,
Christe eleison,
Kyrie eleison
.

L’espressione del prete è ferma nella mia mente, sento la sua voce, fastidiosa, cantilenante, gioca con le pause. Tolgo l’audio e ricostruisco i soli gesti: il dito puntato verso l’alto, le mani alzate ad indicare il cielo, il viso proteso, il naso aquilino che sembra sul punto di scagliarsi su qualcuno. Il prete la odiava. Quell’omuncolo pieno di spocchia e di parole vuote, lontano dagli uomini e da Dio, non aveva consegnato il giudizio al Signore. La sentenza l’aveva sputata lui, perché non sopportava che quella vecchia si fosse fatta gioco di tutti anche in quell’ultima tragica occasione. Da quanti anni aspettavi di confessarla? Di cogliere la paura nei suoi occhi? Già assaporavi la sua richiesta di assoluzione! Tu e lei, soli. I suoi occhi che implorano il tuo perdono per la sua superbia. Che insolenza, fare beneficenza, aiutare i poveri, ignorando la chiesa. Aveva eluso la sacra funzione anche quando il Vescovo aveva onorato della sua presenza la piccola comunità. Tutti avevano indossato gli abiti della festa, i bambini esultanti avevano rincorso l’auto dell’alto prelato che salutava e benediceva dal finestrino. Poi un grande rinfresco nel cortile. Tutti avevano fatto offerte: danaro, prodotti della terra, salumi. I più poveri avevano portato biscotti, castagnaccio, gnocco fritto con lo strutto. Solo lei non si era fatta vedere né aveva inviato offerte. Neanche la casa si era fatta benedire. L’avrebbe guardata negli occhi e avrebbe temporeggiato prima di concederle il perdono, avrebbe goduto di quei momenti. Invece niente, si era fatta beffe di lui ancora una volta, aveva avuto l’impudenza di andarsene in silenzio. Finalmente la cerimonia terminò e il corteo si diresse verso il cimitero attraversando a fatica una striscia di boschetto quasi completamente ghiacciato. La chiesa era costruita su un grande dosso, la scalinata, nascosta dalla folta vegetazione, non era visibile se non dopo aver percorso un lungo sentiero stretto e quasi buio. Per questo da lontano sembrava appoggiata su un piedistallo. La giornata era polare nonostante un sole luminosissimo che, divertendosi con i riflessi, rendeva impossibile vedere dove mettere i piedi.
Il cimitero era piccolissimo. Rimasi ai margini, in una posizione dalla quale potevo osservare la giovane donna che aveva seguito la bara portata a braccia da quattro uomini. Seguiva il tutto con fare quasi distaccato, intuivo il dolore in quella espressione volutamente imperturbabile, una espressione che si indurì ancora di più al momento di ricambiare la stretta di mano al prete, che si era avvicinato con l’intento, subito rientrato, di confortarla. Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono e anche se non ne avevo bisogno, ebbi la conferma che si trattava di Isabella, la nipote. Avrei voluto presentarmi ma non trovai le parole. Non ho mai capito perché quella morte mi abbia coinvolto tanto. Una conoscenza occasionale, una donna sola che mi aveva usato una cortesia che avevo ricambiato con un po’ di compagnia. Forse a colpirmi era stata la sua sicurezza, la serenità di quello sguardo, la sua vita così lontana dal mondo attuale, dal mio mondo.
Ogni tanto torno in quel luogo, una volta sono stato anche al cimitero con un mazzo di rose. Sulla tomba c’era la nipote, ho tirato dritto, mi sono fermato davanti a una croce con inciso il nome di uno sconosciuto, ho posato i fiori e me ne sono andato. Forse è solo un pensiero stupido, ma sono sicuro che la signora Iole ha apprezzato, coinvolgere altri, dare spiegazioni, avrebbe cancellato il fascino e l’intimità di quei momenti.

7 pensieri su “Talvolta per caso…”

  1. Caro Ivan, 5 stelle per questo racconto ben scritto e ricco di dettagli, curato nei particolari e che, sinceramente fa bene anche al cuore, come tutti i sentimenti spontanei e sani.
    Un saluto.
    Sandra

  2. Un bel racconto su un’amicizia al di là dei canoni convenzionali, quando animi simili e ugualmente comprensivi si incontrano e non necessitano di molte parole.

    anna

    5 st.

  3. Bel racconto. Mi piace l’idea di far conservare intatta l’inimità del rapporto, se pur solo abbozzato, occasionale, al protagonista per poi fargli condividerne l’incanto con i lettori.

    Giorgio.

    5st.

  4. Quanta grazia e leggerezza Ivan!
    Ma da dove ti arrivano questi personaggi?
    Bello, mi è piaciuto soprattutto lo snodarsi della vicenda, che subito sembra banale, poi acquista forza e originalità.
    Grazie

  5. E’ stato un racconto davvero molto emozionante… mi è piaciuto…
    ciao
    paola

  6. Questo è davvero uno dei racconti che in questo sito ho apprezzato di più… le descrizioni, di paesaggi e personaggi, sono dettagliate come piacciono a me, ognuno aveva un suo ruolo e pareva quasi che i protagonisti della storia assistessero nascosti dietro le righe alla mia lettura, per osservare la mia reazione. La trama è quasi commovente, realistica e racconta di una amicizia speciale e di una persona che è raro incontrare. Ciao, buon lavoro…

  7. Bel racconto, bella la storia, ben descritto, realistico soprattutto nella scelta del protagonista di conservare l’intimità di un rapporto particolare e difficile da spiegare. Mi ci sono ritrovata. Grazie e bravo.

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