Il mio biliardo

Più che un racconto è un omaggio, anche se non mancano episodi e personaggi, spero non annoierà troppo chi si avventurerà nella lettura, pur non appartenendo a questa… setta.

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Spiegare il biliardo è un’impresa complicata, non a caso tutti quelli che ci hanno provato hanno usato il condizionale, non solo per analizzarne storia e origini, ma spesso anche per raccontare situazioni e aneddoti recenti. Il biliardo ha ispirato scrittori, pittori, grandi registi, non ha una data di nascita certa, anche se le prime tracce risalgono (o vengono fatte risalire) alle origini della civiltà, qualcuno sostiene che abbia albori plebei, altri scommettono sulla sua nobiltà, producendo, come prova, tavoli scolpiti, veri capolavori d’artigianato riconducibili a Luigi XV (Maria Antonietta era una giocatrice accanita); la letteratura di quei tempi è ricca di storie, aneddoti, amori, tradimenti, intrighi, con il biliardo a fare da sfondo; molti hanno addirittura tentato di appioppargli poteri misteriosi, se non addirittura occulti, non la pensava così Pio IX, che nel 1846 fece installare un tavolo in Vaticano (il biliardo è stato per un lungo periodo l’unico gioco ammesso nella Città Santa), contribuendo ad aumentarne la fama. Nemmeno oggi però manchiamo di originalità, sono rimasto incredulo leggendo il risultato di uno studio “scientifico” condotto dal dr. Rolf Lapoi, che, dopo aver esaminato oltre quattrocento persone (uomini e donne) impegnate al biliardo (il gioco consisteva nel colpire la palla da posizioni particolari, utilizzando una normale stecca…), ha stabilito che le lesbiche sviluppano uno speciale rafforzamento dei centri di consapevolezza nel cervello, rendendole particolarmente adatte ad attività dove sia richiesta precisione e capacità decisionali.

Il grande scrittore canadese Morderai Richler, studioso e grande appassionato di snooker, sosteneva che il biliardo è un gioco troppo serio per lasciarlo ai cronisti sportivi e se qualcuno si prenderà la briga di leggere il suo libro (Il mio biliardo edito da Adelphi), non potrà che dargli ragione.

Il mio biliardo (quello di questo racconto) è diverso, molto diverso, anche se mi rendo conto di fare un’affermazione astrusa e forse contraddittoria, il biliardo è uno solo e le diverse versioni, i correttivi, le invenzioni, i tanti giochi inventati, non cambiano questa realtà, ha attraversato i secoli, si è adeguato agli usi e ai costumi, è sopravvissuto alle mode. La diversità che richiamavo é di altra natura, il biliardo protagonista di questo racconto (i protagonisti sono tanti, alcuni citati, altri sfiorati appena, altri ignorati, sta a chi legge individuarli, riconoscerli, farli vivere), non muove interessi milionari come lo snooker, non entra nei palinsesti della televisione, non conosce gli sfarzi di San Remo o di S. Vincent; vive soprattutto nelle periferie, nei bar di paese, nei circoli, spesso sottovalutato, considerato quasi con disprezzo, anche dagli stessi addetti ai lavori.

Il mio biliardo ha le buche, quattro bilie bianche, quattro rosse e un pallino blu, ha regole semplici, si gioca senza l’ausilio della stecca, bisogna terminare la mano, con almeno una delle proprie bilie più vicina al pallino per conquistarsi il diritto di bocciare, più birilli abbatti, più punti realizzi. La bellezza sta proprio nella semplicità, attenti, però, semplice non significa banale, insulso, c’è grande differenza tra il far rotolare una palla per passare il tempo e impegnarsi nel gioco, calarsi nella competizione, concentrarsi fino ad annullarsi, almeno per il tempo della partita, ed è proprio la grande semplicità a rendere il gioco difficile, bisogna possedere sensibilità, capacità di scegliere le traiettorie, le giocate migliori in un attimo, ridurre le possibilità di scelta del tuo avversario. Questo non è il polo, il golf, il tennis, sei da solo, davanti a un rettangolo che azzera tutto, puoi essere il Principe del Galles, ma se il tuo avversario è più bravo non hai scampo. So che state pensando che non c’è differenza con gli altri giochi che ho citato, ma non è così. Spesso nello sport e più in generale nella vita c’è una selezione naturale: “Alzi la mano chi ha visto un operaio metalmeccanico smettere la tuta e indossare la divisa da polo, salire sul cavallo e disputare una partita nel circolo più esclusivo della città?” Il polo è solo un esempio, forse un po’ paradossale, ma se ci si pensa un attimo, ci si accorge che è così per molti altri sport e giochi (se vogliamo considerare tali, il bridge, gli scacchi, ecc.), se non è questione di soldi, è il fisico o la mancanza di strutture: se Mark Spitz fosse nato nel mio paese, probabilmente non saprebbe nuotare. Concetti forzati? Forse, ma scava, scava….

Il biliardo è un’altra storia. Il biliardo è il gioco più democratico del mondo (abbiamo citato Versailles, la Città del Vaticano, S. Vincent), ma date un’occhiata al bar sotto casa e ne vedrete quasi certamente uno.

Ho visto giocatori percorrere migliaia di chilometri, a proprie spese, senza riuscire a vincere una partita, ho visto centinaia di persone sedute su scomodissime tribune costruite con tubi innocenti, garantisco personalmente sulla correttezza del termine, resistere fino a notte fonda: unica concessione qualche pausa per mangiare una piadina o bere un caffé.  Cosa li lega a questo gioco? Molti non saprebbero rispondere, non riuscirebbero a spiegare un legame tanto forte.

Non credo siano mai state fatte ricerche, se qualcuno decidesse di provarci si sorprenderebbe dei risultati, scoprirebbe che quello agonistico è solamente uno degli aspetti, si comincia molto prima: le fasi che precedono l’inizio delle competizioni andrebbero filmate e proiettate nelle scuole, i riti propiziatori, i comportamenti dopo una sconfitta, fanno parte di un mondo complesso, affascinante, ricco di umanità. Imprenditori, impiegati, operai, disoccupati, ricchi, meno ricchi, poveri, intellettuali, presunti tali, gli immancabili stronzi, il biliardo azzera tutto, al momento dell’acchito, sono solamente persone che competono soprattutto con se stesse, consapevoli (molti …) che non diventeranno mai campioni. C’è gente che gioca da decenni e non ha mai vinto una gara, ma è ancora in grado di entusiasmarsi per una partita vinta o solamente per una giocata riuscita. Il Barone De Coubertin non c’entra, lo spirito è diverso, anche se non mancano le analogie. Perdonatemi l’ardire, ma non credo di poter essere smentito se affermo che questa società non sarebbe tanto mediocre se a guidare ogni azione non fosse l’interesse, se il valore non si misurasse solo in dollari, se l’entusiasmo avesse più spazio.

Banale? Troppi se? Ok. Passiamo oltre. Torniamo al biliardo.

Ho visto un mio amico avvocato (socio di uno studio tra i più affermati della città) mandare a quel paese il suo avversario, reo di avere vinto una partita in modo fortunoso e, mentre saliva sulla sua Mercedes, un transatlantico munito anche di bagno e doccia, gridare che prima o poi la fortuna sarebbe girata, che non poteva essere sempre così sfigato: nel contempo, a meno di cinque metri, il destinatario di quelle invettive (e di tanta presunta fortuna) tentava disperatamente di far partire la sua Skoda, che sembrava aver scelto quel parcheggio per spegnersi per sempre. Lo stesso avvocato in un’arringa difensiva arrivò a sostenere che il suo assistito, imputato per appropriazione indebita, giocava troppo bene a biliardo per essere colpevole e mentre il pubblico ministero si lamentava, tacciandolo di essere irrispettoso, il Giudice si limitò a sorridere. Dopo la lettura del verdetto di assoluzione, Sua Eccellenza avvicinò l’ormai ex imputato e raccontò un episodio di qualche anno prima: iscritto a una gara organizzata dall’Uisp, non gli fu permesso di giocare, per essere arrivato pochi minuti dopo il termine previsto, nemmeno i trecento chilometri percorsi, bastarono a convincere il giudice di gara, “Lei fu irremovibile, peccato non averla potuta condannare”. Sorrise di nuovo, strinse la mano a entrambi e se ne andò. Raccontandomi l’episodio, Perry Mason si lasciò sfuggire “Noi giocatori di boccette siamo davvero un po’ stronzi”: non avevo mai considerato i giocatori di biliardo una categoria e risposi che erano gli avvocati a esserlo e tali rimanevano a prescindere dallo sport praticato. La battuta concluse la serata, ma sapevo che ci avrei rimuginato per settimane. Forse è nata in quel momento l’idea di scrivere un racconto, di cercare di far conoscere altri aspetti, non il gioco, ma l’umanità, le culture, i valori.

C’è un episodio a cui ho assistito personalmente che racconto spesso: dopo l’ennesima giocata fortunosa, che chiudeva la partita a suo favore, un ragazzo dall’aria per bene, si fece sfuggire un …. “ripetita juvant”. Il suo avversario, lo guardò perplesso, quasi minaccioso, al punto che il giovanotto si affrettò a tradurre: “le cose ripetute giovano… é latino”, aggiunse quasi balbettando. Lo sguardo dell’altro si fece ancora più scuro, sembrava indeciso, poi incupito ma risoluto, sbottò: “Ma va a cagar, l’é frares” … ma anche questo giova e soddisfatto della sua performance, allungandogli la mano, scoppiò in una risata fragorosa. Culture a confronto.

Una sera in un bar, che ospitava una delle tante gare minori, ero seduto in attesa del mio turno, riflettendo su tutto questo, quando si avvicinò un uomo, chiaramente alticcio, “Giochi anche tu?” Cominciò a parlare prima che potessi rispondere, all’inizio non feci caso a quello che dicesse, poi tentai di capire qualcosa, per potermene liberare; parlava un italiano corretto, quasi forbito, ogni tanto mi guardava e si fermava come per lasciarmi spazio, qualche secondo e ricominciava, fintanto che non si alzò facendo cenno di andarsene “Sai perché mi piace il biliardo? Offrimi da bere e te lo dirò …” . Lo lasciai senza risposta, dovevo giocare, lui non si mosse, non perse una giocata, non staccò mai gli occhi dal panno. Attese fino alla fine, mi seguì nel parcheggio, dirigendosi sicuro verso la mia station wagon, non ricordavo di averlo incontrato in altre occasioni, ero curioso, ma non chiesi nulla, temevo di non liberarmene più, sembrava aver recuperato lucidità, mi raccontò del ragazzino che mi aveva battuto (lui usò il termine stracciato), un ragazzo taciturno, dall’aria triste, “Una famiglia di merda, una madre puttana, un padre ubriacone, e lui … un po’ ritardato, ma quando gioca diventa un Dio, precisione, tecnica, carattere … proprio un Dio ….” , mentre parlava le lacrime cadevano copiose, ma non se ne curava, stavo cercando le parole per non essere scortese, avevo fretta; a dire il vero, non me ne fregava niente delle frustrazioni di quello sconosciuto, cominciavo a spazientirmi, anche se per la verità lui non faceva niente per trattenermi; d’un tratto mi rivolse un ultimo sguardo e mi salutò con una vigorosa stretta di mano. Lo sguardo era lo stesso del ragazzino, l’unico che mi aveva rivolto al termine della partita, tendendomi la mano, come da cerimoniale. Fui sul punto di richiamarlo, i ruoli sembravano essersi invertiti, ma rimasi in silenzio. Non ho più dimenticato quegli occhi lucidi, fieri quanto disperati. Non l’ho più rivisto: il ragazzino invece l’ho incrociato spesso, educato, taciturno, occhi bassi e fare incerto, sempre a disagio, non l’ho mai visto ridere, l’ho visto piangere al funerale di un amico, un uomo di trentadue anni, che ha voluto essere sepolto con la maglia della sua squadra, una maglia azzurra con la scritta pubblicitaria di un imbianchino locale; la teneva stretta tra le mani quasi fosse un rosario, un gesto d’amore da accettare in silenzio. La moglie salutandomi mi confessò di sentirsi in colpa per tutte le volte che aveva rifiutato di accompagnarlo, “Non sono mai riuscita ad appassionarmi, mi sentivo un’intrusa, l’ho quasi odiato quando mi ha chiesto di seppellirlo con la divisa … non riuscirò mai a capirvi …” .

Ci sono cose che non si possono spiegare.

Ho un ricordo nitido di Mimmo, non ha mai smesso di giocare nemmeno durante la chemio, portava i segni della lotta impari, ma non si arrendeva, “Se mi fermo sono già morto”.

Ci sono cose che non si possono spiegare, ma possono aiutare a capire.

Una volta ho letto, non so più dove, che Billy Graham diceva di aver trovato Dio su un campo di golf, non specificava a quale buca, ma pazienza … non so se qualcuno ha fatto altrettanto giocando a boccette, snooker o carambola, quello che ho imparato è che spesso trovi risposte dove non avresti mai pensato di andarle a cercare.

* * *

Alla fine di un racconto non scorrono i titoli di coda, ma stavolta facciamo un’eccezione:

– Lo sconosciuto del bar, nonché padre del ragazzino, morì la notte stessa investito da un camion, non fu mai chiarita la dinamica dell’incidente.

– Il ragazzino “un po’ ritardato” gioca ancora come un Dio, si è laureato in ingegneria informatica, lavora con me e tra una partita e l’altra ha trovato il tempo di fidanzarsi con mia figlia.

– La moglie di Mimmo ha sposato il mio amico avvocato (un ritorno di fiamma, avevano avuto una storia ai tempi del liceo) e continua a non capire come ci si possa entusiasmare guardando palle che rotolano su una superficie piatta (la descrizione è sua), ma ogni tanto la si vede seduta sulle scomodissime tribune.

– Il giudice continua a fare il giudice. L’ho incontrato in una gara a coppie (il mio partner era Perry): indossava una maglietta giallorossa con una scritta blu “IMPIANTI ELETTRICI BRUSEGHIN & SOAVI”. Il sorriso che ci siamo scambiati è stato più eloquente di ogni parola.

– Dimenticavo l’ex imputato: è agli arresti domiciliari e questa volta nemmeno Perry Mason, quello vero, riuscirebbe a salvarlo, forse se restituisse i sette milioni di euro che ha truffato ai suoi clienti, potrebbe alleggerire la sua posizione, ma per il momento sembra intenzionato diversamente. Per la cronaca passa il tempo giocando a biliardo, un tavolo nuovissimo che si è fatto installare nella sua villetta.

Manco soltanto io, ma di me sapete tutto o quasi, passo la maggior parte del mio tempo in mezzo alle scartoffie, faccio ancora qualche partita a biliardo, scrivo racconti e frequento un sito di …..

4 pensieri su “Il mio biliardo”

  1. Carissimo, è sempre un piacere leggerti.
    Si…, ci sono cose che non si possono spiegare…, a me hai fatto tornare in mente quando mio marito, allora giovane sotto i trent’anni, giocatore accanito di biliardo dell’Accademia fiorentina, giocava, ed io, col pancione, il sabato pomeriggio, andavo a prenderlo, poi saremmo andati a cena fuori… Oggi, lui, fuori allenamento, io senza più pancione e con un figlio alle porte dei trent’anni…., già ci sono cose che non si possono spiegare…., solo il cuore, qualche volta in compagnia della mente, lo fa.
    5st.
    Sandra

  2. Hai raccontato in modo interessante una passione e un mondo sportivo che ignoravo.
    Mi è piaciuto leggerti.
    anna

    5st.

  3. Complimenti, davvero un bel testo… mi hai fatto venire in mente “Bar Sport” il libro di Stefano Benni… 5 stelle!

  4. Complimenti… mi hai fatto notare alcuni risvolti di questa passione finora solo intuiti…

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