Post Scriptum

La centrale nucleare era un panorama agghiacciante per il nuovo Parco dell’Idroscalo milanese sempre pieno d’estate di bambini e famiglie. Anche quest’anno l’associazione delle massaie pugliesi emigrate aveva scelto questo posto come location del raduno estivo. Centinaia di ragazze e signore d’origini pugliesi, pagando un costoso compenso alla società Ludomilano S.p.a. che aveva acquisito dal comune, anni orsono, il lago artificiale e tutto l’intorno, si riunivano con parenti ed amici per imbandire metri e metri di tavolate con le migliori leccornie del tacco d’Italia pescando a ritroso nel ricettario della nonna. Era una moda ormai che impiegate, dottoresse, avvocatesse, direttrici di banca, donne in carriera e quant’altro si dedicassero a rispolverare mattarelli e ad armeggiare con farina, acqua, sale e lievito per imparare a fare cavatelli, orecchiette, panzerotti, focacce.

Anche Maria Grazia ne era stata contagiata e, dopo aver frequentato un corso da massaia, era in grado di riproporre numerosi piatti, sia dolci che salati, della sua amata Puglia. Naturalmente non poteva mancare all’evento dell’estate per mettere in mostra la sua bravura ai fornelli e trascinò libero in questa giornata del vintage culinario.

Già alle prime luci dell’alba Maria Grazia era sveglia ed eccitata e già cominciava a preparare tutto il necessaire della perfetta massaia. Poi passò ad una accurata scelta dei vestiti da indossare che comportò numerose prove nonostante fossero almeno quindici giorni che faceva shopping perché, a sua detta, non aveva nulla da mettersi per quel giorno. Libero naturalmente arrancò dietro di lei trascinandosi la loro bambina di tre anni, facendo da baby-sitter e da consigliere per sua moglie. Ogni volta lo stesso dramma e lui doveva dissimulare anche interesse per non essere opportunamente accusato da sua moglie di menefreghismo maschilista. Libero sopportava lei e i suoi gusti discutibili e dava consigli cercando di leggere la psiche complessa di sua moglie per non darle pareri sbagliati: dire che tutto le stava una meraviglia era assolutamente da evitare, l’avrebbe mandata su tutte le furie, e dirle la verità lo stesso. Doveva capire qual era la cosa che le piaceva e dirle che era proprio quella la migliore, che la snelliva esaltandone la bellezza. Ed ogni volta era dura! Comunque Libero pazienza e rassegnazione ne aveva. Dopo la scelta dei vestiti, passò alla cura del corpo: lavarsi, eliminare peli superflui, passarsi lo smalto in pendant con i vestiti, fare la piega ai capelli, truccarsi.

Libero invece sonnecchiava in dormiveglia nel lettone con la figlioletta e come sempre si preparò all’ultimo momento e di corsa con sottofondo di borbottio di Maria Grazia che ripeteva a cantilena che sarebbero arrivati in ritardo.

Arrivati che furono all’Idroscalo, dopo aver parcheggiato la sua SW e pagato in anticipo il parcheggio per tutta la giornata, si tuffarono nell’avventura domenicale.

Libero prese la bambina e la portò a giocare mentre la moglie salutava con larghi sorrisi e calorosi abbracci tutte le sue compagne di corso massaie. Dopo i convenevoli di rito, le allegre casalinghe si dedicarono ai fornelli.

Maria Grazia, cucinava e di sottecchi guardava di tanto in tanto gli altri due membri della famiglia che giocavano insieme perché fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Non tanto per la bambina alla quale lei sapeva bene che Libero era ben in grado di badare, quanto per la numerosa presenza di donne che potevano insidiare suo marito avvicinandosi proprio con la scusa della bambina. Era maniacalmente gelosa lei.

Libero sapeva di essere controllato ed ogni tanto la guardava e le sorrideva come per dirle stai tranquilla sono qui ed ho occhi solo per te, amore.

Amore! Che parola grossa! Era più che altro un’abitudine ormai, o forse sarebbe meglio dire che era quasi sempre stato un modo gentile di appellarla e basta.

S’erano conosciuti sei anni fa a Gravina. Libero era ritornato nel suo paese natale per il funerale di suo nonno e s’era fermato qualche giorno. Approfittò per rivedere qualche vecchio amico ed organizzare una cenetta. Questi, sapendo Libero single duro, portarono una loro amica, una brava ragazza, seria come non se ne trovavano ormai più, Maria Grazia appunto. Anche lei era single da un paio d’anni ché dopo tredici anni di fidanzamento era stata lasciata. La povera sfortunata s’avventò sulla preda e non mollò Libero un secondo.

Lui del resto era da un po’ che soffriva di solitudine e, dopo la sua ultima storia con la sua francese, non aveva più riprovato ad avere un rapporto serio. Aveva dapprima provato a fare il vitellone con le donne ma presto se ne era stancato: in fondo chi nasce quadrato non può morire tondo e non si può far finta di essere quello che non si è troppo a lungo. La pena di dover fingersi interessati a qualcuno solo per avere il suo corpo faceva provare a Libero una forte pena per se stesso. Si sentiva anche ridicolo. Allora mollò totalmente. Ma si sa, l’età avanza e lo specchio inesorabile e crudele non perde occasione per ricordarcelo. Libero poi teneva bene a mente le parole di quella vecchia volpe di Houllebecq,invecchiare è orribile ma farlo da soli è insopportabile!”, e cominciava ad avere paura. Il fuoco romantico s’andava affievolendo e Libero lo guardava rassegnato come si guarda un camino che si spegne lentamente quando non si ha più legna per alimentarlo. Quelle favolette che l’avevano infiammato erano da accantonare, il tempo delle mele era finito, le mele erano cadute, erano marcite per terra ed anche l’albero era ormai un fusto con poche ramaglie secche. Non poteva passare la vita a guardare quel cavolo d’albero morto! I suoi amici erano tutti “sistemati” ormai e lui alla veneranda età di 38 anni cosa aveva concluso?

Allora cedette alle malie di Maria Grazia e ai consigli dei suoi amici e se la fece piacere. Lei fu subito presa da questo ragazzo un po’ strano, a suo modo eccentrico, che le parlava di poeti che non conosceva e cantanti mai sentiti, che le sembrava così buono e gentile, così dolce, premuroso e attento, una persona speciale che niente aveva a che fare con quel rozzo figuro che l’aveva accompagnata per tredici lunghi anni. Lei si trasferì subito a Milano in primis perché passare ore ed ore al telefono era sfiancante e poi perché lei subito riuscì ad avere supplenze in una scuola elementare.

Insomma, Libero s’arrese al suo destino, e dopo due anni appena, dopo frecciate e frecciatine di lei, si presentò una sera con un bell’anello e le chiese di sposarla.

Dopo il viaggio di nozze Libero già sarebbe scappato. Si sentiva soffocato, ostaggio di una persona che non amava. Ma non si può sempre avere tutto e forse nella vita bisogna solo decidere se essere l’ostaggio di chi ci ama ma che non amiamo o essere un inutile accessorio della vita di chi amiamo ma non ci ama.

Alla fine per fortuna venne la gravidanza e il cuore tempestoso di Libero si calmò. Dopo varie discussioni con sua moglie sui nomi del nascituro/a, decisero che avrebbe scelto Libero per una femminuccia e lei per un maschietto. Il destino volle che fu lui a decidere e quella bambina divenne il grande amore della sua vita. Se ne tatuò anche il nome con annessa sceneggiata isterica di sua moglie ma del resto lo sapeva che aveva sposato un tipo un po’ inusuale.

Maria Grazia chiamò Libero ad alta voce e con plateali gesti facendo sobbalzare i suoi novanta kili urlando: “Amoreeeee, amoreeee, dai venite che è pronto! Amoreeee! Amoreeeee!”

Liberò sentì risalire un rigurgito di disgusto come spesso avveniva quando lo chiamava così in pubblico e lo ricacciò giù. Gli venero in mente le parole di una vecchia canzone dei tempi della sua giovinezza: “è la vita ed ora che cresci devi prenderla così… sì, stupendo!…..” Poi prese Valeriè in braccio, la baciò in fronte, la fece roteare in aria come piaceva a lei sperando in cuor suo che non sarebbe mai diventata come sua madre e la portò verso la tavolata dove a breve sarebbe iniziata una maratona culinaria.

5 pensieri su “Post Scriptum”

  1. Caustico, realistico, un po’ triste: così mi è sembrato questo racconto. L’amore vero per la bimba (quello sì) è la grande consolazione del protagonista.
    Il racconto è l’affresco di uno scorcio di vita in agrodolce. Quanti si sposano soltanto per vincere la solitudine? Quanti perdono il bus giusto e vanno un po’ alla deriva? Quante volte “amore” è una parola abusata e falsa?
    Questo scritto apre gli occhi sulla realtà della vita, sulle insidie del compromesso, sulla speranza consolatoria di una nuova vita che sboccia.
    5 stelle – Michele Fiorenza –

  2. Povero Libero! Lo ritrovo sposato scontento con tanto di grassona gelosa! Però padre felice di una bella bambina! Eh… Libero…, le mele son cadute e hai preso l’ultimo treno, anche se era traballante….
    Molto piacevole, Marinaio!
    5st e un abbraccio.
    Sandra

  3. Libero é la giusta rappresentazione di una parte che tutti abbiamo, una persona oppure il lavoro e quant’altro, tutti ma penso proprio tutti hanno cose alle quali farebbero volentieri senza.
    Ci si consola con altre situazioni che compensano.
    Chi non trova i giusti equilibri è spacciato…
    Mi piace come scrivi, complimenti Libero….
    Oooooohh scusa, Merendero. 🙂

  4. Carino… dal tono leggero e riflessivo allo stesso tempo. Non stanca e non annoia chi legge.

  5. Carissimo GiuseppeAntonio,
    trovo che il racconto raggiunga vette di arguta ironia, a cominciare dall’armata delle donne pugliesi trapiantate al Nord che si cimentano all’Idroscalo nella gara culinaria che solo chi non conosce lo spirito della pugliese verace non può non apprezzare.
    Libero, rassegnato nel suo ruolo di capo harem, in fondo le sue due donne dipendono da lui, esprime al meglio l’annichilimento di chi deve stare al suo posto e tenere la posizione, ma i suoi pensieri, la sua grigia storia “d’amore” sembra raccontata in dialetto, in una di quelle sere della lunga estate pugliese, tra amici, seduti in piazza sulle panchine di marmo, mentre il respiro caldo della giornata cede il posto alla breve frescura della notte.
    Geniale poi quel nome, Valeriè, dato alla bambina che è a ragione, l’unico vero amore della sua vita.
    5 stelle.
    anna

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