Il compianto sogno di Ely

Era un rito. Mettersi un anello al dito prima di cominciare a scrivere. Uno di quelli appesi ai portachiavi: ferrosi, graffianti, larghi.

Scrivere era un’esigenza. Battere su quei tasti era sistemare nel modo giusto tutto quello che gironzolava per la testa; era dare forma ai propri sentimenti, alle verità taciute, nascoste, brutali o fantastiche.

Scrivere era un modo per comunicare. Parlando in silenzio. Nel silenzio di una stanza vuota, in cui l’unico rumore è un tic toc continuo, impercettibile, veloce.

A volte però dentro di sé Ely trovava il vuoto. E scrivere era schiacciare la noia, ritrovare l’orientamento perso, ritornare a se stessa, a quel grumolo di forse, di perché, di certezze, di fragilità e di forza. Ritornare alla complessità del suo essere com’era.

Metteva la musica forte, leggeva i testi di quelle canzoni, quasi per trovare nuova linfa. Nuovi fiumi da poi far scorrere su pagine bianche. La soddisfazione di finire un racconto non era paragonabile a nessun’altra gioia. Mettere un punto alla sua storia era volare. Raggiungere una vetta e alzare lo sguardo verso l’alto. Tuffarsi in una cascata e ritornare a galla come per rinascere. Pensava che le sarebbe piaciuto tanto diventare una famosa penna della letteratura. Ma solo dopo la sua morte. Grazie ai suoi scritti gelosamente conservati nei cassetti e ritrovati. Così niente interviste, niente contratti con le case editrici, niente soldi, per quella che era la sua passione e non voleva diventasse il suo mestiere.

Quando Ely si chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande sapeva che avrebbe voluto scrivere. Ma durante la notte, tra una pappa, una cena e il lavoro. Nel segreto. Parlando in silenzio. Nel silenzio di una stanza vuota…

In quella invece c’era sempre qualcuno. Ad accarezzarle la mano, a parlarle, a piangere e pregare che tutto finisse al più presto. Ely non aveva mai sognato così tanto. E lì dov’era non trovava penne. Le sarebbero servite. Aveva una gran voglia di raccontare tutto.

 

Lele sorseggiava il suo caffè, discutendo come sempre dei soliti esami che aveva fatto quel giorno. Nei ragazzi che incontrava ritrovava lo studente che era stato. Distratto, lento, confuso, sempre indeciso su quello che avrebbe voluto per sé. Ma intelligente, riflessivo, capace di improvvisare un esame anche senza aver studiato tanto. Mentre da universitari parlavano degli esami che dovevano preparare, pretesto per sentirsi, per ripassare insieme, per festeggiare al bar, ora parlavano di quelli che facevano insieme da insegnanti. Tante dichiarazioni taciute, allora, tra una granita e l’altra! Tanta complicità, nascosta dietro una banale amicizia tra colleghi!

Ora da marito e moglie rubavano carezze alla distrazione degli studenti, e i baci schioccavano al gusto di limone, di fragola, di quel caffè che ad Ely non piaceva ma che la teneva sveglia. E che sapeva di giusto spuntino da letterati. Serpeggiavano ti amo tra occhi di bue alla nutella e statini e libretti da firmare. E quel giorno, mentre assaggiavano quella crostata, che come sempre aveva il difetto di avere troppo burro, Ely disse a Lele che ce l’avevano fatta. Loro figlio era in viaggio. Lo avrebbero chiamato Immanuel come Kant, Giacomo come Leopardi, o semplicemente come il nonno?

Lele sorrise come mai aveva fatto prima. Finalmente Ely trovava nei suoi occhi quello che gli era sempre mancato: l’entusiasmo! E forse da questo avrebbe dovuto capire che era solo un sogno, perché infatti Gabriele era lì, in quella stanza, mai vuota, che sospirava e chiedeva a Dio che quello strazio finisse. Che Elisa si spegnesse per sempre. Che smettesse di dormire, incosciente e indifesa. Che andasse in un luogo in cui avrebbe potuto pensare, scrivere tutte le storie che aveva in mente, raccontare quanto era stato bello il loro amore, ora straziato da una sonda e da un respiratore. Voleva poterla sognare seduta a battere dei tasti. In silenzio, parlando. Nel silenzio di una vuota stanza.

 

Il mare era agitato. Non aveva mai saputo nuotare, non era mai riuscita a stare a galla. Si era sempre fermata a riva. Il mare era per Ely una pericolosa meraviglia. Guardandola però si sentiva serena. Era come se con gli occhi riuscisse a domarlo. Come se dalla terra ferma riuscisse a sfidarlo e ad uscire vittoriosa da questo scontro, come se da lì riuscisse a conservare solida quella razionalità che si liquefava subito, appena i suoi piedi sentivano il vuoto. Era come se il mare, il suo peggior nemico, riuscisse a parlarle e a darle consigli. Ed era lì ad ascoltarli, a riflettere da sola. Questa volta, però,  pensava non a come sarebbe stato il protagonista delle sue prossime pagine, ma a come sarebbe stato suo figlio.

Ancora doveva dirlo ai suoi amici. Dopo la laurea tutti erano spariti in città diverse. Era la triste sorte di Messina, che lenta a svegliarsi dal suo letargo esiliava i suoi figli, dilaniati da desideri ambivalenti: il desiderio di volerla aiutare a rialzarsi e quello di fuggire via per poter realizzare i propri sogni.

Il mare le suggeriva che quell’esserino che dentro di lei continuava a crescere avrebbe avuto gli occhi del suo colore. Forse quella sarebbe stata l’occasione per fare pace. Finalmente.

 

Elena si disperava. Piangeva quella figlia che non era né viva né morta. Ma sospesa. In uno stato che nessuno conosceva. Si chiedeva se soffriva, se sentiva. Se serviva a qualcosa l’affetto di cui la circondavano, i rumori registrati che le facevano ascoltare.

Il loro era sempre stato un rapporto conflittuale. Ely era stata una figlia difficile pur non essendolo. Non faceva tardi la sera, non dava preoccupazioni, era responsabile e non disobbediva. Accettava i no, le imposizioni, i consigli non richiesti. Ma non era mai d’accordo. Obbediva senza dimenticarsi di esprimere il suo disappunto. Per sé decideva solo quello che lei stessa riteneva opportuno. Era impossibile farle cambiare idea, impossibile mettere in discussione le sue scelte, arduo conquistare la sua stima, complicatissimo avere la sua fiducia. Ely non si confidava. Criticava. E purtroppo spesso era impossibile darle torto. Era questa la cosa che ad Elena dava più fastidio. Che sua figlia fosse consapevole di avere ragione e mai disposta a dimenticarselo. Quante liti, quanti discorsi! Poche coccole. Elisa non le amava. Tutti ricordavano lei bambina che scappava a lavarsi il viso quando qualcuno la salutava dandole un bacio.

Aveva cinque anni quando alla festa di carnevale avevano deciso di premiarla per la maschera più bella, e un vecchietto dai capelli tutti bianchi le disse che le avrebbe consegnato la coppa solo se gli dava un bacio. Quella era stata la prima volta che Elisa aveva baciato qualcuno che non fosse Elena.

Ora Ely era più matura, pazzamente innamorata di Lele, più dolce e più comprensiva con il mondo intero. Ma ancora Elena non l’aveva mai vista piangere. Non l’aveva mai sentita parlare di dolore, sofferenza, delusioni.

Elisa le era sempre sembrata la più forte, tra i suoi figli. Ora che era lì in quel letto sembrava mostrarsi per la prima volta fragile e bisognosa di amore come tutti. Ed Elena si pentiva di tutte quelle volte in cui aveva pensato che forse Elisa, a differenza degli altri, poteva anche farne a meno, del suo affetto.

 

Irene correva. Dietro agli altri bimbi frequentatori assidui della Villa. Ogni domenica lì, con i loro genitori, vestiti a festa e con un sorriso grande grande stampato in viso. Si perché alla fine era una bambina. Niente Kantini in arrivo. Avevano pensato di chiamarla Anna come la Arendt. Poi hanno deciso che non le auguravano di dover vedere guerre e sterminii. Ma che le auguravano la pace. Così avevano scelto Irene.

Ely era lì che si divertiva e Lele spaventato da ogni cosa. Aveva sempre paura che si facesse male, che scappasse per strada, che venisse investita. Il solito pessimista, il solito pesantone cervellotico che non vede mai niente colorato e presagisce sventure. Uno di quei filosofi che se fosse finito su un manuale gli studenti avrebbero definito depresso e sfigato. Ma Ely lo amava anche per questo. Mai Elisa aveva amato un ragazzo spensierato e divertente. Sempre e soltanto “falegnami mentali”.

Irene ora mangiava il suo gelato felice. Con un palloncino in mano. Prima o poi le sarebbe volato e avrebbe capito che la felicità dura pochi attimi… poi vola via, e torna indietro sotto altre forme, dopo molto tempo, sempre per pochi istanti.

 

E il palloncino di Lele era volato.

Elisa era stata la sua unica possibilità per poter sorridere. E forse lo capiva solo adesso. Che non gli rimaneva che piangere.

 

Si era convinta. Anche se come al solito non aveva trovato nessuno disposto a farle compagnia. Questa volta era lì, non troppo lontana dal palco, a sentire Eros, ormai invecchiato, ma ancora l’unica voce capace di rivoluzionarle l’umore.

I suoi “colpi di naso”, così li chiamava Elisa, inspiegabilmente le procuravano una gradevole sensazione. Le davano conforto, carica, emozioni.

Era frastornata dal grande rumore che c’era. In mezzo ad adolescenti urlanti, che piangevano e facevano ondeggiare i loro cellulari accesi, cantando tutte le canzoni senza nessuna esitazione…

Se fossero state così sicure e preparate anche a scuola altro che lode agli esami! Avrebbero dovuto inventare un voto solo per loro.

Elisa invece aveva sempre avuto un difetto di memoria per le canzoni. Non riusciva mai a ricordare i testi. Ne cambiava le parole. Quelli in inglese non li capiva proprio. Non ne afferrava nemmeno uno. Anzi. Le canzoni in una lingua non sua si rifiutava pure di ascoltarle. Quelle di Eros forse erano le uniche che ricordava. Almeno le più famose. Almeno quelle che ascoltava di più.

Era contenta di essersi finalmente catapultata in quest’avventura. Per lei era un evento grandioso. Per Lele una scocciatura terribile. Anche quella volta si era rifiutato di accompagnarla. Lui odiava la confusione. Detestava la voce di Ramazzotti per lo stesso motivo per cui lei la venerava. Evitava le feste dei paesini, le fiere, la folla. Così insieme riuscivano ad andare solo al cinema, o al caffè letterario. A parte che ai convegni, alle conferenze e a casa degli amici. Nei giorni in cui Gabriele decideva che non aveva troppe cose da fare. Espressione che corrispondeva al suo sguardo assente, il suo corpo gettato sul divano, la mente altrove. In un mondo forse inesistente. Era quello il suo modo di mettere ordine a tutto. Di parlare. In silenzio, nel silenzio di una stanza vuota.

Stava parlando anche in quel momento. E ricordava un film sull’eutanasia visto con Elisa.

Era una storia vera. Un uomo che combatteva perché a nessuno fosse negato il diritto di poter scegliere la morte. Piuttosto che una vita che poteva anche non essere considerata tale.

Lui come al solito aveva fatto mille ipotesi. Tra se  e forse. Elisa non aveva detto nulla. Poi era tornata a casa ed aveva scritto. Era sempre così. Era sempre gelosa. Sempre troppo. Dei suoi pensieri, delle sue sensazioni. Sempre infastidita dai suoi mille ragionamenti. Sempre maledettamente sicura e decisa.

Amore mio.

Questa notte non so se riuscirò a dormire.

Mamma mia quanto parli! Quanto pensi!

Peccato che non decidi mai. Rimani sempre intrappolato nei tuoi forse, perché, ma.

Chi prende una decisione deve prima o poi smettere di contorcere la mente. E tu non lo sai fare. Mi chiedo se mi hai mai veramente scelta. Se hai veramente deciso di passare la vita con me o ci stai ancora pensando. E nel frattempo accetti il fatto che io abbia scelto te.

Mi chiedo se quando avremo la gioia di aspettare un figlio tu non ci metterai tutta la tua vita a decidere che vuoi veramente diventare padre.

Tu dici che la mia sicurezza ti spaventa. Che il mio più grande errore è quello di essere troppo categorica e patologicamente legata ai miei principi. Io invece detesto il tuo stato di incertezza. La tua paura di sbagliare. Di rischiare. Di eliminare una possibilità. Di mettere dei limiti alla tua mente. Che così magari potrà anche vagare dove vuole. Ma sarà liquida. Non avrà una forma propria. Si adeguerà sempre a quella dei contenitori. E rischierà così di subire una scelta per non averla presa.

Sono tante le ipotesi che oggi hai fatto commentando quel film.

E la conclusione era sempre che non avresti saputo cosa scegliere.

La mia invece è che amo la vita. Che la difendo. Che se anche desiderassi di morire mi sentirei in colpa per volerlo. E mai lo ammetterei. Che mai avrei il coraggio di chiedere a chi amo di ammazzarmi. Che mai gli infliggerei una tale condanna da portare dietro per la vita. Che mai ammazzerei chi amo.

Ecco. Tu penserai che non potrei dire queste cose. Che sto sbagliando a dirle perché, perché forse, ma se…

Ed anche se stessi sbagliando?

Ami una che sbaglia.

Che decide.

Perché mai vuole che gli altri lo facciano al suo posto. E anche per questo ti amo.

Perché so che con te non corro questo rischio. Se non riesci a decidere per te stesso, sicuramente non lo farai nemmeno al posto mio.

 

Lele non aveva mai letto quello che Elisa aveva scritto quella sera. Ma ne era convinto. Elisa non avrebbe mai scelto la morte. Elisa difendeva la vita anche se era solo piena di sofferenza.

Ma Elisa questa volta non poteva decidere. E Lele era stufo di non farlo.

Decise che Elisa doveva morire.

Fu lui a “staccare la spina”.

 

Elisa nuotava insieme ad Irene.

Era il loro primo giorno di vacanza.

Ely ormai galleggiava tranquilla e Irene non sembrava per niente aver ereditato la sua paura. Si divertiva un mondo, intrappolata in quella sua ciambellina colorata.

Elisa pensò che ci voleva una foto e si girò verso Lele che era in spiaggio a leggere. Ma non riusciva più a vederlo. Lele non era più lì. Forse era andato via. Forse perché in spiaggia era arrivata tanta gente. Sicuramente era andato a cercare il  suo divano. Era lì che parlava. In silenzio.

Nel silenzio di una stanza vuota.

5 pensieri su “Il compianto sogno di Ely”

  1. E’ una buona storia, Rita, ma, a mio parere, le manca l’ambientazione. Così sembra una raccolta di buoni appunti per un lavoro più ampio. Un romanzo?

    5st.

  2. Ci sono storie difficili da raccontare. Ci sono decisioni difficili da prendere o che forse non devono essere prese affatto. Mi hai fatto molto riflettere.
    5st. Ciao Greta

  3. Per giorgio alice: Grazie per la lettura e il parere!
    Per me era un racconto. Scritto di getto, dopo aver studiato bioetica. Era una mia personale riflessione, in cui i personaggi sono quelli della mia vita. Certo se ci uscisse un romanzo non è che mi dispiacerebbe. Magari quando sarò in grado di scriverlo!
    Per Greta: Grazie anche a te per la lettura e per il commento. Mi fa piacere che ti abbia coinvolto.

  4. Ciao Rita,
    questo racconto mi ha preso dall’inizio.
    Bella riflessione con finale inaspettato che la dice lunga sui comportamenti umani, ma c’è sempre una prima volta per tutto. Bellissime frasi sullo scrivere e… “era li che parlava….” è veramente significativa.
    Complimenti 5S
    Un caro saluto Luxia

  5. Questo romanzo breve è avvincente e rivela la finezza nel vivere la vita di chi l’ha scritto.
    Mi entusiasma questo continuo andare alla ricerca di risposte a grandi domande ineffabili e il tornare alla realtà quotidiana, frammentata, imperfetta ma amata.
    Lo stile è pulito, la forma agile. Che dire? A me sembra uno di quei brevi romanzi di Carlo Cassola, che mi piaceva leggere, proprio perché corti e intensi.
    Gabriella

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