Iniezioni

C’è iniezione e iniezione…

C’è quella di rigorosa memoria astronautica, quando, nei viaggi spaziali della seconda metà del secolo scorso, l’Apollo deviava dall’orbita terrestre per immettersi in traiettoria di raggiungimento della Luna.

Era la TLI, ovvero la Trans Lunar Injection e lasciava col fiato sospeso finché non seguiva il commento giornalistico che illustrava la telecronaca e tranquillizzava i nostri cuori affascinati: tutto era andato per il meglio e l’operazione era ben riuscita.

C’è poi l’iniezione, volgarmente detta “puntura”, che non ha niente a che vedere con quella da insetti (zanzare, vespe e affini) e vien praticata perlopiù sulle natiche, in caso di malattia, da personale esperto o quasi esperto o principiante.

Dipende da cosa passa il convento.

O, meglio, passava.

E’ chiaro che non mi riferisco alla pratica medica odierna in cui uno spray sostituisce uno sciroppo o un cerotto vale quanto una pillola. Penso a quando il lassativo era un cucchiaio di olio di ricino, sostituito nel tempo dalla Magnesia Bisurata e dalle compresse sciolte in acqua calda di Limonata Rogee, per finire alle zollette di Rim, che assomigliavano a gelatine di frutta e non erano niente male al gusto, come molti coetanei ricorderanno.

C’è stato un tempo in cui il ricostituente infallibile per ogni età era un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo di cui sono state scritte pagine epiche sulle smorfie, sui timori e sui ricordi abominevoli suscitati dal sapore rivoltante del medicamento maledetto che tanto faceva bene e che tanto aveva tormentato l’infanzia di scrittori ormai passati a miglior vita.

Penso agli anni in cui ogni difficoltà di salute si risolveva a iniezioni, con tanto di siringa fatta sterilizzare nel bollitore apposito, con il suo ago che non era affatto indolore, con il batuffolo di cotone imbibito di alcool denaturato pronto per disinfettare la parte corporale incriminata.

In ogni famiglia c’erano donne che custodivano il segreto di come operare al meglio, col minor dolore per il paziente, con la mano più leggera possibile.

Generalmente erano le zie vedove o zitelle che diventavano le Florence Nightingale dell’iniezione, depositarie della conoscenza ravvicinata dei culetti di ogni età, visionati periodicamente, alla bisogna.

Mi ricordo personalmente di una zia Leonarda, vedova della Guerra del ’15 – ’18, ormai anziana e artritica che infilzava tutto il parentado quando nel periodo invernale soccombeva all’influenza, mentre lei resisteva ai bacilli come ultimo baluardo di difesa e di protezione, probabilmente immunizzata a ogni forma di infezione essendo stata tra coloro che erano sopravvissuti alla Spagnola.

Alla sua morte, nella seconda metà del secolo scorso, il testimone di esperto familiare dell’iniezione passò a mio padre, uomo disponibile, serio e compito che aveva sulle spalle una lunga esperienza militare ed era la discrezione fatta persona.

Per mia fortuna non sono mai stata un tipo deboluccio e non ho quasi mai subito iniezioni per cui ho sempre rifuggito dal rito infermieristico e dalla voglia dell’imparare come si fa.

Mia madre, invece che è curiosa di natura  – anche se non lo ammetterebbe mai, anche adesso che ha superato i novant’anni –  ma è anche fifona e parecchio schifiltosa, intorno ai suoi quarant’anni improvvisamente decise che era necessario che un altro in famiglia imparasse l’arte per ogni evenienza e per ogni necessità.

Sotto la guida di papà si esercitò per giorni con un cuscino su come, dove e con che intensità operare, decidendo di mettere in pratica le sue conoscenze alla prima occasione, un malaugurato colpo della strega che colpì mio padre inaspettatamente.

Agì come le era stato insegnato: siringa sterilizzata, ago infilato, medicinale aspirato, fuoriuscita di alcune gocce per eliminare l’aria, pizzicotto nell’immaginario quadrante superiore esterno, colpo deciso per inserire l’ago.

L’urlo fu impressionante.

Ma non era di mio padre che, invece, protestava:

– Smettila! Non ho sentito niente!-

Era lei, con l’ago della siringa infilzato nel pollice sinistro che gridava:

-Aiuto! Aiutami!Mi faceva senso e ho chiuso gli occhi per non vedere: mi son centrata il dito. Ti prego, vestiti! Fa’ qualcosa!-

Altri tempi, ricordi lontani che mi tornano sempre in mente quando passa la pubblicità del “Già fatto? Pic Indolor, l’ago niente male!”.

14 pensieri su “Iniezioni”

  1. Uno stile di scrittura inconfondibile: elegante, sobrio e raffinato.
    Carissima, è sempre un piacere leggerti.
    Io ricordo benissimo l’iniezione volgarmente detta, come hai scritto tu, puntura.
    Ricordo l’ambulatorio scolastico dove venivano praticate le “punture” per i richiami ai vaccini….,
    rammento l’essermi scaraventata dal lettino ambulatoriale e tornata distesa solo dopo la promessa di mia madre sull’acquisto di una nuova sotto-veste col pizzo. Che ci vuoi fare, vanesia anche in tenera età….
    Delizioso, 5st.
    Sandra

  2. Che meraviglia i ricordi! E’ molto piacevole rievocare i momenti passati, siano essi di importanza planetaria che di semplice vita quotidiana. Anche nella mia famiglia è presente una maestra dell’arte dell’iniezione, mia madre. Non so se mai qualcuno deciderà di seguire le sue orme. Un tempo ci si aiutava nel momento del bisogno anche compiendo questi piccoli gesti. Oggi, spesso, ci facciamo troppe domande sulla responsabilità delle nostre azioni (se sbaglio e le faccio male, se per qualche motivo si sente male dopo la mia iniezione, non sono abilitata a fare questo tipo di iniezione… Alla fine per troppa premura (o per paura) si rischia di perdere quella che un tempo dalle mie parti si chiamava “semplice cortesia”.
    5s Complimenti!
    Greta

  3. Molto divertente|
    Le mie iniezioni erano delegate ad una certa Signora Letizia, che visitava i suoi “pazienti” arrivando con la sua bicicletta, e che vantava un passato di infermiera personale di un nobile nel “continente”, per cui nessuno metteva in dubbio la professionalità.
    E per noi bambini primavera ed autunno erano i periodi dell’anno in cui, per cure ricostituenti, c’era un appuntamento quotidiano con lady Letizia. Era bravissima e naturalmente misteriosa, per via della sua arte a noi lontana e sconosciuta.
    Ma vederla spuntare in fondo alla strada con la sua “graziella” sgangherata è un’immagine vivida della mia felicissima infanzia.
    Grazie, Anna, perchè era un ricordo dimenticato.
    A presto Luxia

  4. Punture? Avevo un anno e mezzo quando mi beccai la tubercolosi. Per farmi le punture mi dovevano sdraiare sul tavolo e tenere in quattro.
    L’unica consolazione alla tortura (giornaliera, per diversi mesi) erano le colorate caramelle di zucchero che, d’incanto, cancellavano le mie urla e il mio pianto disperato.
    Oggi ricordo punture e caramelle sorridendo e sorridendo ho letto il tuo racconto. Grazie.

    5s.

  5. Macchebello! Divertente, ma preciso ed attento! Visti anche gli altri commenti, sei riuscita a far tornare indietro nel tempo i lettori, suscitando quel solito sorrisetto che la dice lunga. Brava anche nel passare da un argomento ad un altro, a seguire una certa cronologia, partendo dal passato per arrivare al presente. L’unica cosa: la tecnica è si sobria, però mi sembra troppo “corretta”, che tutto è tranne che un errore 🙂

  6. Ciao Anna,
    mi sono divertita a leggere questo tuo racconto, semplice, bello ed elegante.
    Complimenti e 5 stelle.

  7. Contenta di avervi divertito!
    Anche mia madre che ha letto sia la sua disavventura che i vostri commenti, sorride.
    Baci.
    anna

  8. Molto bello il tuo racconto. Peccato che al giorno d’oggi non ci siano più queste persone che andavano nelle case a fare queste cose, anche se per i bambini era un vero dramma. A me le faceva una zia sorella di mio papà ed era bravissima. Lendro

  9. Grazie, Leandro!
    Ho visto il tuo commento e ho riletto il mio racconto.
    Credo di aver raggiunto e superato l’età sinodale…
    Ho imparato a fare anch’io le inezioni e quelle sottocutanee sono la mia specialità: indolori e senza lividi.
    Mi manca la bicicletta e poi potrei calarmi a pieno titolo nel personaggio.
    Un sorriso.
    anna

  10. Ciao anna ho letto il tuo commento e mi ha fatto molto piacere. Di dove sei? Scusa se faccio errori ma non è molto che ho imparato a usare il computer, ciao ciao
    Leandro

  11. Io mi ricordo che quando era il mio turno sarei scappato chissà dove pur di non farle ma c’ero obbligato e allora mi sottoponevo alla tortura e mi sdraiavo sul letto pronto a ricevere, ma non mi hanno mai dovuto bloccare perché sapevo che con le buone o con le cattive l’iniezione dovevo farla e perché mio papà mi diceva che dopo mi avrebbe preso un regalo alla fine del ciclo di iniezioni ed era quello che succedeva puntualmente. Una volta sola furono costretti a tenermi in due ma perché il liquido bruciava parecchio. Comunque complimenti a tutti per le risposte. Ciao

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