La seduttrice seducente. Una storia a Budapest

Questa storia vuole essere raccontata, la sua autrice pertanto si limita a stenderla, sperando di finirla in fretta e di andare a dormire prima che le suoni la sveglia. Premetto che non è un episodio comico, ma la storia di un’amicizia insana, forse la prima dei miei 23 anni. So che la mia età è molto giovane, ma non è proporzionale alla mia esperienza in questo campo.
Mi piace camminare sotto gli alberi dell’amicizia quando sono verdi di primavera ed aspettare che il sole faccia cadere i suoi frutti maturi, nuovi amici dai colori pieni, dai caratteri accesi, determinati, ma lo stesso pieni di curve dubbiose, a volte quasi infingarde.
“Scattivala quella lì, non la buttare,  se c’è il baco vuol dire che l’è bona”, mi diceva la nonna tanti anni fa, quando esaminavamo il raccolto di susine appena fatto.
Stasera, ho bevuto alcuni bicchieri di vino dolce chiacchierando in cucina con il mio coinquilino. Uno dei nostri rari ma divertenti momenti insieme. Lavoriamo tutti e due qui a Budapest, lui è ungherese e io sono italiana. Ci conosciamo solo da pochi mesi, da quando mi sono trasferita in questo cinque stanze a due passi da una delle piazze più sporche e rassicuranti che conosco, quella titolata alla cantante magiara Blaha Luiza, di cui ovviamente non ho mai ascoltato una nota. Un momento di intimità casuale, e uso questo termine perché  il ragazzo con cui vivo ha una rara forma di allergia ai pantaloni, che lo colpisce solo all’interno di luoghi chiusi non pubblici. Tradotto: in casa indossa solo le mutande. Sempre. Stasera, verso le otto ci siamo incrociati sulle scale “Vai a correre anche stasera? – non aspetta la risposta alla sua domanda retorica (indosso pantaloncini e scarpe da ginnastica) – “Grazie per il pezzo di dolce, era ottimo” – continua, riferendosi ad una fetta di una torta al cacao preparata nottetempo che avevo sistemato sul suo scaffale in frigo la mattina. Un ringraziamento per aver riparato la lavatrice. – “Quando torni? Tra un’ora immagino” – Di nuovo, non ho bisogno di aprir bocca. – “Bussa alla mia camera dopo, così ti faccio assaggiare un vino davvero speciale”.  Dopo la corsa ho bussato e abbiamo bevuto. La mia mente è tornata indietro di alcuni mesi, alla sera in cui, nella stessa cucina, la nostra ex coinquilina Dori è rincasata con una bottiglia di vino e si è seduta con me mentre cenavo. Ci siamo messe a parlare, io e lei da sole, e abbiamo seccato la bottiglia nel giro di mezz’ora. Una serata importante. Per me che mi sono sfogata di alcuni fatti della mia vita e per lei che ha detto di volerne fare una fortuna sfruttandoli per un romanzo a cui si starebbe dedicando. Con Dori è bene scomodare il condizionale, dato il suo spiccato istinto creativo e la sua abitudine di mantenerlo allenato con una buona dose di bugie al giorno. Siamo anche uscite insieme, io e Dori. Poche serate, lunghe e varie come piccoli viaggi in altrettanti mondi, a me sconosciuti. Una carrellata di episodi surreali e vaporosi, vissuti come sotto effetto di sostanze stupefacenti, con l’ebbrezza della stanchezza portata ai massimi livelli dal non-sonno. Momenti in cui avrei dovuto accorgermi di essere in compagnia di una persona dalla mente deviata, di una Dea Diana malvagia, pronta a ferire senza voler assaggiare la carne dell’animale cui ha tolto la vita. L’ho vista, far male alle persone. Pur riuscendo a mantenermi pulita, quando mi incitava a prendere l’iniziativa e fare i suoi giochetti crudeli, credevo in lei. Le volevo bene, ma in un modo insolito, nocivo. Di fermarla non mi andava, mi affascinava.
Stasera ho bevuto con il mio coinquilino, un ragazzo tranquillo e dalla battuta pronta, molto in gamba nelle riparazioni, dettaglio importante in una casa che cade a pezzi. Ad un certo punto, guardando al nostro unico quadro, mi chiede di Dori, che lo ha dimenticato attaccato al muro sopra il tavolo da pranzo: “Sai Claudia, Dori ha abitato qui per due anni, anche prima che arrivassi tu. Eravamo amici, credo, poi dopo il trasloco è sparita. Addirittura, se ora la chiamo non mi risponde”.

Dori ha dovuto cambiare sistemazione all’inizio di giugno. Secondo la versione ufficiosa, la sua, il motivo della sua dipartita sarebbe stato un improvviso aumento del suo affitto. Ora, anche se nel nostro appartamento ogni camera ha un prezzo diverso a seconda della sua metratura, escludo un incremento di tariffa mirato verso la sola Dori. La padrona di casa mi ha poi spiegato che la mia amica era insolvente da alcuni mesi ed ha preferito filarsela, piuttosto che andare avanti a tessere scuse poco credibili. Anche con me e il coinquilino non è mai stata molto sincera. Credevo di sì, ma in effetti i suoi discorsi abbondavano d’incoerenze. Per di più, ad entrambi deve dei soldi. Ce lo confessiamo dopo il terzo bicchiere di Tokaji. Il vino dolce non mi piace, di solito. Questo è una meraviglia. “Sai che poco fa ci siamo viste, io e Dori? L’episodio più strano della mia vita…” comincio, ma poi mi fermo. Il coinquilino mi guarda sorpreso: “Hai incontrato Dori? Dove?” “Scherzavo”. Mi riprendo. – “Ho visto una ragazza che le somigliava ma aveva i riccioli!”. Il mio coinquilino se la beve insieme ad un altro sorso di vino e se la ride pure: “Magari si è fatta la permanente per non essere riconosciuta dai creditori!”, scherza. Su quest’onda ne parliamo ancora un po’, poi mi congedo per andare a fare il bucato e a cenare.
Quella era Dori.

Poche ore prima.

Corro per una via di Budapest a pochi passi da casa mia, nelle gambe la sensazione di non aver più muscoli. Le mie corse serali sono il filo conduttore dei miei ultimi anni di vita, più fisse delle mie funzioni vitali. Posso cenare alle undici o posticipare il pranzo fino all’ora del té inglese, ma i miei quaranta minuti di pura corsa li faccio. In qualche modo devo diffondere nell’aere questa carica di energia che il mio corpo di ventiduenne più uno si ritrova addosso ogni giorno. Sarà che vivo all’estero, da sola e vittima di uno spietato andirivieni di amici in Erasmus, che sono alla mia prima esperienza di lavoro seria, sarà l’insonnia che mi accompagna e mi seduce dalla seconda liceo senza mai farmi cadere del tutto nel baratro dell’irrazionalità. Non so il motivo, ma di correre ne ho bisogno e a questo vizio non rinuncio. Tutto questo Dori lo sapeva.
Dori.
Mentre corro, un pensiero mi attraversa il cuore, come una freccia avvelenata.
“Dori è una sfruttatrice. Mi ha usata”.
Dura solo un istante, ma non è la prima volta che questa sensazione arriva a turbare i miei allegri pensieri da sognatrice deviata da anni di serie tv e libri umoristici. Nella vita non mi fermo spesso a guardare indietro, accantono gli episodi spiacevoli e mi tengo stretti i più esaltanti o piacevoli.
Dori ho cercato di metterla nella mia soffitta celebrale, ma la vedo troppo nera per poterla infilare là dentro.
Certe stanze richiedono pulizia.
Dori la sento sporca. Un ricordo che mi fa male. L’unica amica traditrice che abbia mai avuto, a quanto ne so. Arrivo vicino al Museo di Arte del mio distretto. Il pavimento sotto di me sembra vibrare, mi giro verso sinistra e la vedo. “Dori!” grido, ma la ragazza dai capelli rossi identica alla mia conoscente non reagisce.

Mi avvicino, riconosco Dori con piena certezza e rimango di stucco. “Non so chi sei e non sono Dori. Sono Adri” recita in ungherese Dori. Perché lei è Dori.
Ammetto di non essere fisionomista e so di avere una vista molto carente di precisione, con la mia miopia iniziata nel ’93, ma non posso sbagliarmi fino a questo punto. Dori mi ha detto di essere figlia unica, quindi questa qui che ho davanti, leggera nei suoi pantaloni a righe verdi e rosse da hippye, questa qui è Dori. Due capi di abbigliamento, i pantaloni e una canottiera bianca, simili a stracci. Li ho osservati spesso, ai tempi in cui Dori ammetteva di essere Dori e stendeva i suoi panni accanto ai miei, in bagno.

Mi allontano.
Nella mia testa, passa un treno. Addio.

Alle sensazioni ci credo poco, comunque. Quel tremolìo sotto terra sarà stato uno col trapano. Il treno deve esserci stato davvero. In fondo la ferrovia passa appena tre isolati oltre al punto di questo finto equivoco. La metro, inoltre, ha una stazione in zona. Bastarda. Alcune ore dopo mi sveglio. Ho dormito poco ma sodo, intontita dal vino. Quattro ore a letto non mi bastano per ricordarmi i sogni, ma i ricordi di ieri sono così rarefatti che potrei aver sognato tutto. Decido di pensarla così.
Ad ogni modo, le susine le puoi scattivare con un coltello; le persone, a volte, devi lasciarle perdere.

Un pensiero su “La seduttrice seducente. Una storia a Budapest”

  1. Conviene cara Claudia, conviene lasciar perdere. L’amicizia è cosa rara e molto spesso si scambia per la semplice conoscenza, e le persone difficilmente le centriamo bene caratterialmente. Per quanto mi riguarda i “tradimenti” sono troppo sporchi per fargli posto nella mente. La prossima volta, gira lo sguardo da un’altra parte se per caso le dovesse tornare “la memoria” e renderti il saluto.
    Ben scritto, come ricordo dai tuoi precedenti.
    5 st.
    Sandra

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