Fuori dal bar

Fuori dal bar novembre già offriva una buona anticipazione d’inverno. L’aria era secca e fredda, decisamente tramontana. La piazza era quasi deserta a quell’ora della sera. Il traffico a Gravina si limitava al mattino presto quando tutti andavano fuori a lavorare, e la sera intorno alle 19, quando tutti rientravano da innumerevoli paesi di Puglia e Basilicata dopo aver lavorato. La piazza era stata risistemata da poco dall’ultima amministrazione comunale durata come sempre troppo poco. Era una piazza triangolare chiusa da una chiesa di tufo in stile romanico dedicata a San Domenico. Il restauro della piazza aveva previsto una pavimentazione nuova di lastroni di marmo grigio scuro, spazi verdi con prato all’inglese e alberi secolari d’ulivo strappati alla loro originaria sede. Alberi con una storia alle loro spalle di sangue, sudore e lacrime di contadini che le avevano amate, curate e coltivate e che ora, tristi come animali nello zoo, erano destinate ad essere infruttuose per soddisfare una moda degli ultimi tempi, per restare in balia dei capricci dei piccoli vandali che sfogavano la loro noia devastando i beni pubblici.

Libero e Monica decisero di fare una passeggiata nel centro storico. C’erano qualche anziano, gruppetti sparuti di marocchini oziosi, macchine selvaggiamente parcheggiate con arroganza ovunque, e pochi negozi.

Dopo aver chiacchierato del più e del meno, Monica riprese il discorso: “Ma le hai mai detto che la ami?”

Libero continuando a guardarsi i passi, senza girarsi verso di lei, rispose: “No… Veramente una volta sì, ma penso che non se ne sia accorta. Stavamo facendo l’amore, era la prima volta che facevano l’amore e mi sfuggì involontariamente. Ma penso che non l’abbia sentito, era un sospiro, involontario e innocente come un respiro. Ma, sai Mo’, certe cose non valgono. Quando si è così felici si dicono tante di quelle minchiate!”

“Ma sono vere!”, ribatté lei.

“Uhm, sì, sicuramente non mentiamo volontariamente. Siamo spontanei come bambini. Senza filtri al cervello, diretti… ma poi quanto c’è di vero in cose che durano, come diciamo noi, da Natale a Santo Stefano?”

“Che c’entra la durata? La sincerità di un sentimento si misura con l’orologio? Da quando?”

Libero, fece una pausa. Non sapeva in effetti che cosa rispondere a quest’ultima obiezione e rispose con un’altra domanda: “Ma perché per me le cose non cambiano mai così velocemente? Perché, voglio dire, perché alla fine penso che in quel momento di estatica perfezione dirle ti amo sia stata una cosa sentita ma io penso che ancor di più ora, per quanto possa fingere che non sia così, per quanto vada dicendo a tutti che sto bene e che tutto è passato ecc, l’amore che provo per lei sia ancora più maturo e grande! Perché succede solo a me?”

“Non sei l’unico, Libero, tu non sei speciale, sei come gli altri. Nell’amore si giocano dei ruoli, tu giochi il ruolo di chi insegue. E’ sempre stato così in tutte le tue storie… l’amore è tutto in bilico su quegli equilibri instabili di chi fugge e di chi insegue.”

Liberò trasalì stupito. Si fermò un attimo, la guardò e poi riprese la passeggiata a testa bassa con le mani in tasca.

“Forse hai ragione tu”, alla fine riuscì a dire.

“Togli il forse, sono donna e ti conosco meglio di tua madre ormai.”

“Volete sempre avere ragione voi donne!”, disse ironico, tanto per stemperare i toni di una conversazione che si andava facendo troppo seria e poi riprese: “Ma pensi che si possa essere felici a lungo? Voglio dire che esista qualcosa di più duraturo di un mero momento?”

“L’uomo è un animale soggetto facilmente alla noia. Anche la gioia, se fosse troppo prolungata, sicuramente diventerebbe insopportabile per noi.”

“Ammazza! Questa me la segno!”

I due risero e poi decisero che era meglio ritornare alle auto e tornarsene a casa.

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