L’eredità di un folle

Quanto spesso ci facciamo tradire dalle nostre sensazioni, quanto spesso andiamo ad intuito, quante volte ci “sentiamo” le cose “a pelle”, non vogliamo proprio saperne, affidiamo al nostro giudizio tante di quelle questioni che spesso ci sembriamo incapaci di sbagliare.
E così si sviluppano i classici “marchi” che affibbiamo a persone, cose, eventi, qualsiasi cosa in pratica solamente sulla base delle nostre esperienze, sensazioni, umori, e che ci impediscono troppe volte di rapportarci con la gente, di fare certe esperienze, di comprendere tanti aspetti, culture, comportamenti, solo per dei preconcetti che ci siamo creati nella nostra mente, e che riteniamo, alla stregua di religiosi dogmi, infallibili. E forse questa è una delle più grandi debolezze e deficienze delle persone: il non approfondire, il fidarsi dell’occhio, del giudizio affibbiato a priori. Ma spesso le cose stanno diversamente: spesso ci vorrebbe una “seconda navigazione” per dirla alla Platone, la quale, come lui stesso ci insegna, è più faticosa, è quella madida di sudore e sfiancante dei remi, non quella elegante e lieve della vela, ma è quella che ci insegna veramente come funziona il mondo. Fermarci alle apparenze equivale ad accontentarci dell’apparire, al rispondere si o no e non chiedere mai perché. Pirandello diceva che persino nel momento più ilare e giocondo che si conosca, quello del ridere, bisogna sempre riflettere sulle cose, e non fermarsi alle risa sguaiate degli stolti. Umorismo, non ironia. E così in tutte le cose: comprensione e analisi, non mero giudizio ed etichette. Molte delle cose che mi hanno reso una persona migliore le ho imparate da situazioni nelle quali avrei potuto benissimo affidarmi al giudizio a prescindere, senza venir minimamente biasimato, ma che ho volutamente voluto approfondire, e dalle quali ho ricevuto profonde e inestimabili lezioni di vita. Ma, invece di passare tutto il tempo a disquisire sulle implicazioni teoriche, e sulle matrici ideologiche di quello che voglio dire, è meglio passare agli esempi, scendere direttamente in mezzo alla gente, per capire meglio quello che voglio esprimere, per far capire veramente a tutti che cosa atroce sia l’indifferenza, e quanto possano essere potenti a volte poche e semplici parole, o ancora meglio un abbraccio, una carezza, un semplice sorriso.
È facile passeggiare per strada, trovare un amico o un’amica riverso in terra, ubriaco da star male, e commentare con tono di sdegno e con aria di altezzosa superiorità: “guarda quel (o quella) deficiente in che stato si è ridotto” e simili, è facile etichettare qualcuno solo perché in quel momento ha un comportamento contrario a quelli che sono i normali canoni di comportamento. È facile, indolore e “asettico”, ovvero non comporta né problemi, né sconvolgimenti emotivi e non peggiora o migliora in alcun modo i nostri rapporti con gli altri. Eppure, in chi come me è abituato a non fermarsi alle apparenze, questo comportamento lascia “sporchi”. Lascia una sensazione sgradevole, un rimorso che comincia a roderci dentro con velocità disarmante, e ci costringe in fretta a girarci e preoccuparci non solo del fatto che qualcuno si sia ridotto in quel modo, ma cosa molto più importante, del perché.
Saepe est etiam sub palliolo sordido sapientia, diceva Cicerone, ovvero “spesso la sapienza è sotto un mantello sporco”. E quindi, spesso, troppo spesso, anche poche e annebbiate parole, anche solo uno sguardo o un cenno sono sufficienti a farci cambiare totalmente la nostra prima impressione. E così, in brevi attimi, il nostro giudizio iniziale non solo ci appare inappropriato, banale, ma comincia a ripugnarci profondamente. E si scopre che quella sbronza non è frutto della semplice voglia di divertirsi o della stupida mancanza di limiti nel consumo di alcol, ma è il frutto della solitudine, del rimorso, delle delusioni derivate dal riporre fiducia nelle persone sbagliate. E allora, se uno ha un minimo di onestà con se stessi, e se specialmente considera l’altra persona un amico, è obbligato a dirgli due parole di conforto, caricarlo in spalla se necessario, o in maniera più rude fare di tutto per riportarlo alla ragione, per fare in modo che ritrovi la lucidità e possa sfogarsi. Amicizia non è solo regalini, telefonate e gesti manifesti e stucchevoli al mondo.
Amicizia è anche tenere la fronte del proprio amico mentre vomita, dire le cose chiare e non tentare mai l’adulazione o il falso buonismo. Amicizia è confronto, scontro, divergenze e somiglianze, è essere vicini nella lontananza, è alzare la cornetta solo perché è troppo tempo che non ci si sente, e non dimenticare che il tempo cancella le amicizie di comodo, di facciata, quelle fallaci o morbose, ma non scalfisce nemmeno quelle sane e profonde.
Passando ad altro una volta conobbi, per caso, un ragazzo in un locale, e poco dopo avergli rivolto la parola ed intavolato un discorso, notai che aveva due vistose cicatrici all’altezza dei polsi, lunghe e diritte, segni eloquenti e non troppo remoti del fatto che quel ragazzo aveva tentato di tagliarsi le vene. Una reazione istintiva sarebbe stata etichettare quel ragazzo come malato, folle, squilibrato, troncare la conversazione e darsela a gambe, cercando compagnia più “normale”. Nulla di tutto ciò mi è passato per la mente, mi interessava capire come fosse possibile che un ragazzo all’apparenza così normale e allegro fosse potuto arrivare a quel punto. Nemmeno accennai a quello che avevo intravisto, anzi cercai di spostare la conversazione su tutt’altro punto, cercando di mettere a mio agio il mio interlocutore, e di lasciare a lui la scelta di confidarmi o no la storia di quei segni indelebili. Improvvisamente, interrompendo una discussione normalissima, mi gelò il sangue con un : “te ne sei accorto vero? In effetti… non sono certo facili da nascondere” e mentre diceva tutto ciò mi mostrava i polsi in maniera quasi disinvolta, come a palesare la volontà di schiudersi.
“Ho sempre ammirato molto coloro che decidono di porre fine alla propria vita volontariamente.” cominciò a dirmi. “Senza dubbio è una grande prova di volontà, un ultimo, irreversibile e disperato, grido di umanità e di forza in esistenze spesso deboli, schive, una sorta di ultima trasposizione materiale di una vita fatta di rimpianti, di occasioni mai concretizzate, quasi una prova di forza contro se stessi”. Era una analisi lucida e profonda, una considerazione inedita per la mia mente, un punto di vista che mi sconvolse profondamente. E io che da buon sempliciotto l’avevo troppo spesso etichettato come il gesto di un disperato. Mi aveva poi spiazzato con un’altra domanda, tagliente e spinosa quanto la prima. “Ma cosa succederebbe se d’improvviso si smettesse di provare emozioni? Se ci si trovasse ad avere una sorta di “anestesia emotiva”, che non ci permettesse più di percepire il mondo in maniera empatica, ma solo in maniera fredda e razionale, alla stregua di un computer?” Il mio volto si sformava sempre di più in smorfie di meraviglia, stupore ma soprattutto il mio cervello capiva che troppo spesso aveva sbagliato nel considerare certi atteggiamenti.

“Allora in quel caso il suicidio cosa diventerebbe? Sarebbe l’ultimo tentativo di riportarsi alla condizione umana, l’ultima speranza di tornare a percepire emozioni, quali esse il dolore, o la tristezza o altro, o sarebbe solo un asettico distacco dalla vita, una sorta di formalità ratificata senza la minima partecipazione? Ed ecco forse la cosa più terrificante ed atroce: il suicidio apatico, il suicidio dettato dalla noia, non dall’eccessivo carico emotivo su un individuo ma al contrario, dalla tangibile mancanza di emozioni, di contatti umani sulla sua pelle, ormai fredda come l’acciaio di un robot”.
Io ero semplicemente senza parole, il mio cervello aveva ricevuto una tale quantità di input che ero sul punto di avere una crisi. Come poteva un ragazzo così profondo, lucido, capace di un ragionamento tale aver tentato un gesto così irrazionale, malato, come era stato possibile tutto ciò.
Ma continuavo a tergiversare in realtà, avevo capito benissimo le sue ragioni, è solo che per paura mi rifiutavo di crederci. Come poteva l’apatia, la freddezza del mondo condurre un uomo a non avere più sentimenti, a non essere più capace di provare emozioni. Come poteva l’esistenza stessa privare un uomo della sua vitalità?
Mentre riflettevo su questi argomenti mi tornava alla mente un fatto: se mi fossi fermato alle apparenze, se avessi bollato questo ragazzo come un disturbato, un disadattato, se avessi dato retta alle convinzioni comuni non avrei ricevuto una delle più grandi lezioni di vita che mi siano mai state impartite. Ma furono le sue ultime parole sull’argomento che mi segnarono indelebilmente, che mi permisero di essere veramente un uomo migliore e di comprendere meglio un sacco di cose.
Mi disse, lucidamente e in maniera quasi profetica “Il sangue che scorreva sulla mia pelle mi ha ridato la vita, gli amici che hanno sfondato la porta e mi hanno trascinato all’ospedale mi hanno ridato un motivo per viverla”. Caspita, pensavo tra me e me. Avrei barattato un centinaio di ordinarie e superficiali conoscenze per conoscerlo prima che compiesse questo gesto. Un senso di impotenza mi attanagliava, ma poi il pensiero che quelle fossero ormai soltanto delle cicatrici, e che questo ragazzo avesse ritrovato il sorriso mi rincuorò.

Ma eccoci di nuovo a noi. Mi trovo a scrivere le mie sparute e scarne esperienze di vita su un foglio di carta, mi trovo a comprendere e capire profondamente, dopo tanto tempo, quelle parole che avevo udito con meraviglia, e che avevo stentato a credere. Mi trovo anch’io nella posizione di scegliere di estraniarmi dalla vita, ma al tempo stesso ho compreso una cosa. A me non serve una prova di vitalità, perché ho già compreso che la mia se n’è andata. A me non serve qualcuno che mi faccia desistere, che mi consoli o rincuori, non voglio nulla di tutto ciò. Sembreranno fuori luogo allora queste mie parole, sembreranno un celato grido d’aiuto. Non lo sono.
Queste parole servono solo ad uno scopo.
Queste parole serviranno solo se qualcuno, dopo che avrò deciso di farla finita, saprà andare oltre la semplice pena o compassione, ma saprà chiedersi, lucidamente e onestamente…… perchè??

E.

6 pensieri su “L’eredità di un folle”

  1. E’ un bel pezzo, con buone riflessioni. Sono d’accordo su quanto riguarda l’Amicizia e il suo vero significato, sul – perchè – uno si toglie la vita…-; beh, personalmente credo che non sarò mai in grado di dare una spiegazione. Ho imparato da tempo una frase che non ha più abbandonato il mio cervello:- se cadi, combatti in ginocchio- . La vita, nonostante tutto, ha le sue stagioni, con il bel tempo, le bufere, e le situazioni estreme, ma è una sola, e va vissuta, sempre e comunque.
    5st.
    Sandra

  2. Da sempre mi chiedo se abbia più coraggio chi abbandona la lotta o chi si batte fino allo stremo delle forze.
    Potrei citare molti autori, ma consiglio la lettura di un testo anni ’70 intitolato “Gente senza storia” di Judith Guest (titolo originale “Ordinary people”) da cui è stato tratto un famoso film (ma ricordo a tutti che i libri sono sempre meglio dei film che ne derivano).
    Vi si racconta del “ritorno” da un suicidio del protagonista, un ragazzo alla fine del liceo, nonchè delle dinamiche che hanno provocato il gesto all’interno della cerchia di chi gli sta vicino, amici e parenti.
    La lettura attenta fornisce le risposte.
    anna

    p.s. : per quanto riguarda questo passo “È facile passeggiare per strada, trovare un amico o un’amica riverso in terra, ubriaco da star male…”
    confesso che vivo in una nuvoletta, perchè di questa “facilità” non sono partecipe.
    Ciao
    a

  3. E’ facile passeggiare per strada (…) e commentare con tono di sdegno e con aria di altezzosa superiorità: la facilità era riferita al fregarsene, non a trovare amici ubriachi in strada…

  4. Carissimo,
    per quanto mi riguarda, io non disdegno mai nessuno, men che meno chi conosce la fatica di scrivere e raccontare la vita.
    In tale senso andava il mio commento, se mi concedi un po’ di credito.
    Proprio perchè non è affatto facile fregarsene, mai e in nessun caso, secondo l’etica di questa parte di mondo in cui in cui dovremmo essere stati allevati (deficienze, lassismi e licenze sono, però e purtroppo, inevitabili in quanto marchio limitante della natura umana), visto che tutti qui di scrittura ci stiamo occupando e dilettando, era allora necessario formulare in altro modo la frase, visto che intendiamo lasciare traccia dei nostri pensieri e delle nostre riflessioni
    Solo un piccolo sforzo di lima, niente di più, per non equivocare su un testo che tratta un argomento difficile e duro.
    Ciao
    anna

  5. Diciamo che, visto che scrivo tutto intorno alle 3-4 di notte e che ho il brutto vizio di scrivere in “stream of consciousness” ogni tanto qualche periodo un po’ criptico esce fuori. Ma preferisco lasciarlo così. Ho una sorta di blocco psicologico nel rimettere le mani su un qualcosa che ho scritto.

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