Da dietro i vetri

Da dietro i vetri della portafinestra che lo divedeva dal marciapiede guardava il via vai delle macchine e la gente che passava a piedi. Appoggiato al suo bastone appena un po’ tremolante, vestito di tutto punto con l’abito della domenica e la coppola già in testa, aspettava qualcosa o qualcuno. Dopo che cominciarono a tremargli un po’ le gambe per la fatica, prese una sedia e trascinandola sul pavimento a marmittoni consunto dal tempo, la sistemò davanti alla porta finestra e si sedette. Sulla credenza di formica con la base di marmo e le vetrine con vecchi servizi di cristallo, guardava la cornice d’argento ossidato che conteneva la foto ingiallita del suo matrimonio.

Sentì bussare al vetro e trasalì. Riconobbe suo nipote, girò la grossa chiave infilata nella toppa e lo fece entrare.

“Nonno, ma che fai ancora vestito così? Mica è domenica oggi, dove devi andare?”

“Sto aspettando”, rispose in dialetto.

“Aspettare chi?”, rispose Libero in dialetto.

“Ha detto che deve venire oggi a prendermi…”

“Aaaah, ancora con ‘sta storia di nonna che deve tornare a prenderti! Nonno è solo un sogno! Non verrà nessuno”, disse scocciato il nipote.

Oramai novantaduenne, nonno Michele aveva perso il senno dopo che sua moglie era morta. Non aveva accettato la sua scomparsa improvvisa ed era rimasto uno dei rari vedovi a quell’età ché di solito sono gli uomini ad andarsene prima. Spesso sognava sua moglie e questa le prometteva ogni volta che sarebbe venuta a prenderlo all’indomani. Ogni volta lui si svegliava e si vestiva di tutto punto e aspettava tutto il giorno.

“Cosa dici, ha detto che viene! Non mi fare incavolare! E se sei venuto a darmi fastidio, vattene subito!”, riprese nonno Michele sempre rigorosamente in dialetto.

Libero scosse la testa disperato. Era impossibile convincere suo nonno che era più testardo di un mulo.

“Va bene, allora aspetta. Se ti ha detto che viene allora verrà”, lo assecondò il nipote.

Libero si sedette al vecchio tavolo e guardò la cornice d’argento ossidato sulla credenza. Certo che i suoi nonni erano stati una bella coppia affiata. Se li ricordava sempre così, sorridenti e allegri. A volte bisticciavano ma erano rarità. Mediamente le liti si limitavano in un fitto scambio di battute sardoniche di cui entrambi avevano un abbondante repertorio. Gente allegra dio l’aiuta, dice un vecchio detto, e questo a loro si addiceva in particolar modo.

Era stato un matrimonio combinato quello tra Rosina e Chelino, come tutti gli atri di quei tempi ma si vede che l’avevano combinato saggiamente. Forse nemmeno oggi che si può scegliere liberamente chiunque come compagno di vita riusciremmo a combinare una coppia così. Forse la troppa scelta confonde. E in fondo scegliere, si sa, è una rinuncia a tutto il resto e chi ha le palle di scegliere qualcuno oggi, rinunciando a tutto il resto, per un “forse” domani? Conviene rinunciare? Conviene limitarsi? C’abbiamo un banchetto d’avanti tutto a disposizione, perché prendere solo una portata, un piatto solo? E se alla seconda forchettata non ci piace più? Nel frattempo che decidiamo avranno mangiato tutto e rimarremo fregati. La vita non è una cenetta in trattoria, dove si gusta tutto con calma, tra una chiacchiera e la degustazione di un bicchier di vino buono, la vita è un pasto a buffet dove ci si sbraccia, si fa a gomitate, dove devi riempirti il piatto prima degli altri, dove non puoi assaggiare prima, non puoi perdere tempo, ti devi caricare di tutto, arraffare, mandare giù senza masticare.

Libero uscì dai suoi pensieri e chiamò suo nonno.

“Nonno…”, esordì in dialetto e si bloccò rimanendo senza parole.

Michele nemmeno lo sentì ché era un po’ sordo.

Libero avrebbe voluto chiedergli se amava la nonna Rosina ma s’accorse che in dialetto non c’era il verbo amare. Avrebbe dovuto utilizzare “voler bene” ma non era la stessa cosa. Lui voleva sapere se l’amava, se avesse mai sentito le farfalle nello stomaco, se gli veniva il cuore in gola quando la vedeva le prime volte, se gli si seccava la lingua in bocca e non sapeva cosa dire e per quanto tempo avesse provato questi sentimenti. Voleva sapere come avevano fatto tutti quegli anni ad avere sempre il sorriso e a sopportarsi crescendo cinque figli nella quasi indigenza. Libero voleva sapere se l’amore avesse vacillato nel dubbio qualche volta e se fosse stato sempre ben saldo. Libero voleva sapere se l’amore poteva durare veramente tutti quegli anni o se suo nonno, tornado dalla campagna, qualche volta non avesse desiderato di trovare a casa un’altra donna. Se si fosse mai pentito di essersi sposato e se non avesse invece preferito essere scapolo. Voleva sapere se non avesse qualche rimpianto per la sua gioventù, se avesse voluto fare qualche altra cosa invece di accettare di sposarsi con nonna Rosina, se non sognasse un’altra vita. Ma alla fine non gli chiese nulla ché forse suo nonno tutti i “se” di Libero non li avrebbe mai capiti e li avrebbe liquidati con uno schiocco di labbra seguito da “cammina babbione, pensa alle cose serie”.

Allora lasciò stare, si alzò e si diresse verso l’uscita.

“Nonno, ti serve qualcosa?”, chiese in dialetto.

“Non mi serve niente, pensa a stare bene. Tra un po’ viene tua nonna e ce ne dobbiamo andare, non mi serve niente. Sto già pronto.”

Liberò sbuffò e lo salutò promettendogli che gli avrebbe portato la cena come sempre per le sette in punto.

Un pensiero su “Da dietro i vetri”

  1. Un altro bel racconto del nostro Libero, questa volta nelle vesti di nipote.
    Ci sono appuntamenti irrinunciabili, propro come i desideri….
    Ciao.
    Sandra

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