La speranza di Piero

Cristo ha bisogno di noi per dare una speranza al mondo.

La scritta nera su sfondo giallo era appesa sulla fiancata di una chiesa in un quartiere periferico di Milano.  Piero, che stava passando di lì in auto al termine di un fine settimana uggioso e noioso, la notò subito. Gli venne spontaneo chiedersi: e chi aiuta me? Ma perché Dio ha sempre bisogno di noi, dove finisce il bisogno che noi abbiamo di lui; cosa dobbiamo pensare quando abbiamo la netta sensazione di essere abbandonati in un mondo che va avanti secondo regole spesso incomprensibili e tutt’altro che infinitamente buone.

Era veramente stufo di tutte le le frasi fatte, le perle di saggezza, gli slogan, i proverbi famosi, i consigli di santoni improvvisati, le ricette di uomini di successo. Frasi ad effetto che servivano solo a vendere di più, che gli trapanavano il cervello cercando di convincerlo che la vita è bella e piena di opportunità.  Frasi che invitavano a cogliere al volo le innumerevoli occasioni che si presentano una volta sola, costi quel che costi.

Questa filosofia spicciola generava ormai due effetti dominanti in Piero.

Da un lato ingigantiva a dismisura la percezione del suo fallimento: ripensava a quante opportunità, o presunte tali, si fosse lasciato sfuggire senza neanche provarci.

Subito dopo però ripensava sia alla consistenza delle cosiddette opportunità che ai motivi che lo avevano portato a rinunciare.

Si ricordava allora che la sua esistenza non gli aveva riservato molte vere occasioni. Si ricordava anche che le sue rinunce erano spesso dovute a mancanza di egoismo, al desiderio di non ferire qualcun altro, di non abbandonarlo al suo destino.

Si commuoveva un po’ e provava affetto per se stesso e per il ricordo delle persone a cui era stato vicino. Nel contempo si rendeva conto che tutto quello che aveva fatto aveva ben poco valore nella società in cui viveva. Non era rivendibile, come si dice.

Lui, invece, aveva un disperato bisogno di ritrovare la fiducia nel proprio valore dopo quello che era successo due giorni prima.

Lo aveva chiamato un certo dottor Lecchi del cosiddetto ufficio risorse umane: un rampante sui trentacinque anni, assunto da circa un anno come responsabile di chissà cosa nella divisione dove lavorava Piero.

Già dai suoi primi giorni in azienda, Lecchi aveva voluto incontrare molte persone appartenenti all’organizzazione. Praticamente tutte le persone che a loro volta gestivano delle risorse.

Anche Piero aveva fatto lunga chiacchierata con lui, durante la quale aveva descritto brevemente le principali attività del suo team e i profili dei suoi collaboratori.

Aveva poi ascoltato Lecchi nelle solite dichiarazioni di buoni intenti del tipo: ho intenzione di seguire da vicino le risorse, voglio essere più presente in tutte le attività quotidiane dell’azienda, sto costruendo una mappa di tutte le persone chiave e sto studiando le modalità per ottimizzare il loro utilizzo e la loro crescita personale: tutta la panoplia delle buone iniziative che si trovano nel più frusto libercolo di organizzazione aziendale. Non l’aveva più visto da allora, per fortuna

Ma la fortuna non era durata molto e la seconda chiamata arrivò. Mentre stava andando verso il suo ufficio pensava che lo attendesse la seconda puntata della chiacchierata avuta qualche mese prima.

Bussò ed entrò.

– Ciao Piero, accomodati pure

– Ciao – Rispose con tono titubante

– Ti spiego subito il motivo per cui ti ho chiamato.  Come sai, la nostra azienda sta attraversando una fase di trasformazioni profonde. Le trasformazioni sono essenzialmente determinate dal mercato in cui ci muoviamo: un mercato in crisi, in cui la competizione dei prezzi diventa sempre più forte e, di conseguenza, si è costretti sempre più a ricorrere ai paesi cosiddetti a basso costo. Questa tendenza sta diventando vera anche per settori che fino a poco tempo fa erano considerati intoccabili.

Piero ascoltava con attenzione, cercando di mostrare partecipazione e consenso, nascondendo ciò che realmente pensava. Continuava però a chiedersi dove volesse andare a parare il suo interlocutore. L’avrebbe capito presto.

– Ti ho quindi chiamato  per comunicarti che l’azienda ha deciso di dismettere le attività di cui si sta occupando il tuo gruppo e di trasferirle in Cina. La decisione è stata presa a livello corporate e quindi non è minimamente negoziabile.

– Ho capito – cercando di nascondere la disperazione suscitata dalla notizia e di mantenere un atteggiamento pacato.

– Purtroppo facciamo fatica a trovare una collocazione per te nella nuova organizzazione che stiamo costruendo.

– In che senso, scusa?

– Nel senso che abbiamo considerato le poche opportunità disponibili e non sarebbero certamente all’altezza di una persona del  tuo valore. Motivo per cui vorrei valutare con te l’eventualità di un ricollocamento in un’altra azienda.

– In che modo? – Piero voleva vedere e capire come il suo datore di lavoro avrebbe cercato di salvarsi la faccia.

– Vorremmo proporti un pacchetto che garantisca il tuo attuale livello retributivo per il periodo necessario a trovare un nuovo posto di lavoro. Il pacchetto prevede anche l’utilizzo di una società di consulenza che si occuperà del  tuo ricollocamento, il tutto a spese nostre.

– Prima di arrivare a questo punto, non si potrebbero rivalutare insieme le eventuali posizioni disponibili per me? – l’angoscia era arrivata allo stomaco e alla gola; stava prendendo il sopravvento sul controllo della voce, dei movimenti, delle espressioni di Piero.

– Se ne può parlare. Ad ogni modo questa valutazione è già stata fatta.

Il resto del colloquio si svolse secondo un percorso già definito e già noto anche a Piero. Qualche giorno prima un collega gli aveva raccontato di avere ricevuto un training su come condurre questo tipo di interviste. Gli aveva raccontato i passi salienti, le domande e le azioni conseguenti in funzione delle risposte. Non c’è che dire, Lecchi si era scrupolosamente attenuto al protocollo che gli era stato affidato.

La cosa più fastidiosa da digerire, senza vomitare tutta la propria rabbia addosso al suo intervistatore plastificato, era stata la classica frase di congedo: “non vivere questo avvenimento come necessariamente negativo ma come un cambiamento verso nuove opportunità… e non pensare che dietro questa decisione ci sia un giudizio negativo nei tuoi confronti o alcunché di personale”.

Nei giorni successivi si era ripetuto molte volte quello che aveva preferito non dire. Cosa c’é di più personale del fatto che l’organizzazione per la quale hai lavorato per venti anni ti dica che non ha più bisogno di te? Che giudizio può avere di te un’organizzazione che non ti ritiene nemmeno capace di imparare un nuovo lavoro per ridiventare utile e produttivo? Difficile convincersi che avesse un giudizio positivo. Eppure Piero aveva sempre fatto del suo meglio, si era sempre adattato ai cambiamenti, se ne era sempre fatto una ragione. Era anche convinto di godere della stima della maggior parte dei suoi superiori, colleghi e collaboratori. Aveva sempre pensato che un tale trattamento fosse riservato agli incapaci e ai lavativi.

Invece stava succedendo a lui.

Quando lo raccontò a sua moglie percepì nei suoi occhi lo stesso stupore misto a rabbia. Durante il week-end la rabbia aveva gradualmente lasciato il posto alla delusione ed all’amarezza.

Il fine settimana volgeva al termine: era passato in modo abbastanza inutile, nel tentativo di non drammatizzare troppo l’accaduto, cercando di mostrare il meno possibile le proprie angosce al figlio di sette anni. Chissà se ci erano riusciti, chissà cosa aveva capito e cosa si sarebbe ricordato una volta adulto.

Rientrato a casa dopo la solita passeggiata domenicale, i pensieri su cosa lo attendesse l’indomani diventavano sempre più ossessivi sino ad occupare la quasi totalità del suo cervello.

Aveva mille dubbi su come comportarsi, sulle cose da fare. Si rendeva conto che questo avvenimento aveva inferto un grave colpo alla sua autostima.

Si guardava attorno e osservava la sua casa come se la stesse scrutando attraverso una spessa lastra di vetro che lo isolava da tutto. Cercava di trovare dei punti di interesse che lo distogliessero da quei pensieri continui, ma a stento vi riusciva. Ripiombava nella spirale dei problemi senza soluzione, del senso di impotenza, della frustrazione più sterile.

Aveva paura di non farcela e non sapeva più dove trovare la forza per affrontare la situazione in cui era finito.

Riuscì a soffermarsi un attimo su sua moglie. La vide molto indaffarata, più del solito. Sapeva che quello era il suo modo di reagire ai momenti difficili: cercare di fare sempre qualcosa senza fermarsi mai. Aveva sempre provato ammirazione mista ad ilarità per questa laboriosità terapeutica che la portava a fare un sacco di cose, a volte non strettamente necessarie.

Per un istante riuscì a sorridere.

Vide poi suo figlio Daniele che era alle prese con l’ultima confezione di Lego, sua grande passione. Daniele si accorse di essere osservato e, siccome si trovava in un momento di stallo, ne approfittò subito.

– Papà, vuoi giocare un po’ al Lego con me?

– …..

– Papà, mi stai ascoltando?

– Sì, dimmi…

– No, niente, volevo sapere se puoi aiutarmi col Lego perché non riesco ad andare avanti; ma se sei stanco facciamo un’altra volta. Stai pensando al lavoro?

– Sì

– Tanto domani ci torni e troverai una soluzione, no?Allora, vieni a giocare con me?

– Si, arrivo – facendo un grande sforzo nel rivolgere la sua attenzione verso Daniele e verso le istruzioni del Lego.

Lo sforzo divenne via via meno gravoso. Sentiva che la sua mente, la sua anima, stavano tornando lì nella sua casa, con la sua famiglia. Sentiva di nuovo il suo corpo, come se il sangue nelle vene si stesse pian piano scongelando facendogli percepire i confini della sua fisicità. Era di nuovo lì con con i suoi sentimenti incondizionati per quel figlio che avevano messo al mondo, volendolo più di ogni altra cosa. Era di nuovo pronto a lottare per lui. Con buona pace per i dubbi, le paure, le esitazioni che lo avevano segregato nella sua ricerca di una verità diversa ed improbabile.

– Papà

– Sì

– Come si chiamava il tipo con cui hai parlato Venerdì al lavoro?

– Lecchi

– Come lecca…?

– Sì! …però non sta bene dirlo.

Forse Dio esisteva; forse si era accorto di loro, di lui.

5 pensieri su “La speranza di Piero”

  1. Un pezzo che racconta la “vita” di oggi.
    Succede anche nelle Aziende più importanti, anche facendo sempre il proprio lavoro, improvvisamente…fuori.
    E’ sempre però all’interno della famiglia che si trova la forza per combattere per poi trovare la strada nuova.
    Io sono stata fortunata, la mia Azienda il 31 dicembre di questo anno mi accompagnerà alla pensione con il masimo del servizio lavorativo.
    Ne sono consapevole.
    Ben arrivato e 5 st.
    Sandra

  2. Triste ma vera la storia, raccontata con stile ed equilibrio, come è difficile trovare al giorno d’oggi. L’autore va incoraggiato a proseguire.

  3. Grazie di cuore per il benvenuto, per le stelle ed i commenti. Per fortuna il racconto è solo in parte autobiografico. Continuo a svolgere il mio lavoro con impegno e dedizione, anche se le soddisfazioni si sono ormai quasi azzerate. Purtroppo fatti analoghi sono accaduti ad amici ed ex colleghi.

  4. Tempi moderni, attuali e ben rappresentati.
    In un mondo senza anima è molto difficile parlare di scrupoli e risvolti “affettivi” per scelte opportunistiche fini a se stesse.
    Ho letto con interesse.
    5 stelle
    anna

  5. x anna
    Grazie per la lettura e per l’apprezzamento.
    Aggiungerei che spesso queste scelte opportunistiche determinano dei drammi familiari che, purtroppo, non si risolvono nell’arco di un week-end.

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