Adry e… i suoi tredici anni

La porta si chiuse alle sue spalle con un suono sordo. Senza neppure voltarsi, Adry si diresse verso il bagno e vi si chiuse dentro, appoggiò le mani al lavello e si guardò allo specchio.
I suoi abiti erano sporchi di terra e fango, alcune ciocche dei capelli erano appiccicate al suo volto stravolto e livido, le labbra erano serrate in una morsa rabbiosa di ribellione oppressa.
“Adry… problemi?”
Guardò per un attimo ancora la sua immagine allo specchio, avrebbe voluto aprire quella porta e tuffarsi fra le braccia della madre e dar libero sfogo alle lacrime che sentiva pungerle gli occhi come spilli, ma rispose con tono quasi fermo:
“No mamma, tutto bene.”
Alzò lo sguardo verso lo specchio come a voler sfidare se stessa e cominciò a spogliarsi. Ammucchiò gli abiti in un angolo del bagno e si infilò sotto il getto di acqua bollente della doccia.
L’acqua scendeva con violenza sul quel piccolo corpo martoriato e con i vapori aleggiavano nell’aria i pensieri sconvolti di Adry, le lacrime avrebbero voluto uscire, ma lei con ostinazione le ricacciava indietro ed era tanta la sua rabbia che infilò il guanto di crine e cominciò a strofinare con forza le macchie di sperma e sangue che si erano raggrumate sulle sue cosce.
Vedeva le sue esili caviglie di bimba ed i suoi polsi leggeri segnati da inconfondibili rossori ed il dolore le riportava le immagini di una violenza che non si aspettava.
I ricordi cominciarono a tormentarle la mente, riportandole frammenti di una breve vita vissuta nell’innocenza di quel suo modo di essere ribelle e poco incline alle regole sociali.
Era cresciuta con i maschi, perché a loro si sentiva simile attirandosi addosso le ire e le critiche del paese bigotto, aveva condiviso con loro quei giochi che adesso sentiva dolorosi come tradimenti.
Insieme alle lacrime rinnegava la spensieratezza delle corse nel canneto fra grida festanti e risate per costruire un archetto che mai riusciva a far funzionare, le gare dove lei doveva dimostrare di aver coraggio quanto e più di loro nel saltare i fossi che attraversavano i campi e le assurde corse su biciclette cariche di schiamazzanti corpi a grappolo, nelle lande fuori paese.
Chiuse gli occhi cercando di cancellare le immagini che fluttuavano nella sua mente come brandelli appesi a rami secchi, un senso di disarmante desolazione si impossessò di lei e si abbandonò ad una spossatezza immane.
Aprì gli occhi e guardò le scie di sapone, acqua e sangue che venivano risucchiate dallo scarico, per un momento desiderò liquefarsi e sparire, ingurgitata da una cloaca senza fondo.
La sua pelle cominciava a reagire allo strofinamento ed al calore dell’acqua, si riscosse, chiuse il rubinetto e cominciò ad asciugarsi energicamente con un asciugamano.
Davanti allo specchio guardò il suo corpo, il pube con un leggero accenno di peluria ed il piccolo seno appena abbozzato, le gambe muscolose e scattanti e quel suo viso scanzonato incorniciato dai corti capelli, guardava e non capiva, non riusciva a vedere in quell’immagine acerba niente di particolarmente appetibile e diverso dal giorno prima.
Si soffermò sui suoi occhi e li vide opachi e spenti. Defraudati dei suoi giochi di bimba si aprirono su fotogrammi di oscena violenza, con lentezza esasperante rivisse momento per momento ogni gesto, ogni parola ed ogni sguardo di quell’ora infinita.
Distaccata dalla scena vide i suoi amici di sempre, un giro in motorino per un gelato e poi stranamente i campi fuori dal paese.
Si ostinava a non voler credere a quel suo istinto di gatta, a quell’intrecciarsi di sguardi d’intesa a quell’aleggiare di cose non dette e anche quando si sentì braccata chiusa da un cerchio di braccia, rifiutava di credere e sperava ancora che fosse un macabro gioco.
Ma quando si sentì afferrare i polsi e vide i sorrisi di sempre trasformarsi in ghigni bestiali, allora capì.
D’istinto provò a liberare le braccia, ma la morsa si fece più stretta, alzò le gambe a difesa, colpì ma non riuscì a scioglier la morsa, sapevano che ci avrebbe provato e dopo il primo colpo fu facile bloccare quell’esile corpo. Mani decise afferrarono le caviglie e il suo corpo fu scaraventato sulla terra brulla e dura.
I suoi occhi cercavano un appiglio un antico e lontano ricordo, ma sentiva solo le mani, mani ormai sconosciute che sbottonavano, frugavano e toccavano. Nelle orecchie il fragore del mare, anche le voci non le erano più familiari, risate agghiaccianti fra incredulità e stupore bloccavano la mente, più provava a divincolarsi da quella morsa e più la bestia rideva e godeva.
E fu così che si perse nell’azzurro di quello sguardo che nel suo cuore di bimba aveva cominciato a sognare, il biondo dei suoi capelli lo facevano somigliare ad un angelo, implorò che la liberasse, ma la sua risata la immobilizzò schiacciandola al suolo.
Adesso tutto era chiaro, mentre mani immonde abbassavano i suoi jeans, capì… Capì che quel suo sognare era stato fin troppo evidente, tanto da ritener fattibile approfittare del suo fianco scoperto!
Dio come bruciava… Aveva permesso al suo sentire di scoprire la sua fragilità aveva permesso a se stessa di credere che essere “maschio” fosse la chiave per affrontare la vita!
In tre l’avevano presa ingannando e rubando i suoi sogni di bimba, come bestie l’avevano usata violando il suo corpo, l’avevano tradita. Dio come bruciava quell’azzurro che aveva sognato!
Di tutta quell’ora quello che le bruciava di più era l’azzurro, quell’azzurro infinito dove si erano infranti i suoi sogni infantili, quel suo primo assurdo sogno d’amore appena sbocciato e tradito.
Distolse lo sguardo dallo specchio, infilò una maglia a maniche lunghe un paio di calzini di cotone, mise gli abiti sporchi nella cesta e uscì dal bagno.
In quella casa all’ultimo piano una finestra si apriva sui tetti ritagliando uno spicchio di cielo.
Adry adorava quell’angolo, si sedette sul davanzale e in quell’ora vicino al tramonto mentre il sole si tingeva di rosso tuffando il suo cerchio nel nero del cielo, assisteva inerme al suo tramonto di bimba.
La presenza di sua madre la riscosse e voltandosi verso di lei la guardò e disse:
“Grazie mamma per avermi fatto nascere donna…”

Irene_enerI

 

4 pensieri su “Adry e… i suoi tredici anni”

  1. Adesso sto per scrivere una cosa forte, ma questo é uno dei tanti motivi attuali per cui l’essere “umano” dovrebbe essere depennato, dal momento in cui produce solo danni. Scorrevole, forte, sensibile, e mi ha lasciato con l’amaro in bocca.Sandra

  2. Una storia toccante, purtroppo spesso reale. La parte bestiale che prevarica, dimenticando l’umanità che ci rende diversi. Ma non demonizziamo il sesso maschile; per fortuna non tutti gli uomini sono così!

  3. xké gli uomini sono così?? Solo xké forse siamo un po’ più deboli di loro allora credono di poter fare quello ke vogliono??? se è così si sbagiano, e di brutto… le donne sono molto più forti degli uomini riguardo alla forza mentale. questo è sicuro. coraggio Andry. ce la farai. io sono vicina a te.

  4. Splendido. Brava!… ma non è tutto così. Vigiliamo perchè non lo diventi

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