Due lampade rosse

Mi sveglio bagnato dal sudore. La paura che scorre nelle mie vene. Gli occhi bendati dai fantasmi di un tempo passato che cercano di impossessarsi della mia anima, della mia mente. Cado a terra. Ruzzolo dal divano. Urto contro qualcosa. Impreco. Mi tocco il gomito che ha appena assaggiato il dolore. Cerco di capire dove sono, cerco di capire cosa sono. È un mistero che ormai mi segna da diversi mesi. Il continuo residuo nella mia mente di un briciolo di umanità, quel continuo voler essere a tutti i costi sensati. Ma quale normalità, quale tranquillità! Io sono l’assurdo che si bagna nel cuore della notte alla ricerca della verità, ecco cosa sono! Poi tutto svanisce come un sogno al risveglio, quando le luci del mattino fanno capire che tutta la mia esistenza non è altro che un mero, illusorio sogno che proviene da chissà dove. E ora eccomi, in questo enorme salotto illuminato da due lampade, le cui luci rosse danneggiano in qualche modo la mia vista. Cerco di capire cosa stia succedendo. Mi metto a sedere sul divano. Tiro un calcio a quel tavolinetto che mi ha fatto soffrire e non poco. Non si muove. Pazienza, meglio così. Non vorrei essere sgridato da mamma perché ho messo fuori posto la sua follia. Mi gratto il gomito, mi prendo cura di lui con le carezze che un bambino cerca da sua madre. È così semplice, questo gesto innaturale che ora scorre nelle mie movenze. Che pazzia, che follia tutto questo. È un grosso salone con un divano e due poltrone separate da un tavolinetto al centro, sul quale vi è un telefono verde. Che debba chiamare qualcuno e l’abbia dimenticato? No, pazienza. Non m’interessa. Ho il mio dolore che mi tiene compagnia. Lui sì che è mio grande amico. Non mi lascia mai solo. Io ho provato a scalciarlo via in tutte le maniere possibili. Ho cercato anche di stordirmi con l’alcol, ma niente. Dice che mi vuole troppo bene, che non può vivere senza di me, che è nulla senza di me. Beh, almeno ho qualcuno che è sul serio interessato alla mia persona. Bestemmio, impreco verso il mondo, verso questo universo di fantasie che illude il mio animo. Che banale la realtà, fatta di effimeri oggetti che non vogliono dire niente, fatta di sentimenti assurdi, falsi, che cercano di riempiere quel vuoto che è dentro di te. Danno mille nomi a queste insulse situazioni. Questo astrattismo sporco di urina al quale tutti si appellano. Non capiscono, sono degli stolti che nuotano nel letame. Ora è facile, mentre sono qui da solo, esprimere al meglio ciò che penso di tutti LORO. Queste eterne mucche che tutti adulano, queste mele marce che più puzzano e più tutti le cercano. Io, dal canto mio, me ne sto qui seduto, su questo divano di pelle illuminato dal rosso della passione, nel cuore di una stanza che solo il mio Io più profondo conosce.
Si apre una porta. Una porta della mente, della percezione, è aperta da una figura misteriosa. Sento i tacchi salutare il pavimento, avanzano con classe. Deve essere una donna. Sì, è una donna. Una donna vestita di nero, con calze nere e scarpe nere. Ha un abito nero. Sta fumando una sigaretta, di quelle lunghe. Si siede su una delle due poltrone. Fuma e mi guarda. Io impreco e mi tocco il gomito. Lei, con quei capelli rossi, con quella bocca carica di passione, sta fumando quel che resta di una sigaretta immaginaria, fantastica come tutto questo mondo che ora sta circondando i miei pensieri, le mie assurde fantasie che prendono vita nel cuore del mio animo.
“Finalmente” dice tirando una boccata di fumo.
“Finalmente” replico io come uno stolto.
“Era da tempo che non ti vedevo. Perché cercavi di sfuggirmi?” dice accavallando le gambe. Posso vedere quel pezzo di donna nel miglior modo possibile. Quelle calze che baciano le gambe, quelle caviglie da mordere. Mi desto dal mio sonno e faccio per risponderle.
“Sono ignaro di tutto.”
“Ah, le tue solite risposte. Così enigmatiche, così banali e prive di sentimento.” Ride. La bastarda se la ride. La sigaretta non c’è più. La vedo che sta telefonando.
“A chi chiami?” domando.
Mette giù. Il telefono verde è lì che mi sorride in qualche modo.
“Vedi, il problema è un altro.”
Di che problema sta parlando? Chi è questa donna che infastidisce il mio sonno?
Voglio il silenzio, quel silenzio che ho a lungo cercato e che il dolore ha urtato.
“Mi hai chiesto un orologio” le dico.
“È vero. È stato tempo fa. Poi tu sei sparito. Io ti ho cercato, giuro di averlo fatto.”
“Non ti credo, sei buona solo a mentire. La conosco la gente come te. Falsi, farabutti e figli di puttana.”
Lei ride. Dio com’è bella. Ride e i suoi capelli si muovono. Quel rosso che s’insinua dritto fino al mio cuore. Mi guardo in giro. Non c’è nient’altro che due lampade dalla luce rossa agli angoli di questa enorme stanza. Niente finestre, niente librerie. Solo una porta che rende il paesaggio meno sporco di una tazza del cesso.
“Ti sbagli e lo sai. Certo che lo sai. Cerchi di negarlo, ma poi la notte sono lì, che sotto una forma o sotto un’altra, cerco di farti ragione, di farti capire come stanno realmente le cose.”
Squilla il telefono. Lei lo guarda. Io lo guardo. Entrambi guardiamo il telefono. Entriamo guardiamo il telefono e non alziamo la cornetta.
“Perché non mi hai portato ‘quell’orologio’?”
“Ho ritenuto che non sarebbe servito a niente. Niente più ha valore.”
“Gli orologi hanno sempre un gran valore. Dovresti saperlo. Sei tu che hai dato vita al tempo. Ricordi?”
Sì, forse ricordo, penso tra me e me. E poi? Cosa ne è di quel tempo, di questo eterno scorrere verso l’inferno che non ho desiderato? Anzi, dovrei accettare che l’artefice di questo copione sono solo io. Sì, per una volta dovrei provare a essere onesto con me stesso. Dire che le cose, gli avvenimenti, la sua morte, la mia compassione, è tutto merito mio. Sono dio. Sono morto nell’eterna soddisfazione di un bisogno infantile.
Il telefono smette di squillare.
Lei si alza. Gira per la stanza. Guarda le pareti. Guarda me. Mi viene da vomitare. Ho la nausea. Sono prossimo a vomitare tutto quello che ho dentro.
“Cos’hai dentro?” mi chiede come se avesse capito la mia situazione, il mio malessere. La mia eterna nausea dettata da chissà che cosa. Il mistero che agita il mio stomaco, l’intestino intossicato dal male di un tempo che non conosco più.
Mi sento agitato, spostato. Devo pisciare.
“Senti…” dico in modo poco garbato. “Dobbiamo farla finita. Ora, per sempre.”
Lei ride e la sua risata rimbomba in tutta la stanza e si schianta dritta nelle mie orecchie. Mi tocco lo stomaco. Abbraccio il mio male. Mi tocco il gomito. Ora il dolore è passato, ho altro di cui occuparmi.
“Ti ho visto salire le scale quel giorno. Io ero di fronte a te. Ricordi?”
“Certo che ricordo” mento.
“Stai mentendo.”
“È vero.”
Inizio a piangere. Dico che voglio morire, che la vita è uno schifo, che non ce la faccio più a soffrire in quel modo. Vomito. Dell’aria esce dal mio stomaco e finisce dritta a terra. Vomito l’aria che intossica il mio stomaco. L’intestino mi dà un segnale, è vivo, puzza ma è vivo.
Non capisco più cosa sono, dove sono, perché mi trovi in questo luogo assurdo.
“E vogliamo parlare di quell’uomo con i baffi?”
Ah, no! Maledizione! Di lui proprio non ho voglia di parlare.
“Posso darti quell’orologio. L’ho conservato. L’avevo trovato tre giorni dopo che t’incontrai la prima volta.”
“Ma ora non c’è più tempo. È finito tutto. Questo lo capisci? È inutile continuare a spostare le lancette, a chiedersi i perché, a danneggiare la propria mente. La siringa è nelle vene e la medicina è stata iniettata.”
“Quella è merda, altro che medicina. Mi hai drogato. Continui a farmi credere che non sia stato io.”
“Sei stato tu.”
“Vedi? Perché lo fai?”
Cerco colpevoli per debellare il mio senso di colpa. Lo so, sono cosciente di questo.
“Tieni” metto mano in tasca e prendo un orologio. Segna le 11 e 30.
Lei torna a sedere. Allunga una mano e prende l’orologio. Lo guarda. È lì fissa che guarda quel quadrante. Lo mette sul tavolinetto. Gira il telefono verso di lei. Alza la cornetta. Compone un numero. Non riesco a vedere che tasti preme. È troppo veloce ed io ho sonno.
“Sì… sì” dice parlando al telefono. “Ce l’ho, ma a cosa serve? Oh! Sì, certo… pensavo che… come vuoi.”
Mette giù e mi guarda. Accavalla ancora una volta quelle gambe, quelle bellissime gambe, sensuali, eccitanti, terribilmente sexy.
“Mi vorresti, vero?”
“Chi era al telefono?”
E cala il silenzio. L’ombra che è dentro di me mi possiede. Muoio nella desolazione dei miei pensieri, nell’eterno dannarmi alla ricerca di quella chiave blu che mi avrebbe salvato, che avrebbe salvato tutti quelli come me.
“È troppo tardi” sento una voce che mi sussurra nell’orecchio. Sono disteso su un divano, con il pollice in bocca. Ora sono nel mio letto che mi giro su un fianco.
“È troppo tardi” sussurra ancora la voce.
Il mio corpo morto giace su questo letto infangato dal tradimento. Le coperte bianche sporche dal rosso del sangue. Il nero che avvolge la mia anima nel vederla morire tra le mie braccia. È finita, le dico. Non doveva, non doveva! Prendo a pugni le mie tempie, prendo a pugni il mio mondo. Tutto questo continuo domandare. Perché non ha accettato la mia versione dei fatti? Perché non si è accontentata della mia ansia, perché non ha respirato la mia sofferenza? Avremmo potuto continuare a vivere come sempre. Soli, chiusi in una stanza a pregare finché le nostre anime fossero salvate. Questo è tutto quello che so. L’eterna dannazione che fa tremare le mie gambe, che mi fa perdere il sostegno, che mi fa cadere a terra, che mi fa morire tra le lenzuola di un passato che non posso più cambiare. Addio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *