Destinazione: cuore

L’aereo che mi porta a Baghdad, punta diritto sull’aeroporto internazionale della città.
Il cielo è un tramonto di ferro liquido, le nuvole, un ammasso di scorie infuocate.
Un faro maestoso fiammeggia scarlatto in segno di lutto, per gli ennesimi incidenti con il morto.
La licenza premio mi è scaduta da tre giorni, ma io devo andare oltre questo sbarramento.
Sono le mie coordinate vitali per poterlo rivedere, almeno una volta.

Tutta la regione è un vaso di fiori abbandonato, colmo fino all’orlo di creature verdi, in abbigliamento mimetico, addossate dietro le barricate.
Qui non si costruisce più niente, né strade né città; si respira solo la desolazione delle colline scabre e la polvere delle privazioni, che hanno attraversato l’arido istmo del continente.

C’è da rabbrividire, ma io sono un’intrepida, né demoni né fantasmi, potranno mai spuntarla su di me. E’ questa mancanza d’immaginazione a dare all’eroe il suo eroismo e lui mi assomiglia, in questo. Ammantato di quel fascino particolare d’ambiguità apparente: ha un grado massimo e al tempo stesso minimo, di villania e di potenza.
Ecco perché la storia lo ha preparato ad un destino atipico ed esemplare, quaggiù, tra le trincee.

…Anche io mi sono data da fare: ho ravvivato il filo della lama con la mia costanza e la fervida determinazione.

Giorni prima, a casa, mi sono improvvisata cartografa ed ho elaborato la mappa della zona, disegnando colline come ragnatele d’uccelli, radure con tegumenti di fiori pressati e gli alberi di splendore particolare, con dei disegni in vivaci colori acquarello.
Adesso questa cartina tra le mie mani, è come un arazzo steso sul deserto, infondo, è così che il paesaggio si presenta.

Alla fine arrivo al villaggio ugualmente, in perfetto ritmo di marcia.
L’agente di turno ha le palpebre bruciacchiate e l’aria di un procione.
Il sole gli ha abbrustolito il visore e si presenta con un ghigno maligno, strafottente e stereotipato, tipico di tutte le guardie.

“Che ci fa Lei qui?”
“Questioni personali” rispondo già stizzita.
Una ciurma di soldati nel frattempo si addensa alle mie spalle.
Un cast di uomini coccodrillo, verdissimi anche loro, che non riescono a togliermi gli occhi di dosso.

Finché lo vedo arrivare.
Ha il fascino meditabondo di un fiore giapponese che emerge dalle acque malsane del fiume Tigri. Non sembra di casa in questo luogo; perché non ha affinità né con i suoni aspri né con i colori primari, dell’ambiente che ho davanti.
Una gran torre d’avorio, un maschio color dell’ambra e al posto degli occhi, due smeraldi di vetro.
Dall’uniforme spicca sul petto il panciotto protettivo: è un Dio con la faccia da barbaro.

Subito, avverto una lacerazione al cuore, quest’organo infame che ho dentro il petto, a volte insultato, maltrattato, raramente o forse troppo spesso, coinvolto.

“Che diavolo ci fai qui?”
“Indovina?” rispondo per farlo incazzare da morire.

“Sei pazza!”.
Ah sì, in questo ha ragione. Nessuno riesce a seguire il mio funambolismo sul prezioso pantano di sabbie mobili delle tante stucchevolezze.
Troppa schiuma mnemonica ad interfacciarmi con una miriade di lumacoidi carnivori, senza contare l’esubero di tante altre faccende che il mio Bello, per il momento, non deve sapere.

Mi sta piantato davanti con lo sguardo addosso, ma è chiaro che vuole andare oltre.

Mi sento un negligé di farfallina appena uscita dal bozzolo.

Innamorata? Forse, ma non lo confesso: io sono una donna inespugnabile, per la visione verosimile del mio piccolo paese. Anche se con lui è stato tutto diverso. Sin dal primo istante i suoi globi mi hanno accecato e gli ho permesso ogni cosa: aprire le persiane del mio mondo e insegnargli la strada maestra, quella dannata, per giungere allo scompiglio delle lenzuola.

Perché lo volevo, non potevo farne a meno e ne avevo voglia.

“Vieni con me” e mi conduce verso una tendopoli.

E’ uno spazio vetusto e fatiscente che, con le sue baracche occluse di viticci e sterpi, sembra un oracolo cieco. Oltre l’ingresso rustico, mi accorgo in un lampo che c’è di tutto: tappeti, mobili, cianfrusaglie, anche se ogni cosa sembra abbandonata da anni.

Un labirinto di polvere danza nel raggio di luna e taglia insieme con noi l’aria asfittica.
Sono rinchiusa nella sua camera di sicurezza e solo lui ha la chiave.

“Questo non è un posto per te” mormora ed io non voglio contraddirlo.

Si siede sulla sponda del letto e continua a fissarmi.
Io rimango lì in piedi sul quel pavimento legnoso, quasi seccata dalla sua fierezza. Sembra che i miei muscoli si assodino per respingerlo, allontanarlo, anche se mi sento dentro già molle, sciolta al solo preludio dell’imminente contatto.
Subito dopo mi attira con una mano, mi butta accanto a lui sulla branda e mi solleva la gonna.
Sfrega il suo viso sui miei slippini e lo sento mormorare tra le cosce:
“Non uscirai viva da qui”.
Richiudo immediatamente le gambe, non voglio essere abbordabile e quando sarà più calmo, gli parlerò con voce molto bassa, come si fa ad un bimbo piccolo e capriccioso.

“Volevo solo rivederti, lo sai”.
Il suo viso è rasente, chino sul mio. Desidero subito sfiorare quel piccolo taglio cicatrizzato sul mento, le rughe perpendicolari ai lati della bocca e gli occhi ibridi, in agguato, sempre più vicini.

Mi scoppia a ridere in faccia con la sua solita disinvoltura, quel perenne stato d’insolenza con cui colora ogni gesto e parola volgare e mi spruzza il viso con un fiotto copioso di saliva.
La sua espressione sta cambiando, sembra impazzito, letteralmente fuori di testa.
Lo guardo severa: è una caldaia in ebollizione, un cane sciolto che ha voglia di sventrare la propria cagna.

Lo osservo a lungo: lui è il mio cero santo. La sua bocca modellata al bacio adesso non è equidistante alla mia vita recente. Sono troppo coinvolta per resistere.
Rabbrividisco nel malarico fremito delle viscere, getto le trecce e sto per abbassare il ponte.

Piroetta un mezzo giro e mi butta sul letto. Come una saetta mi reclama tra i denti un lavoretto semplice: un pompino singolare.
Volto la testa dall’altra parte..
“Te ne ho fatti già abbastanza, non sono qui per questo”
Gli occhi fissi sulla mia bocca, apre la zip dei pantaloni e se lo prende in mano.
Mi si arresta il respiro: il suo cazzo è la cosa più bella del mondo.
Adoro quelle perline translucide che lo umettano, quando è eccitato, la vena gonfia che pulsa sotto la pelle, la morbidezza e poi la rigidità che ti bastona come una randellata e si fa ascoltare.

Potrei allungare una mano e portarmelo a casa.
Nasconderlo nello zaino e imbarcarlo sull’aereo, per morderlo, graffiarlo, leccarlo, massaggiarlo, come e quando voglio.

Sto riassaporando la brama che mi ruscella prolungata sulla carne, sono al limite del ragionamento.

Mi prende per i polsi e mi solleva le braccia, inchioda le sue ginocchia robuste sulla pelle delle mie cosce ed io avverto quasi dolore e l’aria che mi viene a meno.

“Adoro il tuo corpo” mi sibila all’orecchio.

La sua frase ha sapore d’osceno; non voglio accettare quelle parole, deve capire che io non sono solo di corpo, esclusivamente di materia.
La mole fisica è lui, che mi cammina dietro asciugando tutte le tracce di sangue e di sale che semino ovunque.

Il suo peso sulla mia schiena è invadente e significante al contempo, uno scettro morbido che ho bramato sino all’ossessione.
Poco a poco il membro s’indurisce e striscia lungo la colonna vertebrale.
M’inarco sempre carponi, le sue gambe muscolose contro le mie guance.

I timpani mi pulsano fino alla gola e all’improvviso, il mio orifizio si apre e lui si spinge dentro sino al centro della testa.
Il suo sesso si è conficcato diritto nei miei pensieri e mi sta fecondando il cervello.
Sprona vigorosamente e i nostri corpi rimangono impastati di gocce, mescolate di sudori, d’umori e di capelli scarmigliati e sparsi dappertutto.

Duplicando l’ardore, sento la vena penica cedere sotto i miei sforzi; non mi sono mai sentita così splendida e possente!

Mi ci vuole poco tempo per svuotarlo di tutto il suo miele e bevendo, sono sempre più convinta che voglio imparare tutto di lui.
L’esaltazione lavora e smena la nostra carne come una pasta umana.

La luce occulta dell’aurora ci sorprende con dolcezza.
Scosto la tenda un poco per lasciargli vedere le mani, la cosa che comprendo più gli è mancata.
Le mie mani bianche, come fiori di giglio, così minute, che hanno saputo sempre ascoltarlo, ma anche rapaci artigli da uccello predatore: mefistofeliche, squisite, profumate, fatte per accarezzare, punire e consolare.
Le prende tra le sue e le bacia.

Il vento ha sospinto nella camerata frotte di petali rosa cremisi che diffonde a mulinello nel covile impolverato.

Oramai si è fatto giorno e ci avviciniamo alla jeep.
Il sole disorientato è di un acceso arancione cupo.
Respiro già le prime avvisaglie dell’assenza, come se l’iconografia ieratica verdognola di questo paese potesse sopraffarmi.

Ma io sono certa di come stanno le cose: noi due possediamo il potere dell’alterità.
Se così non è, saremo presto destinati a fallire.

“Allora, vuoi dirmi che accidenti ci fai in questa landa desolata nel culo del mondo?”.

Mi avvicino al suo orecchio e con una vocina morbida e frusciante simile ad un minuscolo fazzoletto di pizzo uscito da un’aureola di pout- pourri, sussurro: “Dovresti saperlo, oramai”…

Il mio credo è come un teorema geometrico.
Irriducibile come pietra.
Compiuto come un sillogismo.
Sostrato come le mie parole.

Un unico biglietto di sola andata, sempre.
“Destinazione: Cuore”.

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