Libera Eva

La fine dell’estate è un suono annunciato dal vento.
La corda cosmica corona e modella un ingresso d’azione.
Si apre il sipario dietro il quale la tradizione biblica si concretizza in miniatura, nello spacco liminale cesellato di prove, incontri e destini.

Sottili scaglie di luna rivestono la facciata esterna dei vetri, lasciando filtrare nella stanza minuscoli barbagli argentei e luciferini.

Il mio lavoro è finito e decido di uscire.

La prospettiva grandangolare spiana un percorso labirintico di archi, pilastri e stele.
Si allungano le ombre dei viandanti negli antri più bui dei colonnati.
La luce è di uno scolorito peltro puro.

Le poche persone camminano sul ciglio della strada, come anime immuni collocate in un contesto disadorno. Ogni attività appare rallentata, quasi interrotta. 

Chi si lascia sedurre da un realismo silente e ovattato è anima perduta.
Ma questo non vale, almeno per me. 

Io la cerco in una nuova forma di mascheramento, affrancata da una seduzione emotiva, desiderosa di rispondenze e significati ad ampio spettro.

Mi accosto a un lampione.

“E tu chi diavolo sei?”.

E’ un Uomo o Donna che me lo chiede. 

Questa storia non è come tutte le altre e stronca il livello d’indipendenza che mi sono guadagnata, senza concessioni all’etica e alla circostanza.                                           

Il mio sguardo zuma su di una stupenda creatura.

Il suo nome è Eva.

Trincerata a un palo la scorgo svettare dalla fossa neuronale della scienza. Intersessuata, superba, algida a godere di quelle immunità estrapolate al mondo intero, con mappe cromosomiche estranee a ogni identità di genere e di giudizio.

E’ successo ancora.

Il taglio perfetto della domanda bacia il guizzo incarnato della mia follia.

“Sono solo una fata ignorante. Puoi chiamarmi Rouge”.

La mia magia elaborata diventa l’obiettivo che punta al centro del mirino, nel suo punto più nevralgico, il solo tramite attraverso il quale io posso comunicare con Lei.

Affino il campo e il foreground è una sorta di limbo: la rifrange dall’alto al basso, nel rituale estatico di una peculiarità genetica d’avvenenza e florida prosperità.

Tutto questo accade adesso, lontano dai nostri affetti, dall’ufficio, dalle fusa del gattino di casa.

Intorno a noi solo auto in transito, con a bordo teste nere arrotondate. Sfrecciano, rallentano. Avanti e indietro.

Si affianca una Mercedes berlina con la capote blu.

“Quanto vuoi?”.

Eva sorride dalla sua distinta altezza, simulando una posa da repertorio che mi proietta nel fulcro dell’ispirazione. Il suo corpo conturbante dai seni prosperosi e maschio di virulento implicito, è costretto nella succinta guaina di spolverino stilizzato.

Così inizia la fitta dianoia di sguardi, allestendo uno spartito scenico di denso lirismo incantato.

“Trecento euro”.

La mia lente empirica s’incunea tra i villi sciolti e tortuosi dei lampioni dritti, nutrendo l’esperienza di suggestione straordinaria.                                                               Nello scaltrito fotogramma privato, la guardo dondolarsi sui tacchi, alternando improvvisi ingoi a indomabili scoppi di risa, per poi frenarsi e riprendere il controllo, schiaffeggiandosi con lievezza sulle cosce.

“Sali”.

Si volta dalla mia parte e mi sprofonda negli occhi, innescando una sequela di segnali lascivi. Si sfiora il seno, discosta le gambe, si allunga all’inverosimile sugli stiletti in similoro. Il primo piano della mano è sui guanti di pelle sottile, nera, il solvibile manufatto a barriera del sacrificio corporeo.

Poi ubbidisce.

Ogni notte ed a qualsiasi ora concede le preghiere e le sue cattive azioni, con i riccioli di prurito tra le carni, grugnendo e dibattendosi da animale sguinzagliato contro le molle di un’alcova volante o la seduta imbottita di un’auto.                                                    

Si lascia amare in tutti i modi possibili, impugnando tra le mani la sua verga dello schiavo.
Un anaconda violacea che le si attorciglia al corpo di femmina, con la testa china sulle mammelle e la lingua tacita affondata tra i capezzoli.

Rimango a scrutarla, nella posticcia castrualità dell’opera.

Il reticolato delle mie meningi inizia a trasudare un liquido appiccicoso, l’umidità infradicia la notte. Rimango sbilanciata e costretta a destreggiarmi con la volgare schizofrenia di una temperatura troppo alta e di un sudore spavaldamente gelido, di nessuna indifferenza.

La copula si consuma nella luce muschiosa dell’abitacolo protetto. La coazione elastica sancisce la devianza fuori della triade dei colpi: uno, due, tre. Il vizio del proibito, il vezzo della provocazione, la virtù dello spettacolo.

Eva mi occhieggia dal finestrino, poi s’accascia.

La figura è rovesciata ed io indugio sul sarcofago gelido dell’abitacolo metallico, nel tout court allucinatorio che onora la mia visione e la sua immolazione.

Una nuova frontiera da dilatare.

Lei che non ha mai detto a nessuno “Ti amo”.
Come in una malia non riesce ad articolarne la modulazione dei suoni.
Solo l’orgasmo le concede la facoltà di pronunciare, anche se è cosciente che gli umori prodigano unicamente dalla tensione del pene e dalla contrazione della carne. 

Così il misfatto fotografico si oppone al desiderio.

Sfatare l’incantesimo, con i suoi trafori, le trasparenze e le dissolvenze. Il montaggio di simboli fallici, meticci, emblemi di una scenografia imberbe di manichini fissi dai muscoli sniffati dalla colla.

L’erotico metaforico disturbato, il tableau vivant per il solito testimone di passaggio.

Nel vagheggiamento di una conoscenza forte di piacere, mi trovo a destreggiare sul proscenio con i colori cupi del travaglio, dove la crudità cromatica ha favorito il sogno e occultato il sortilegio.

…Mi sono risvegliata al suono delle campane di San Martino, modulate da una pioggia leggerissima, che racchiude la veduta in una coltre onirica.

Ci siamo date appuntamento qui, nel mio piccolo paese.

Come spettatrici visionarie, vagabonderemo tra mari e colline scegliendo coloriti mezzi di trasporto pubblici o la bicicletta.
C’e’ voglia di riscrivere una sceneggiatura, chiara e inevitabile come acqua fresca proprio davanti a dove noi ancheggiamo, lungo i marciapiedi d’asfalto in una società in decadimento.

Da bambine portavamo i colletti inamidati e gli impermeabili in gabardine, a forma di cuneo, che sbiadivano ad aureole come l’aspetto di costole martoriate.

Adesso le stoffe sono cambiate.

Questa sarà la nostra tecnica, risorgere buttando via i vestiti.
Tanti stracci di vita infranta in frammenti di lattice, penna e pelo.
Nella concentrazione dei pensieri s’eleva l’esalazione mefitica della nostra racconta da mutilate civili. Il guardaroba esistenziale che rintraccia tutte le pieghe emotive dell’aspetto fisico e della realtà metafisica. Il Flashback esplicativo che trascende il segreto e spuma fiotti di rabbia colati sul drappeggio della scena.

Ci guardiamo allo specchio.
L’immagine platonica di noi stesse ci riporta a quella di due mummie egiziane: dei corpi misteriosi e piatti, avvolti nelle bende che possono trasmutarsi in cenere, qualora fossimo scoperte.

Ma il sentimento universale non richiede travestimenti, né spogliarelli.
E semmai fosse corrisposto riguarderebbe il futuro, con considerazioni variabili nel grattare via le croste dai pastrani e sferrare il collare rigido di sicurezza. 

Ci vestiamo piano e rimaniamo sole.
L’isolamento ci ha spinto in un campo lungo in cui ogni possibilità è lecita.
La resurrezione guida l’inquadratura finale sui nostri slanci di vita.
Fotogrammi di luce, fede e di speranza. 

Questo giorno mormora sui primi bagliori dell’alba, l’inebriante profumo di terra fresca appena bagnata.

In cielo i cerchi delle nuvole sono globi meditabondi sospesi nell’aria settembrina e galleggiano come tondi cloni di bolle di zucchero filato. 

Guardo Eva affacciarsi dalla cripta e le sorrido.

Non ha respiro senza il mio respiro.
Non ha pelle senza la mia pelle.

Non c’è nessun amante dietro di Lei, vuoto davanti a Lei.

Solo io, che vengo a liberarla…

“La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni” P.P.Pasolini

 

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