L’ascensore

È più di un’ossessione. Quel continuo premere tasto dopo tasto. Quella sensazione di liberazione che non sai da dove nasca. Lo devi fare, è più forte di te. Poi finisce. Perché non sai più cosa dire, cosa pensare. Ti senti la testa scoppiare. Sei vuoto dentro, fuori. Un continuo vortice fatto di nullità che ti assale dentro, che ti assale nell’animo. Cerchi di capire, cerchi di imitare. La tua è solo una nevrosi. Cerchi di scaricare quell’energia in qualche modo. Non ci riesci. Poi ti domandi chi sei. Che razza di persona può reggere questo sforzo? Questo continuo andare chissà dove?
Scendi. Scendi dal letto, scendi dal mondo. Rotoli per scale immaginarie urtando contro muri umani. Sei solo, disperato. Cerchi di capire questo eterno bisogno del muro amico da dove possa provenire. Di nuovo il vuoto. Addio pensieri. Negazioni su negazioni. Censori su censori. Urli, gridi, prendi a pugni i muri della tua fantasia. Ti svegli sudato. Ti svegli morto nella non-vita. Sei una spugna bagnata da lacrime mai versate. Sei la negazione del tutto.
Dicono di vederti per strada con occhi da pazzo. La gente ha paura di te. Non ti capisce. La gente appena ti vede si scansa. Dicono che hai le parole di un folle. E quei tuoi capelli? Vogliamo parlare di quei tuoi capelli del cazzo? Si può andare in giro così? Ma a te non frega niente. Tanto il problema sei tu. Tu contro loro. LORO. Una parola, ancora una volta un’ossessione. Questo continuo ticchettare i tasti di un stato d’animo trascurato. Questa eterna pressione alla ricerca della soddisfazione perduta. I tuoi pensieri cominciano a vagare nella nebbia. Sei sempre più lontano dalla verità, sempre più squallido. Vomiti sul marciapiede. I bambini ti guardano e ridono. I bambini ti guardano e si rifugiano nel grembo della loro madre. Ah, quanto vorresti fare la stessa cosa anche tu! Ma non puoi. Non hai più l’età per farlo. Tremi, ti agiti, hai paura. Paura come quei bambini, come quelle persone che traumatizzi con la tua losca figura. Senti premere dentro di te qualcosa. Non riesci a esprimerti. È presto, è tardi, è la fine, non cambia niente. Sei solo immondizia che vaga per i quartieri, sei la merda che entra nel tubo di scarico e inquina le acque. Ecco cosa sei, una misera schiuma dall’origine incerta. Sei un vuoto che niente può riempiere. Ci provi con queste parole, perché loro sono meglio della droga, meglio dell’alcol, meglio di TUTTO. Sono meglio di tutti LORO. Poi ti senti appagato, stanco, demoralizzato. Tutto d’un tratto sei un pupazzo. Le parole ti scivolano via dalla mente, non le riesci a raggiungere, sono così lontane, misteriose. Sei solo nella notte. Il buio che bagna il tuo corpo, la voce che si diffonde come un’eco nel mondo. Nessuno vuol ascoltarti, nessuno ha di che ascoltare. Non c’è niente nel mare del mondo se non la tua voce solitaria. Perché allora nessuno ti dice la verità? Che cos’è verità? La verità è la liberazione dal male, la distruzione di quelle catene immaginarie che ti rendono schiavo di un padrone che non esiste. Sei schiavo e sei padrone. Sei solo nell’unicità dei ruoli. Sei cattivo con te stesso, cerchi di punirti perché pensi che così non perderai il suo amore. Povero figlio di puttana! Come puoi pensare questo di tutti LORO? Non lo vedi che sono generati dalle viscere dell’uomo? Non vedi come sono miseri? Sono animali che si specchiano, questo sono. Non c’è differenza con tutti gli altri. Non capiscono cosa sono, cosa pensano. Credono di sapere quello che fanno. Sono chiusi dentro schemi, dentro destini già scritti dai loro genitori e dai quali non riescono in alcun modo a liberarsi. Tu lo hai fatto, sei solo per questo motivo. Hai distrutto quelle catene ma hai dovuto chiuderti in una gabbia per paura di tutto LORO. Povero schiavo. Perché mai ti sei ridotto in schiavitù quando avresti potuto affrontarli a testa alta? Dire a tutti loro di andare a farsi fottere! Avresti potuto sputare sulle loro ombre, sui loro destini infami, tu che hai capito come funzionano le cose. E invece no. Ti sei chiuso in una torre che tu stesso hai costruito in tutti questi anni. Ogni pietra, ogni dolore. Hai eretto questo museo alla tua persona, dove solo tu puoi entrare. Tutti LORO ti guardano da una finestra e ti chiedono di scendere. Tu niente. Sei testardo come un mulo. Non puoi farci niente, dici. È la mia natura. La tua natura un corno! Vigliacco, scendi e affrontarli. Digli chi sei, cosa sei, cosa hai capito. Perché non lo fai?
Cerchi amore nella natura. Vedi gli uccelli volare e il vento piegare vecchi rami ormai morti. Morti come la tua anima, distrutta dalla vigliaccheria. Vorresti anche smettere di premere questi pulsanti del cazzo.

Arrivo dell’ascensore. Rumori di chiavi che aprono la porta dell’appartamento. Poi un grido, l’urlo della paura.

5 pensieri su “L’ascensore”

  1. Mi piace quell’ascensore, diventato personaggio, che simboleggia il salire e lo scendere degli stati d’animo del protagonista il quale, a sua volta, annaspa nella ricerca disperata di una via d’uscita dallo stato d’angoscia in cui si è confinato.
    Una scrittura singhiozzante che rincorre la verità che può esistere, ma solo se il protagonista fa il primo passo verso quell’autoperdonarsi che è alla base di ogni percorso di convivenza con se stessi.
    Altrimenti l’ascensore si ferma, la porta si apre e l’urlo è soltanto di sorpresa e di paura, perchè non può mai essere liberatorio.
    Ciao
    anna

    5 st.

  2. Vi ringrazio tantissimo per i commenti!
    Effettivamente mi sento un po’ come Picasso, evidentemente ho il mio periodo “nero” 🙂

  3. Va letta al ritmo del respiro irregolare, per poter riconoscere il proprio di disagio, i propri incubi, e le proprie debolezze

    5 stelle
    Tilly

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