L’armatura

È notte, i pensieri diventano sempre più profondi. Ancora una volta indosso le scarpe per varcare le  soglie del mio mondo. Camminare scalzo mi provoca solo dei grandi mal di testa. Sento il sangue scorrere  nuovamente nelle mie vene. Mi sento vivo, respiro, quasi sorrido. Chiudo gli occhi. Sono seduto sul letto e penso al mondo. Penso a questo continuo divenire di sensazioni, di emozioni, di sentimenti che vedo scivolare via nella mia mente senza comprenderli. Mi sento solo. Il mio animo è desolato, arido come il  deserto. Ogni sensazione scivola via mentre cerco di raggiungerla. E allora piango. Quegli occhi che  prima inneggiavano alla gioia ora sono solo un triste ricordo di un passato nefasto, un passato carico di allucinazioni dolorose. Capire, comprendere questo Mondo è difficile. Ci provo, è un continuo divenire in piena crisi epilettica. Emozioni soffocate dalla mia malattia. Ogni sorriso che viene tramutato come per magia in una lacrima. Mille lacrime che danno vita a questo fiume che chiamo pensare. Ho le scarpe ai  piedi. Ho voglia di passeggiare. Un ritorno triste suona nel mio cervello. La mente che si ammala ad ogni passo in questa folle società. Piango mentre cammino, piango perché cammino. Guardo i volti di tutti LORO e cerco di dare un senso a questo mio essere. Mille dolori lacerano la mia persona. Spesso il male di vivere. Cammino senza sapere dove andare. Non m’importa. A cosa serve sapere in anticipo il proprio  destino? Forse a evitare una morte dolorosa, una fine tragica, a evitare di intossicarsi con la puzza della propria merda. Fisso un gatto negli occhi. È vicino a un lampione. Vedo il suo sguardo assente e quasi pieno di gioia. Lo vedo solo. È un essere che non cerca niente se non il soddisfacimento dei propri  istinti.
Sono un treno e sto viaggiando verso il NULLA. Il vagone è vuoto come la mia mente. Persone attraversano lo scompartimento come i pensieri che fuggono da ogni ragione. Guardo fuori il mondo scorrere in una direzione completamente opposta alla mia logica. La schiena, la schiena mi fa male, il collo mi fa male. Immagino un gatto ruttare, quel suo gesto buffo, naturale, forse un po’ ridicolo.
Una chitarra suona nella mia mente. Fisso il vuoto che è dentro questo vagone, fisso il vuoto della mia mente ad occhi aperti. È la fine. Procedo in un unico senso, nel senso del non ritorno, della morte ancora prima di conoscere la vita. Torno all’origine del TUTTO. Mi batto una mano sulla coscia cercando di incoraggiarmi. Mi lavo la faccia e mi specchio nel passato mentre questo treno avanza nella direzione della non-vita. Avrei voglia di piangere, avrei voglia di dire a tutti loro: “Lasciatemelo fare, vi  prego!”
Mi arrabbio. Voglio stare solo e loro non me lo permettono. Questi rimorsi, questo senso di colpa che suona, tuona contro il mio animo, questa voglia di fuggire che mi perseguita, che non mi lascia in pace nemmeno nei sogni. Fuggire, fuggire, fuggire. Scappare verso la terra desolata della mia mente. Sono l’imperatore dei miei pensieri, il mio è un regno di pura fantasia. Sono un pazzo che è pronto a farsi detonare come una bomba per una guerra di ideologie. Stronzate! Immagino il mio corpo come una mega stronzata che viene fatto saltare in aria. Pezzi di merda che macchiano la vita di tutti LORO. Il mio corpo sfracellato, lacerato, distrutto che sputa sulle loro facce pensieri che non ho mai avuto il  coraggio di esprimere. Infine piango. Piango a questa simile idiozia che la mia mente riesce a concepire. Piango perché sono solo in un mondo dove le persone non fanno altro che consigliarmi, indicarmi strade a  senso unico. Ma cristo, non vedete che lì in fondo c’è un burrone che mi aspetta? Volete forse uccidermi? Cazzo, devo essere io l’unico artefice del mio insuccesso. Come si può continuare a vivere tra le menzogne che chiamiamo persone? Le conosco, conosco bene quelle loro facce di merda, quel loro spirito vigliacco che mi consiglia la morte. Bene, voglio che sia io stesso a uccidermi! In fin dei conti me lo merito. Non che abbia fatto chissà cosa, eppure questa voglia disperata d’amare una divinità che chiamano genitori mi ha costretto a lacerarmi la mia anima, a diventare quello che non sono. Sono la non-persona, sono il frutto di un incesto psichico. Guai a pensar sbagliato delle mie parole! Povere espressioni che  vanno a farsi fottere nel delirio del mio pensare.
E poi mi ritrovo seduto su una panchina a leggere dei fogli bianchi macchiati con delle lettere che cercano di formare parole, frasi di senso compiuto. Continuo a leggere, rileggo quelle stesse parole che cercano di offrirmi una via di fuga, una soluzione a un male che poco conosco e dal quale non voglio far altro che allontanarmi. A chi, in fin dei conti, piace soffrire del proprio malessere? Poco importa se il mondo, le menzogne, la falsità e tutto, mi sussurra frasi dolci, frasi che cercano di persuadere questa mente a pensare altro. Cercano di farmi dire altro, perché questa mia folle volgarità non può essere accettata così facilmente. Cosa ne sarebbe di un palazzo se qualcuno dicesse che è fatto con la merda e potrebbe crollare da un momento a un altro? Tutti direbbero che quel palazzo è lì da decenni, perché mai  dovrebbe venire giù proprio adesso? Li sento urlare alle mie spalle ingiurie che hanno a che fare con gli  escrementi. Sento i loro anatemi scagliarsi contro la mia persona. Cerco di essere forte, ma come si può essere forti se la propria armatura cade a pezzi? Devo forse cercare un fabbro? E chi fa più questo mestiere oggigiorno? Quindi me ne sto qui, seduto da solo, in disparte dal Mondo, a versare lacrime per qualcosa che non so nemmeno d’aver commesso. Piango, riverso a terra tutti i miei sentimenti, tutte quelle  emozioni a me sconosciute e che diventano vive in una lacrima: la lacrima della disperazione umana. Era  tempo che non vomitavo tutte queste stronzate. Il mio è un vagare per terre desolate ascoltando i miei  onanismi mentali.
Penso che potrei fare qualcosa. Dire qualcosa, per una volta nella mia vita potrei essere eroico, fare un  gesto unico, non scontato. Poi perdo subito la voglia, la noia seduce i mie muscoli e il culo fionda sul divano a guardare fisso il bianco del soffitto. Penso a tutto questo, a questi pensieri a queste parole che niente celano se non un grande NULLA.
Sono nella mia stanza da letto. L’alba si avvicina. La luce è pronta a nascondere ancora una volta il mio male. Un sorriso illumina il mio volto. Sono stanco, la schiena a pezzi, il collo che perde mobilità. Il letto che mi seduce con le sue lenzuola, il cuscino che mi chiama. Vedo il sole avvicinarsi al mio volto,  vedo il mondo sotto una nuova luce, peccato che ciò duri solo poche ore. Il tempo sta per esaurirsi. Gli occhi mi si chiudono. Sono stanco. Stanco di tutto, di questa vita, dei miei malanni, stanco del Mondo, di tutti LORO. Questo non si può fare, quest’altro nemmeno. Andate a farvi fottere, pezzi di merda! Voi e la vostra retorica del cazzo, la vostra retorica del questo e non quello. Volgarità, il mio motto è la volgarità, diretta, chiara, semplice. Io bagno con la merda i vostri volti, mi scaglio contro ingiurie che il popolo capisce e che il vostro animo ferisce. Ma sono troppo stanco per lottare. Ci vorrebbe una nuova armatura, ma dov’è il fabbro? Preferisco riposare. Il mio vecchio corpo, sempre più debole e deperito, si affloscia su queste fresche lenzuola. Il capo che accarezza il cuscino. Il bianco del  soffitto che si fa sempre più chiaro e poi sempre più nero. Il nero degli occhi che si chiudono, della  sofferenza che lascia per sempre il mio corpo e la mia mente. Il Re ha deciso di riposare. Così tutto svanisce. È ora di dormire.

5 pensieri su “L’armatura”

  1. Ti leggo sempre, ma mi rendo conto che non riesco più a seguirti in questo crescendo onirico e disperato.
    Una volta, parecchio tempo fa, avevo proposto alla lettura un testo che s’intitolava “Dormiveglia” ed era preludio ad altro (io lo avevo catalogato come “racconti e storie”).
    Apriti cielo!
    Un sedicente scrittore, psichiatra di professione, celandosi dietro uno pseudonimo corsaro, cercò di analizzare me, il racconto e la meschinità delle cose che raccontavo.
    Non so che dirti, Sergetto.
    Occhio a che il pirata non si rifaccia vivo e non tagli scientificamente le gambe ai tuoi sogni così disgraziati!
    anna

  2. …Mi sono dimenticata di aggiungere che a tutta la spatafiata segue un sorriso e la più che ovvia considerazione che ciascuno quando scrive, scrive di ciò che sente più vicino al suo animo e alla sua personalità.
    Siamo così numerosi sulla faccia della terra che ognuno trova, senza alcun dubbio, chi è in grado di comprendere e apprezzare i suoi pensieri.
    a.

  3. Caro Sergei, io ti leggo sempre con passione, questa volta però…, come dire…, mi sono un po’, agitata. Mi è sembrata una scrittura di sfogo ad un deliderio nero, probabilmente imbrattando d’inchiostro il foglio in una giornata più contorta del solito.
    Spero, come hai detto Tu, che tu possa riposare, così che tutto svanisce.
    A presto leggerti.
    Sandra

  4. Vi ringrazio per i commenti.
    Gli ultimi scritti che sto postando risalgono a più di un anno fa.
    E’ vero, sono testi un po’ di sfogo, ma stavo/sto cercando attraverso questo esercizio di trovare una sorta di stile per poi utilizzarlo in racconti dalla trama più complessa. Si tratta per lo più di esercizi. Magari mi sono esercitato con uno stato d’animo un po’ “depresso”.
    Certo, poi ognuno ha il suo genere, io sono stato sempre affascinato dai sogni, poi ho incontrato Lynch e la deviazione è stata totale 🙂

    Tendo a dirvi che anche io vi seguo spesso. Purtroppo non sono bravo nel lasciare i commenti, capisco che basterebbe anche un “Brava” o “Mi è piaciuto tanto” ma mi sembra così banale che proprio non mi riesce di scriverlo.
    Grazie 🙂

    PS: Peccato che lo psichiatra non si sia fatto vedere, credo proprio che si sarebbe divertito e non poco con questi scritti 🙂

  5. Carissimo, avevo ben intuito che questo è il tuo genere, tuttavia sono ben contenta che trattasi di esercizi e fra l’altro dell’anno scorso.
    Gli psichiatri non girano proprio su questo sito, sanno che chi racconta possiede ali dove non possano arrivare neppure loro….
    Buon proseguimento anche con qualcosa di meno nero.
    Un saluto.
    Sandra

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