Maddalena

«Il mio nome è Maria come tua madre, ho sentito. Sono di Magdala, e bastò questo perché chi riconosce il mio volto abbia voluto spogliarmi del mio nome, assegnandomene un altro che da solo parli per me. La mia casa è Magdala e laggiù, fra tutti i suoi figli, non c’è nessuno che mi superi in fama al punto che ho preso ad essere nota con un nome che la gente non volle che svelasse virtù, né forza né saggezza, ma solo dice il luogo da cui provengo: io per tutti sono Maddalena.
Se solo potessi parlarvi di me, con la franchezza di chi confida un segreto a se stesso e senza il timore di veder crescere fastidio o imbarazzo, proverei a narrare di quello che davvero nascondo in fondo al cuore; sono una donna io, al pari delle altre, ma a me per il mestiere che ho scelto non è concesso nemmeno di ambire l’ultimo gradino dove risiedono tutte, poiché l’uomo ci ama e ci nasconde, ci desidera e ci respinge. Allora mi sia permesso di parlare in questo consesso, perché quando una donna come me parla di un uomo è di tutti che sta parlando. E chi meglio di me sa dire di conoscere gli uomini mente, giacché solo al mio mestiere è riservato il diritto di conoscerlo fin dentro le ossa: sono una prostituta io e so quel che dico quando parlo di uomini.
Credete che non sappia la ragione per cui voleste accogliermi in questo banchetto? Essa è la sola per cui adesso ho parola. Volgete lo sguardo dentro di voi e confessate che avete pensato che più conveniente era che io entrassi, per provare a voi stessi che foste magnanimi con chi come me altro non merita dileggio, altrimenti anche qui avrei conosciuto l’amaro sapore del pubblico disprezzo. Quindi pretendo d’essere ascoltata, di fronte a quest’uomo che palesa indulgenza, il cui cuore non conosce sprezzanti giudizi.
Lasciate che vi parli di una donna come me che ha l’animo pervaso di paura e dolore, e allora vogliano le lacrime, le sole compagne del mio sconforto, divenire parole taglienti come lama di sica. Non vi parlerò delle ragioni che mi spinsero a questo mestiere, neanche a me sono chiare, perciò vi dico che non cerco compassione poiché quello che ho scelto l’ho scelto da sola; e sola mi ha reso questo mestiere.
E nemmeno lagnanze ho da offrire né sono in cerca di carezze da chi non ha mani per me.
Voglio solo il vostro tempo.
Lasciate che sia io a parlare, per una volta, e vi sarò grata, perché chi viene da me è avvezzo a parlare di sé, e al termine del giorno ho ascoltato le storie di tutti, senza che resti nessuno ad ascoltare le mie. Del resto a chi importa di una prostituta? Ha forse cuore una peccatrice? Nessuno vuole conoscere un solo briciolo di me, eppure gli uomini credono di sapere tutto, ma quello che non vedono, e che pure sta davanti ai loro occhi, è davvero spaventoso. Parlerò a voi dei miei desideri, dei sogni di una donna che dalla vita non potrà mai attendersi grazia, né il piacere di avere accanto il calore di un compagno al quale confidare le tenerezze dell’amore. Lasciate che vi dica di quanto mi manchi il piacere d’essere desiderata dal cuore e di sentirsi al pari di una regina, invece d’essere posta poco prima di una bestia; poiché è trattata da bestia colei che come me si brama nell’oscurità ma di cui si disconosce persino l’esistenza alla luce del giorno. E questo mi fece odiare il sole più degli stessi uomini, al punto che vivo da reclusa in un regno attorno al quale furono poste mura invalicabili: la mia casa. Anch’essa, credetemi, è come me: non ha luogo dove si possa vedere e non gode della vicinanza che si chiede ad altre case ma è posta lontano, quasi nascosta, perché non si dica che il peccato dimori a un passo dall’uomo.
Ma tutti sanno dov’è, ed essa tutti accoglie. Se solo potesse parlare, la mia casa meglio di me saprebbe dirvi delle parole che gli uomini amano scambiarsi nella complice attesa del loro turno; parole di offese e di vanto, parole d’ingiurie a cui è stato sottratto rispetto.
E ridono e ammiccano, e si spalleggiano l’un l’altro, benché siano sconosciuti ai propri occhi: quando si è venuti a condividere il peccato, l’uomo riconosce nell’altro parte di sé e questo lo avvicina. Ipocrita è l’uomo, ipocrita e falso, se crede che solo se consumato in segreto il peccato è tale, ma se lo stesso si celebra in compagnia si persuade che sia vizio da assecondare. Alla natura dell’uomo tutto è concesso, persino di sfiancare i miei lombi e ritenersi nel giusto. Allora eccoli accorrere in casa mia, disposti a cerchio lungo le pareti, frementi in attesa del loro turno, ingannare l’attesa raccontandosi senza crederci di improbabili avventure, di furberie false come le parole che mi sussurrano.
Poi tocca a me.
Mi basta un solo gesto per spalancare il momentaneo paradiso: con la mano allontano la pesante tenda che mi separa da loro e che dice che sono pronta ad accogliere un altro assalto: dovreste vederli, accorrono come cani al loro padrone quando questi ha deciso di premiarli. Lasciatelo dire a me: gli uomini spogliati delle loro vesti si rivelano tutti uguali. Che a vestirli siano i broccati del loro nobile casato o che siano coperti dai panni del mercante a me poco interessa, e nemmeno ho cura di guardare i loro occhi o sentire le loro mani che corrono veloci lungo i miei fianchi con l’ansia che si addice a colui che compie una scoperta: in fondo, lì in mezzo, gli uomini sono tutti uguali, inutili come un segreto che è stato svelato a tutti. E con foga di ladro mi prendono, spesso più volte, come se non volessero mai più rimpiangere il denaro che spendono. Io neanche li guardo e alzo i miei occhi verso il soffitto e tra le travi scorgo storie meravigliose: vedo campi verdissimi ricolmi di fiori dal lunghissimo stelo. Io li raccolgo, ne faccio un fascio e li offro a chiunque mi si avvicini e voglia sentirne il profumo, senza chiedere null’altro che il piacere di vedere un volto di donna illuminato dal sorriso; e vedo cieli profondissimi su cui il sole non arriva a portare l’onta del tramonto, e infine vedo me stessa camminare per le vie ricevendo saluti ossequiosi, e mi pare talmente vero che mi illudo che persino il rispetto abbia un suo gusto, se poi me ne ricordo il profumo, intenso, ma dura il tempo deciso dall’uomo che si crede sovrano nel mio letto, giacché con il denaro ha voluto comprarmi.
Ah, il denaro… Non conosco uomo il cui pensiero non vada al denaro. Spesso lo desiderano più del corpo di una donna, lo blandiscono, lo accarezzano come se fosse un giovane virgulto di cui seguire il destino. Potrei parlarvi per ore della fatica con cui gli uomini se ne separano, come se tenerlo stretto a sé fosse la più splendente delle virtù. Ma è proprio il loro denaro tutto ciò che voglio. Non ho interesse per le loro parole e nemmeno ricordo i loro volti che ormai sovrappongo senza memoria. No, io voglio quello che hanno conquistato e li fa sentire sovrani su tutto; questa per me è la sola rivincita che posso permettermi su chi altro non può dare e allora che il denaro gli si sfili dalle tasche e che sia ricompensa per le umiliazioni che mi infliggono con protervia da padrone. Stolto sia considerato l’uomo che della donna si sente padrone e come tale dispone i suoi sensi per l’altrui dominio. Io li ho addosso questi uomini e soltanto si discostano quando hanno scaricato dentro di me il loro seme che sento correre nelle mie viscere come un caldo fiume in piena guadagnarsi un varco con foga brutale, come se volesse imporre la legge di una vita che vita non potrà mai diventare. E quanto al mio povero corpo, se poteste vederlo, alla fine porta l’odore di ognuno di loro; che sia la nobile fragranza della mirra del mercante o il puzzo acre del guardiano di capre o ancora l’odore della steppa che avvolge il carovaniere, tutto si fonde e penetra nei miei pori, come se volesse comporsi in mistura che avvelena la mia anima. Io non riconosco più il mio odore e con esso neanche il mio corpo striato d’unghiate e colorato da lividi quali segni di una falsa passione, mentre di sera, quando tutti accorrono ai loro affetti io resto sola. Piango al pensiero di una vita spesa senza essere vissuta, mentre le lacrime giungono puntuali a devastare il bistro attorno ai miei occhi.
Solo allora compaiono gli spacchi che tengo nell’ombra: se prima ho baldanza da giovane donna, dopo è tristezza che sgomenta, e così della solitudine ho fatto la mia migliore compagnia, poiché in merito non ho alcuna illusione concludendo che non è solo chi ha scelto d’essere tale, ma lo è colui che gli altri non cercano. Questa è la vera maledizione del mestiere che ho scelto: fintanto che il mio corpo avrà il potere di suscitare desiderio avrò accanto qualcuno disposto a rubarne un pezzo ma giacché, ne converrete, il mio mestiere è destinato a sfiorire al primo apparire delle rughe, allora non mi venga sottratta la speranza che l’Onnipotente possa aver riservato anche a me un briciolo di redenzione. E chi meglio di me sa dire quanto profondo sia il desiderio di riscatto?
Grigi e disfatti sono i miei capelli che un tempo ricordo esser stati neri, fulgenti e lustri come pelo di puledro di prima sella; e la mia pelle era avorio e corallo e luceva come seta esposta al sole. Avevo seni fruttati, dal limpido candore: tenere alture che si stagliavano dal mio petto come dune gentili e innocenti; e i miei fianchi: curve temerarie come ansa di fiume, su cui una goccia d’acqua giammai avrebbe arrestato la sua corsa.
La mia gioventù: avesse ancora il suo ardire non avrebbe vergogna di vestirsi da brigante per rubare quanto le fu tolto, piuttosto che vedersi imprigionata in un corpo che soggiace supino al passare degli anni. Ma neanche di questo oso dolermi, perché penso che alle donne come me, che hanno visto la loro vita bruciare come una torcia, l’Onnipotente abbia voluto riservare un angolo del suo regno, dove l’aria è più fina che qua.
Ho occhi che vogliono tornare a vedere e mani ansiose di carezzare e allora lasciate che qui, in questa casa, sia detto che fu sufficiente un solo gesto perché il mio cuore conoscesse speranza e io tornassi a mutare quanto detto finora sugli uomini.
Il tuo ospite Simone, quest’uomo di nome Gesù, nulla sapeva di me ma il suo giovane cuore ha saputo parlare al mio, riscattandomi dalla vergogna. Egli infatti non ha mostrato esitazione quando ha preso a coprirmi del rispetto che a nessuno dovrebbe essere negato, neanche a chi, come me, vive al margine dell’altrui considerazione; ed è grato Dio all’uomo che sa infondere speranza e il Galileo lo sarà in misura decuplicata, perché gli bastarono poche parole perché io fossi capace d’immaginare un’altra vita ora che sono ancora in vita. Strano è il destino, soprattutto di noi donne: ci prende per mano, ci lusinga e poi non ci lascia più, neanche dopo aver tentato mille volte di abbandonarlo; e se ci nascondiamo ci insegue come prede, richiamandoci a un ordine del quale intendiamo sciogliere l’invisibile vincolo. Ma quest’uomo oggi mi ha sussurrato parole nuove, sconosciute, mai sentite prima; parole che sanno parlare al cuore di una donna e illuminarlo di nuova luce. Vi sono intere vite che si faticano a ricordare e dei semplici gesti che non si scorderanno più. Gesù, neanch’io so molto di te, ma quello che so basta ai miei occhi e al mio cuore. Ero come una straniera in questa vita, invisibile eppure ingiuriata, ma con luce di lampo volesti restituirmi dignità e fede in un destino che sembrava non volesse passare la mano. Escano ora ancor più copiose le mie lacrime e che vengano a lavare la mia pelle; non farò che si sciupino e le offrirò a chi crederà al mio cuore, senza lesinare, come si fa con il vino più profumato che si mesce all’ospite. Prima d’oggi avevo un cuore che mai nessun vino poteva consolare e la mia vita era simile alle briciole che si è soliti far dono ai miserabili, ma ora so che la vita d’ognuno è mutevole, come nuvole che prima si ostinano a gettare ombre e poi, ingenue, si dissolvono nel sole».

 

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