La casa nel buio della notte

Era notte. Il luogo dei misteri e dei sentimenti nascosti. C’era un uomo che vagava da solo per le strade inseguito dalla sua ombra. Un classico, pensò in cuor suo. Tutta questa banalità che mi circonda, tutto questo continuo pensare a cosa già dette, disse ancor una volta a se stesso. Lui era l’unico con cui potesse parlare, fuori non c’era altro che il nulla che impregnava gli animi delle persone.
“Povero pazzo!” gridò ad alta voce, sicuro che nessuno lo potesse sentire.
“Sono solo, non vedete? È questo quello che volevate? Così volevate isolarmi? Ci siete riusciti, complimenti!”

Era notte e un bambino stava vagando da solo per le strade cupe e umide della città. Il calore dell’estate non bastava a rincuorare il suo animo. Tutti sembrano essersi dimenticati di lui. Si sforzava di non piangere, cercava di diventare forte, di mostrare il vero carattere che un uomo dovrebbe avere. Queste erano le storie che gli raccontavano.
“Povero me” pensò ad alta voce, “Cos’ho fatto per meritarmi tutto questo? Sono solo un bambino in fin dei conti. Tutti mi hanno voltato le spalle, nessuno ha badato a me. Come posso crescere? In fin dei conti è meglio restar bambini, c’è sempre qualcuno che è pronto a prendersi cura di te. Solo che io proprio non lo trovo. Dove devo cercare?”

Era notte e un uomo era seduto su una panchina. La luce del lampione illuminava la sua ombra, lui era nascosto nei meandri del buio.
“Guarda, io sono qui in mostra per i passanti. Tu dove sei? Nascosto nella notte? A cosa serve nascondersi se la tua ombra ti parla? Se la tua ombra si mostra? Credi che a loro importi qualcosa di te se ti nascondi? Così facendo non esisti. Io sì! Guarda la mia bellezza. Sono così fine e delicata eppur non mi posso spezzare. Sono forte e ho coraggio di mostrarmi. Povero inetto, chiuso dentro di te a trastullarti con i tuoi pensieri. Esci fuori.”
“Io non sono te” disse l’uomo che brancolava nel buio.
“No? E a chi appartengo? Sono o non sono la tua ombra? Cosa credi che nasca e muoia in un attimo? Ti piacerebbe che tutto si svolgesse in un attimo? Come una siringa, chiudi gli occhi e l’ago entra nella tua pelle senza sentirlo. Un attimo ed è tutto finito. Povero bambino. Il mondo è ben altro che uno stupido sogno. Esci e affrontami, vigliacco!”
Ma l’uomo aveva troppa paura di perire nella battaglia, così decise di nascondersi nell’unico mondo che lo avrebbe accolto: la notte.

Era notte e un bambino si stava specchiando in una vetrina. Dietro migliaia di televisori che riflettevano una vita che non apparteneva a nessuno.
“Mi piacerebbe essere lì dentro” disse alla vetrina. “C’è così tanto amore, così attenzione verso tutti. Io qui sono solo, non ho nessuno, invece lì potrei essere ancora una volta al centro dell’attenzione. Potrei sentirmi finalmente protetto. Vorrei sapere cosa fare della mia persona.”

Era notte e un uomo stava ruttando nel silenzio.
“Maledizione! Devo aver mangiato qualcosa di pesante. Se la memoria non mi giocasse questi brutti scherzi, potrei ricordare cosa è stato e magari evitarlo la prossima volta. È inutile che ci penso, è come se lo avessi cancellato dal mio cervello. Niente, solo un grande vuoto che riempie questa mia stupida testa.”

Era notte e la Luna splendeva nel cielo limpido in una giornata indefinita dell’anno. C’era un pensiero che le passava continuamente per la testa e che non riusciva mai ad afferrare. Erano giorni ormai che ci lavorava, cercando di ricordare o di catturare quel pensiero che continuava a sfuggire alla sua coscienza. “Ora l’ho detto, ora l’ho detto” ripeteva, “eppure non lo ricordo. Come è possibile?”
Parlava e si specchiava nelle stelle la Luna. Era in buona compagnia se pur per poche ore. Un uomo e un bambino le tenevano compagnia.

Era notte, faceva freddo e fuori tirava vento. Un bambino, dentro una casa abbandonata, controllava tutte le stanze.
“Niente male” disse. “Potrei viverci. Il tetto sembra reggere. È vecchia e puzza un po’ ma potrebbe fare al caso mio. C’è anche una stanza da letto arredata e una stanza con uno scrittoio.”
Qualcosa bussò al suo stomaco. “Maledizione, devo mangiare. Ho fame, ho troppa fame e i miei pensieri non sembrano in grado di saziare questo vuoto che ho dentro. Cosa potrei mangiare? Devo controllare se c’è una cucina. Anche se credo di conoscere già la risposta.”

“Che cosa vuoi fare da grande?” chiese la maestra all’alunno.
“Niente” rispose il bambino.
“Che vuol dire niente?” sorrise la maestra. “Non c’è niente che ti piaccia? Proprio niente cui aspiri?”
“No. Niente.”
“Come mai?” domandò preoccupata la maestra.
“Perché non diventerò mai grande” chiuse con stile il bambino.

Era notte e fuori pioveva. Un uomo si rifugiò in una casa abbandonata. Si complimentò con se stesso per la fortuna che ebbe nel trovare quel rudere ancora in piedi e con la porta aperta. Chiuse la porta alle sue spalle e con fare infantile cercò di accendere le luci. “Beh, non si sa mai” disse per giustificare la sua idiozia. Ma non c’era bisogno di luce perché i lampi illuminavano quella notte. Fulmini che toccavano terra e facevano tremare i timpani. Questa era l’unica compagnia in quella notte.
Aiutato dai lampi, trovò una stanza con uno scrittoio. C’era una penna, dei fogli e una candela spenta. Cercò nelle sue tasche ma non trovò nulla. “Mai fumato” disse a se stesso.
“Forse ti serve questo” disse la voce di un bambino. Un lampo divise le due figure, facendole specchiare nel cuore della notte, l’un dentro l’altro.

Era notte e un uomo e un bambino si guardavano dentro una vecchia casa. “Che storia assurda” pensarono entrambi.
L’uomo prese l’accendino dal bambino e arse lo stoppino della candela. In pochi secondi la stanza fu illuminata dal fuoco amico del cero.
L’uomo era seduto sulla sedia vicino allo scrittoio e fissava il bambino.
“Chi sei?” gli chiese con estrema severità, quasi volesse rimproverarlo che fosse lì.
“A te importa conoscere già le risposte alle domande?” rispose con una domanda il bambino, dando dell’indifferenza alla rigidità dell’uomo.
“Bene. È questo tutto quello che volevo sapere. Hai dell’altro per me?”
“Ho una bottiglia d’acqua, ma vorrei tenerla per me.”
“Mi spiace, ma non credo ti appartenga più.”
“Ma è mia!” piagnucolò il bambino.
“Spiace anche a me, credimi.”
Il bambino si voltò nel buio e ne trasse una bottiglia di vetro con dell’acqua dentro.

Era notte e un uomo dormiva nel suo letto da solo.

Un pensiero su “La casa nel buio della notte”

  1. E’ scritto in modo interessante, con citazioni interessanti, però non riesco a capire dove sia la fine, forse perchè mi aspetto sempre una fine da ogni situazione o forse perchè non sono abbastanza accorto…. però molto interessante da rifletterci.

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