Sotto ad un azzurro cielo Tanzaniano

Irene, non appena si laureò in medicina completando la sua formazione specializzandosi in pediatria, decise di esercitare la sua professione in Africa per aiutare i bambini che in quei paesi difficilmente hanno un futuro.
Più precisamente decise di andare in missione insieme agli altri medici in Tanzania.
I suoi genitori, anche se erano persone generose e sensibili, non nascondevano che non avrebbero voluto che la loro figlia partisse, perché i rischi che ci sono in quei paesi sono tanti. Questo, però, non fermò Irene, che fin da quando era bambina aveva questo desiderio profondo.
Intorno ai suoi quindici anni aveva sognato una bambina che scendendo da una nuvola bianca disse:
“Ci sono tanti bambini come me nel mondo che hanno bisogno d’aiuto, non lasciarli da soli”.
Irene, turbata, aveva poi deciso di fare il medico.

Un mattino di gennaio, qualche giorno dopo le feste Natalizie, partì rassicurando i suoi che sarebbero rimasti sempre in contatto e che sarebbe ritornata presto a trovarli. A Chiara, la madre d’Irene, donna già di suo apprensiva, quell’abbraccio e quel bacio datole sulla guancia le sembrarono un addio.

Dopo molte ore di viaggio Irene arrivò a Morogoro, in un piccolissimo villaggio; lì, ad attenderla c’erano altri suoi tre colleghi, Daniele, Marco e Sara.
Quel giorno, c’era un sole caldissimo che baciava quella terra martoriata dalla povertà e per strada tanti bambini camminavano a piedi nudi. Irene pensò subito ai bambini occidentali che senza scarpe a malapena camminano sulla sabbia in riva al mare.
I bambini, invece, alla vista di quelle persone buffe perché bianche, di primo acchito rimanevano spaventati; poi, qualcuno più grande e più curioso iniziava ad avvicinarsi: così anche i più piccoli si facevano coraggio e se pur con aria intimorita li seguivano. Lungo il tragitto, Daniele che già era stato lì altre volte spiegò ad Irene, che quel sole non lo avrebbe visto spesso perché la Tanzania era molto piovosa.
Irene annuì dicendo:
“Lo so! Quando ho saputo di dover venire in missione, mi sono informata su questi luoghi per saperne di più sul loro clima e sulle loro abitudini”.

Arrivati nel capanno dove c’erano altri due medici, Alberto e Stefania, si misero a sistemare tutti i viveri che Irene aveva portato.
Poi, la sera, prepararono la cena, un piatto tipico della Tanzania: l’Ugai.
Per essere più precisi l’Ugai è come la nostra polenta, di colore più chiaro.
Il giorno dopo, Alberto e Stefania, prima di partire per ritornare dopo due anni a casa, si raccomandarono di stare attenti agli insetti che potevano provocare malattie a volte anche mortali.

Passarono in fretta sei mesi ed Irene di storie ne aveva viste e sentite tante: ma non riusciva ad abituarsi, perché non ci si deve abituare alla morte, quella morte che troppo spesso arriva e si porta via bambini che dovrebbero avere tutta una vita davanti e tante strade da percorrere ancora, quella morte, che terrorizza gli occhi di chi l’ha vissuta e solo per miracolo la scansa giorno dopo giorno, quella morte che vive nei cuori di chi in quelle terre è nato, ma che vive anche in chi in quelle terre ci va solo per aiutare il prossimo e mette a rischio la propria vita, perché i loro cuori sono ricchi di un amore immenso e puro che ti rende sempre pronto ad aiutare gli altri senza chiedere nullla in cambio.
Irene aveva coltivato in sé stessa il senso e il significato della dedizione ed ora era là, per metterlo in pratica e se il dolore di una perdita era
grande, la gioia di salvare una vita era ancor più grande.

In una calda sera di fine giugno Daniele uscì fuori dal capanno e raggiunse Irene; la trovò seduta sull’erba che guardava al cielo che quella sera era particolarmente sereno e stellato. Si misero a parlare di quel che era successo durante la giornata, poi cominciarono a parlare della loro Italia, di quanto fosse grande la nostalgia dei propri cari, delle loro abitudini e di tutti gli amici che avevano lasciato lì.

Dopo aver chiacchierato per un po’, Daniele trovò il coraggio di dire ad Irene di essersi innamorato di lei. Si chiedeva, però, se anche Irene fosse interessata a lui come gli era sembrato di capire più di una volta o era soltanto tutto frutto della sua fantasia e che magari Irene sarebbe scoppiata a ridere nell’udire quella appassionata confessione.
Invece Irene lo guardò e commossa gli disse che contraccambiava i suoi sentimenti. Tutto, però, fu interrotto da Sara.
“Daniele, Irene, correte! C’è una ragazza che è venuta a chiederci aiuto per il suo fratellino”.
“Che cosa succede?”, chiese Daniele e la bambina di nome Amina che era andata lì per chiedere aiuto piangendo, rispose: “Il mio fratellino sta molto male, se non lo aiutate morirà!”
Guidati dalla bambina arrivarono in una piccola casetta. Su di un lettino senza alcuna coperta, stava il bambino, Sadik, era questo il suo nome.
La febbre era altissima e il piccolo delirava.
Cominciarono subito a curarlo con gli antibiotici.
Dopo qualche ora la febbre lentamente cominciò a scendere, ma Daniele e gli altri parlando con la sorellina rimasero colpiti dalla loro storia.
Amina aveva dodici anni e Sadik cinque. I loro genitori lavoravano nei campi e tornavano a sera tardi; Amina si occupava della casa e a Sadik faceva da madre, una vicenda di povertà “normale” tra la popolazione di quel paese.

La notte passò in maniera abbastanza tranquilla e al mattino la febbre era scomparsa del tutto. Daniele disse ad Amina e ai suoi genitori che andava tutto bene, che il peggio era passato e che se avessero avuto bisogno di qualcosa dovevano rivolgersi a loro.
Da quel giorno, Amina e la sua famiglia sapevano di non essere più soli, sapevano che di quelle persone ci si poteva fidare e che li avrebbero volentieri aiutati.

Passarono in fretta altri quattro mesi, non senza difficoltà. L’amore fra Daniele ed Irene si era consolidato ancor di più. Un amore forte il loro, un amore che sicuramente avrebbe superato qualsiasi tempesta, perché era un amore nato e cresciuto in mezzo al dolore.
Era tardo pomeriggio: Irene camminava per la strada per ritornare nella casetta.
Ad un tratto una voce: “Aiuto, aiuto questa donna sta male!”.
Irene si avvicinò e vide una ragazza di circa vent’anni a terra che stava per partorire. Chiamò subito Marco, l’altro medico dell’equipe che era ginecologo.
Portarono la ragazza nella sua casetta: la mamma fece subito loro presente che era incinta di sette mesi.
Dopo pochi minuti nacque una bellissima bambina, ma purtroppo la mamma non si salvò, perché nei paesi dove regna la povertà, anche il quotidiano si può trasformare in tragedia e fare di un evento bellissimo il più triste che possa esistere.
Anche Maya, era questo il nome che avevano dato alla bambina, aveva, come tutti i bambini che nascono prematuri, tanti problemi.
Pesava solo 800 grammi e inoltre il suo cuoricino era molto malato; doveva essere sottoposta ad un delicato intervento chirurgico, per questo decisero di portarla d’urgenza in Italia.
Preparato il tutto, Irene e Daniele tornarono in Italia con la bambina e dopo qualche giorno li raggiunsero anche i nonni, Aisha e John, che furono ospitati dalla famiglia di Irene, ma, prima che la bambina fosse operata, dovettero passare ben sei mesi, perché prima doveva prendere peso.

A sette mesi la bambina fu operata: l’intervento andò benissimo e dopo essere passati ulteriori due mesi i medici dissero che finalmente Maya era fuori pericolo, ma che due volte l’anno doveva essere sottoposta a dei controlli per vedere se procedesse tutto per il meglio.

I nonni di Maya, erano disperati, non avevano i mezzi per affrontare tutte quelle spese. Irene e Daniele che avevano preso a cuore la bambina decisero di
prendersi carico loro delle spese per far ritornare la piccola in Italia, ogni volta che ce ne fosse bisogno, visto che i nonni dovevano per forza partire, perché il lavoro non poteva aspettare ancora.
Al loro aiuto si aggiunse quello di persone generose,che avevano preso a cuore la storia di Maya.

Dopo sei mesi da quella storia, Irene e Daniele decisero di sposarsi, prima in Italia con la loro famiglia ed i loro amici e poi in Tanzania con usi e costumi del posto, insieme a quella gente che per loro era un’altra grande famiglia.

Con Maya, i rapporti non si interruppero mai, perché Irene e Daniele le vollero bene come se fosse la loro bambina.
Fondarono un’associazione che aveva come scopo di costruire pozzi in Africa e di aiutare tutti i bambini.
Irene, con il passar del tempo, imparò a riconoscere negli occhi di Maya quella bambina che aveva sognato tanti anni prima e che aveva in qualche modo condizionato tutte le sue scelte future e la sua vita, dandole la felicità personale e la sicurezza che la sua esistenza avesse un significato.

6 pensieri su “Sotto ad un azzurro cielo Tanzaniano”

  1. Complimenti, Lucia.
    Ecco una storia di strordinaria normalità che parla di una donna, protagonista di una bella vicenda di altruismo, professionalità e dedizione.
    E’ questo che intendevo quando parlavo del valore delle donne, perchè immagino che la ricchezza di particolari trovi radici in una storia vera, vissuta da una donna in carne e ossa.
    Perchè non invii il racconto all’iniziativa: La Parola alle Donne?
    Ciao
    anna

  2. Cara Lucia, una storia bellissima di grande solidarietà e amore. Una Donna speciale, un’intesa grande che ha reso benefici agli altri e la felicità della coppia.
    Ben descritto anche nei particolari.
    Brava. Un abbraccio e 5 st.
    Sandra

  3. La cosa più bella… donarsi agli altri, un piacere che si perde man mano che ci gonfiano l’ego come gonfiano i polli con gli ormoni… Complimenti!!

  4. Una bella storia
    Una donna straordinariamente normale, vera e coraggiosa
    Brava Lucia
    Anna ha ragione, è un racconto giusto per l’iniziativa
    5 stelle
    Tilly

  5. Per Sandra, Chiaraguid e Merendero
    Grazie per tutte le belle parole, sono contenta che il racconto vi sia piaciuto: per me la solidarietà è questo: dare senza aspettarsi nulla in cambio.
    Per Anna e Tilly
    Seguirò il vostro consiglio e invierò il racconto per l’iniziativa di racconti oltre, augurandomi che le ragazze di oggi, donne del domani, non si facciano abbindolare dalle tante publicità che spesso ridicolizzano la figura della donna stessa.
    Non dico che tutte le donne debbano essere missionarie come Irene, ma dovremmo farci rispettare di più da quella società che guarda troppo spesso alle cose inutili.
    Grazie per il suggerimento.

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