Perso

Non stavo affatto bene in quel periodo. Avevo appena cambiato amicizie. Intendo proprio calibro di amici. Mi spiego, e mi sarà sufficiente dire questo. Io fumo dieci sigarette al giorno e di più proprio non mi va. Non appena i miei vecchi compari lo hanno saputo mi hanno detto con aria molto sorpresa “Cazzo così poco?”. Quelli nuovi invece esclamano “Dio mio così tanto?” sfoderando l’identica espressione stupita.
Non so se capite, ma per me questo è un cambiamento radicale. Anche troppo.

Così mi ritrovo in questo oscuro bar d’infimo ordine. È un’ora buona che sono seduto a questo sudicio banco, col barista, barba incolta e capelli unti, che mi versa la quinta birra. E mentre medito, senza rimedio alla mia insofferenza ecco che accanto a me si siede un ragazzo. Avrà avuto vent’anni, la mia età. Scusate ma non posso essere preciso, non ricordo ma credo siano state le due di notte all’incirca. Non chiedetemi neanche quale sera fosse, non saprei dire, un po’ di sere fa.
Fatto sta che questo povero diavolo si mette a bere, a bere davvero forte. Whiskey un po’ di bicchieri, poi, forse per variare, qualche altro di rum. Si ubriaca ben bene, insomma. Poi improvvisamente, vedendo che mi sono scolato un’altra birra e il boccale era ormai vuoto, me ne offre uno.
Lo ringrazio e lui sfodera un triste sorriso. Triste davvero, tanto che il mio si spegne. Lui se ne avvede, e dopo un altro whiskey inizia a parlare. Una voce dal tono strano, mai sentito, angosciato, come da chi non ha visto il sole per anni.

Era un tossico. Da quattro anni ormai. All’epoca aveva anche litigato coi genitori e se n’era andato via da casa. Non lo cercò nessuno. Tranne il fornitore. Lasciò gli studi e si trovò un lavoro. Abitava nella stanza di una pensione nei sobborghi di questa bella città. Voglio darvi un consiglio: se la vostra città vi fa schifo, venite in questa e quando tornerete a casa crederete che sia il posto più magnifico del continente.
Vabbè, questo tizio viveva a stento, lavorava, mangiava e si faceva. Eroina da quel che ho capito. Brutta malattia da quel che vedo nei suoi profondi occhi spenti.
Continuò così per un bel pezzo poi cominciarono i guai. Il suo datore di lavoro notò i buchi sulle braccia pallide di lui, e le occhiaie troppo lunghe. Lo cacciò. Da quel momento non lo volle più nessuno al lavoro. Non nelle fabbriche, tanto meno nei bar o nei bistrò. Nessuno. Ben presto finirono i soldi. Non il bisogno di bucarsi. Ma si sa senza soldi…

Il venditore di vita marcia lo fece pregare, in ginocchio, poi lo fece supplicare strisciando. Dopo essersi preso la sua anima si prese anche la dignità. Si divertì con lui. Gli dava meno di mezza dose e, come in un assurdo gioco di perversione all’affamato si danno poche briciole con l’unico scopo di aumentarne la fame, così egli faceva con lui.
Lo ridusse nello stadio più primitivo che l’uomo possa conoscere, e lui sudato e sporco di vomito e polvere, gli leccava gli stivali laccati per un pizzico di droga.
Alla fine perse anche l’alloggio.
Penserete che non c’è uno stato peggiore di questo per un ragazzo di diciott’anni. Vi sbagliate, c’è eccome.

Una sera, l’ennesima, mentre il ragazzo abbracciava i suoi stivali, il vecchio venditore di facili illusioni gli propose un tremendo patto. Trasferire i suoi stracci a casa sua, in alternativa poteva anche non farsi più vedere, ché non gli avrebbe dato altro.
Ma a chi altri avrebbe potuto rivolgersi? Senza soldi? Accettò.
A questo punto si dilungò alquanto in una improbabile spiegazione. Non la riporterò anche perché la sua argomentazione è stata molto confusa. Tuttavia ne farò un breve sunto. Riuscite a immaginare la sua situazione? Credete che avrebbe potuto dire di no?

Cosa poteva fare un uomo che aveva bisogno di eroina come qualunque persona ha bisogno di ossigeno. Lui si trovava con le spalle al muro. Provate a fare l’identica proposta ad una persona alla quale state stringendo la gola sempre di più. Arriverà ad un punto che accetterà, e non solo quello che gli state chiedendo, ma qualunque cosa proponiate. A dire il vero il ragazzo pensò ad un’altra soluzione, ma questo solo dopo.
E mi dice con la voce sempre più flebile, vicino all’orecchio, che sarebbe stato meglio morire. Dopo ci provò, ma lui, il venditore, diventato ormai il suo padrone, glielo impedì. E gli impedì anche di entrare, e addirittura avvicinarsi, nella zona scoperta dal suo controllo visivo. Insomma accettare è stato in assoluto il suo più grosso errore.

Il suo posto era una branda, deformata dall’uso e sudicia, una branda che gli ricordava quella che aveva il suo cane, in un tempo che sembrava lontanissimo, irrecuperabilmente perduto. Sempre su quella branda doveva starsene quando arrivavano i clienti. Uno più incolore dell’altro. Era lì accanto a loro, eppure non si accorgevano di lui. Pagavano e se ne andavano attraverso la porta grigia dalla quale erano entrati. Ad alcuni il padrone diceva di comprare qualcosa da mangiare e delle birre. Questi lo facevano sempre.
Ricordava i pasti. Il padrone mangiava cose prelibate, e lui con la bava alla bocca doveva stare a guardarlo dalla sua cuccia. Poi poteva avere gli avanzi dal suo piatto.
Ogni mattina doveva pulire tutta la casa, più velocemente riusciva a farlo e meno botte prendeva prima di pranzo. Non capì mai quanto veloce doveva essere per non prenderle. Di pomeriggio invece arrivava la droga. Cocaina, eroina, marijuana, hashish, pasticche, e strani liquidi che non conosceva. Il suo compito era quello di dividere tutto in dosi. Sempre sotto lo sguardo vigile del capo. Una volta sola, credendo che non lo stesse guardando, si prese della coca. Un attimo dopo si ritrovò disteso sul pavimento, tanto pesto che non poteva muovere un muscolo senza atroci dolori.
Prima finiva e prima poteva farsi.

Tutto questo alla fin fine poteva anche essere sopportato. Ma c’erano le notti.
La notte doveva dormire nel letto di lui. Di giorno era il suo servo, durante la notte la sua cortigiana, alla mercé della sua libidine. Prima sotto il suo grasso corpo peloso, poi sopra la sua puzza. E ancora avanti e indietro. Sotto le coperte doveva arrangiarsi in ogni sorta di lavoro. E se il suo vecchio schifoso uccello non gradiva tutte le sue cure, lo aspettava la cinghia. Che nerbate!
Era una donna delle pulizie, una massaia, un operaio, una moglie, e una puttana.
Ha parlato velocemente e quasi sottovoce, fissando il bicchiere, ma senza bere mai. Ma arrivato a questo punto lo beve tutto d’un fiato, e si volta fissandomi con quegli occhiacci arrossati. Sono umidi.
Io non credo ad una parola, ha tutta l’aria di essere una storia. Ma appena lo guardo i suoi occhi si aprono come finestre su di un mondo oscuro, sconosciuto e terribile. Pensate al vostro incubo più brutto, a ciò che vi fa più paura, non è niente a ciò che potreste vedere oltre le pupille di questo ragazzo. Allora capisco che è tutto vero. Credo ciecamente a quegli occhi.
Ordina da bere anche per me.
Beviamo in silenzio.
Poi riprende.

Lo ha ucciso. Poche ore fa. Mentre si preparava nella sua posizione preferita, ha visto un trofeo con la base di marmo. E mentre quello lo fotteva, troppo ebbro di piacere per capire cosa il ragazzo stesse facendo, lui ha afferrato la coppa, e lo ha colpito alla tempia. Gli è uscito da dietro ed è caduto a gambe levate giù dal letto, ma era ancora cosciente. Sanguinava. Allora il ragazzo si è messo sopra di lui e lo ha colpito ancora, ancora e ancora. Lo ha colpito finchè della testa non è rimasta che una poltiglia rossa e grigia, informe, che si allargava sul pavimento. Appena finito, stanco e sudato, è rimasto un poco a guardare lo scempio che aveva fatto. Poi si è masturbato su di lui. Si è messo quella maglia e quei calzoni che gli vedo addosso, ha preso più dosi e soldi che gli entravano in tasca ed è uscito. Ed eccolo qua al bar.
Non ce n’è bisogno, ma sente lo stesso il bisogno di darmi qualche prova. Io gli credo, ma lui chiede il conto, il suo più il mio. Tira fuori una manciata di soldi e bustine di eroina, paga, lascia una mancia di cinquanta euro e va al bagno. Prima però mi ha lasciato delle banconote raccolte in mazzette da elastici colorati. In tutto millecinquecento euro.

Sono sbalordito.
Non so cosa fare, allora aspetto che torni. Non torna. Aspetto ancora.
Mi stufo e decido di andarmene a casa a dormire. Che sia tutto un sogno?
La mattina compro il giornale e sfoglio la cronaca locale. Un uomo, senza dubbio uno spacciatore, era stato trovato nel proprio appartamento con la testa fracassata. Non c’erano segni di scasso, per cui si indaga fra la cerchia dei suoi clienti.

Più sotto, un altro articolo. Breve. Un ragazzo era stato trovato morto nel bagno di un bar. Quel bar. Di overdose si parla.

 

3 pensieri su “Perso”

  1. Mamma mia che tristezza infinita! Mi hai fatto amare anche il mio lavoro! Sto lavorando sulla partita doppia, che non é tanto creativa! Mi hai fatto pensare a quanto sono fortunata, io che non mi sono mai drogata e che un tempo fumano un pacchetto di Muratti al giorno e che venti anni fa ho smesso improvvisamente dando l’addio definitivo a questo vecchio amante!
    Che miseria di vita! Mi é piaciuto, ma la prossima volta racconta qualche cosa di più allegro, già ci sono i quotidiani….
    Ciao. Sandra

  2. Leggendolo ho pensato di tanto in tanto che fosse un po’ troppo “crudo”, viene da storcere la bocca quando gli occhi intercettano descrizioni così vive… il che vuol dire che è scritto molto bene (se non hai letto TRAINSPOTTING dagli una scorsa e noterai delle somiglianze di stile oltrechè di argomento). Il finale lascia di stucco, la storia è orchestata bene e introdotta con gusto ed introspezione, good job!

  3. favorevolmente colpita ed affondata da una storia di ordinaria follia….

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