Nella tela del Ragno

L’anemica qualifica di disertore non è la più adatta per quest’uomo di mare, laborioso e solido.
Ma è difficile escogitarne un’altra.
Che cosa ci faccia in riva alla sorgente ogni sera, rimane per me un mistero.
Ho deciso di focalizzarlo appieno e la mia trama acquisisce una straordinaria vivacità, il sapore di un’avventura.
Fino ad ora c’erano solo tonalità calde, vivide, eccentriche che galleggiavano a fior d’acqua, in ordine sparso.
Adesso si tratta di rinnovare un disegno preciso, un intreccio netto.
Per la prima volta ideando una trama invisibile, ho volontariamente scartato quasi tutti i colori.
Rimane l’oro e il nero. Le sue tinte preferite.
E più lucenti si fanno le sfumature dell’immaginazione, più è difficile mettersi composta in ascolto e abbozzare un sorriso.
Lui ha attraversato molti livelli, scomodando Dominanti e Arcani.
Ha steso oroscopi, organizzato viaggi e si è distinto in pittura e poesia d’avanguardia.
Quello stile libero e fecondo per allontanarsi dalla vita prima degli altri.
Non ha un pensiero centrale: la carriera, l’ambizione, la mercificazione.
Esiste e basta in questi spazi vuoti e aperti che gli conferiscono un’esasperante latitanza.
Spesso intollerabile. Per tornare sempre indietro, con il bicchiere di doppio whisky in mano.
Nella considerazione che l’odierno rimane l’unico approdo.

La sua mancanza di memoria deve essersi trasmessa alla mia persona, altrimenti non riesco a spiegarmi come mai nessuno, sia in grado di raccontarmi com’è sorta questa nostra trappola totemica sconfinata.
Accadimento naturale che trova una dimensione quieta nelle ore del giorno.
Perché il trapasso non è una realtà e quindi non ha niente a che fare con l’esistere.
E’ l’oscurità a ricamare il fato.
Quando sopraggiunge l’ora del disagio serale, sciogliamo le nostre membra in un brodo nero, dal muscolo divorante dei suoi tentacoli stanati tra le gabbie.
Affogati nel succo alcolico delle assidue diluizioni, dormiamo di un sonno preistorico, namibiano.
Continuando ad ignorarci a vicenda.
Riparati in meandri differenti.
Sono arrivata fin qui, sull’orlo della sua notte, che si annuncia subdola e ribelle.

Stasera l’aria è calda, un velo afoso di foschia avvolge l’atmosfera.
Il temporale è in arrivo.
Gli stagni tetri dell’acqua giacciono immobili e pronti a rispecchiare l’evento.
I rospi cadono esausti all’ombra del canneto, sul tetto della casa colonica l’ultimo grido del pavone allucinato.
Si sente un vago odore di marcio.
La natura stessa che si crogiola sentendo l’urgenza di abbandonarsi.
I bar lungo la costa sono infervorati e zeppi di gentaglia.
Eccessivamente codarda per andare a puttane e troppo avara per mantenersi un’amica.
Nel crepuscolo nebuloso degli Dei pago il piacere dell’attesa, come un flusso inesauribile di marosi a disegnare l’ansa dei bianchi seni avvicendati sulle tenebre.
Il lento flusso liquido che spalanca la larga bocca su di me pensile in una ragnatela di rena.
La ridicola acconciatura vaporosa nel mio ordito oramai vuoto di contenuti.

Stanami se vuoi.

Cammino scalza sulla spiaggia seguendo le tue orme informi.
Sono dipendente dalla barca solare che mi aspetta.
So già che a questa notte, si sovrapporranno migliaia di altre notti, di altre stanze e di altri corpi.
Ma sarà un’esperienza indimenticabile.
La nostra estensione è una sedia di giunco, due calendole sul davanzale, il tappeto egiziano e l’odore delle foglie d’artemisia.
Incredibile in pochi gesti forgiare un nido increato ad un qualsiasi livello di una qualunque altezza.
Modificare le nostre figure diritte e vestite, nel loro stato naturale.
Proprio l’aspetto fantomatico di ogni sequenza trascende gli oggetti per tornare ad essere corpo.
Ma se daremo la dentata, qualcosa andrà irrimediabilmente perduto.
Così si tesse l’incontro.

In piedi con le spalle al muro e il viso rivolto verso di te, alzo le braccia e giro lentamente su me stessa.
I gufi appollaiati fuori sui fili della luce tacciono e mi trapassano i globi.
Mi suggerisci quello che desidero ardentemente.
Una mano si apre verso la schiena e mi sfila la cerniera.
L’abito cade a scoprire un accenno di seno.
Porto le mani ai fianchi, tirando giù gli slip all’altezza del ginocchio.
Alzo una gamba e li faccio scivolare via dai piedi.
Mi libero di tutto, gettandolo da una parte.
Nell’attimo di un respiro.
In pochi secondi sono rimasta senza niente addosso, eccetto il mio solo anello.
Sono nuda come tanti anni fa, sorpresa dal mondo in un pomeriggio di sole.

Prendimi se vuoi.

I peli del pube scendono seguendo la curva delle cosce, come le venature delle foglie convergono verso il peduncolo.
Qualcuno preme il bottone di un cd e dalle casse acustiche arriva la cantilena ipnotica di “Lullaby”.
Comincio a muovermi seguendo il ritmo del pianoforte e della chitarra.
Con un unico fascio di luce il tuo sguardo cade sulle mie piccole mani bianche.
Dopo l’accordo di una lunga nota, la tranche magnetica inizia un languido abbandono.
Il mio corpo si distende come un ramo dondolante sullo sfinimento dell’etere marino.
Con le gambe divaricate sento la rotazione del tronco risalire l’onda.
Porto la testa indietro. Con gli occhi socchiusi, prillo lentamente le braccia.
Le mani iniziano a disegnare cerchi, con movenze iniziatiche fatali per invocare i geni.
La gestualità richiama l’anima e rimane in ascolto a sperimentare l’inconoscibile.

Sto per essere circondata da scintille serpeggianti.
Gli assenti osservano eccitati, ad assistere al restauro di un prezioso arazzo.
Senza manifestare.
Non riesco a fermarmi. Non voglio.
Danzando con le spalle alla parete sento scorrere gli anni.
Il tempo torna indietro ai miei 16 anni, poi a 23, 28, 31, 36. .
Costretta in cella di filo tenace, accolgo la misura di quanto ho perso, nel mio peregrinare.
Continuo a dimenarmi con avvitamenti più energici e febbrili.
Socchiudo le labbra e finalmente, sorrido.
Quante volte ho immaginato una scena simile ed ora che la compongo con il mio peso piuma, mi accorgo di sognare.
Nella semioscurità anche tu sei rimasto senza indumenti e mi guardi in maniera autoritaria, assolutistica.
Hai nello sguardo un riverbero senza remore.

Accompagnami se vuoi.

La finestra è aperta.
I vetri riflettono come un doppio specchio gli alberi e i lampioni gialli sul litorale, ossequiati
e contrapposti al divincolarsi delle animate ombre cinesi.
Le tende bianche gonfiano gomiti nella dolce brezza del notturno.
Una fantastica visione.
Tutti i mutanti ballano nel proprio stato primordiale.
Padroni dei loro esseri.
Lontani anni luce dalle mode spicce di questo strato rivestito.

Mi prendi la mano, allineandoti con il busto lanoso.
Mi stringi al petto.
Le cosce si sfregano e le dita scivolano sui miei glutei.
Chiudo gli occhi facendomi trasportare dalla musica.
Avvampa un senso di vertigine.
Mi baci il collo, le guance, i capelli.
E’ Amore? Il mio caos trascendentale non si pone più domande.
E’ desiderio, il bisogno della natura umana.
Nella sua incontaminata e rinomata purezza.
Ti cingo la vita e inarco la schiena all’indietro.
I capezzoli sono così gonfi oramai sul punto di esplodere.
Tu inizi a mordicchiare le sporgenze purpuree e con il cuore in gola mi distendo lentamente per terra. Avverto l’urgenza di unirmi a te.

Amami se vuoi.

Accoppiarmi sotto gli occhi degli altri significa dominare me stessa e varcare il mio limite.
Le labbra della vagina e il pene si sfiorano per aprire le porte bloccate da bizantini nodi e complessi grovigli.
Non riesco a fare a meno di avvinghiarmi al tuo inguine.
La tua bocca duttile e umida mi accoglie.
Sento uscire un liquido caldo e inconsapevole mentre qualcosa di lungo e corposo mi spinge dinamico il ventre.
Nemmeno un grido e vedere esplodere una litania psichedelica di nuovi colori, mai visti.
Una pioggia dorata che riempie lo spazio.
Nell’esalazione degli odori, penetro la consapevolezza di quanto ho guadagnato, nel mio divenire.
Il sermone sonoro sta cambiando.
La mano che mi stringe e accarezza nei punti più sensibili si ritrae.
Le luci si spengono e l’ambiente sprofonda nel buio spettrale.
Il corpo è inquieto come le mie pupille.
Un suono tetro e avaro attende il nostro ultimo giro di pista.

Il primo bagliore dell’alba comincia a staccarsi da terra in filamenti strani, per strofinarsi lungo i muri e srotolare le forme delle nostre sagome immortalate nella tela.
Ripetendo un movimento a ritroso.
E accaduto qualcosa d’irreparabile.

Ritorno sulla mia strada in una velatura immaginaria.
Il Ponte mobile del bacino liquefatto e trasparente fora il cancello dei due emisferi.
Mi lascio cadere sulla spiaggia.
La terra è ancora bagnata dalla pioggia.
Tra tutte le impronte d’acqua, le mie buche appaiono affogate.
Il Lungomare rimane assorto in uno strato onirico cosmologico costellato di cabine in fila a blocchi, simili a sbarramenti.
La sagoma poderosa del primo pavone spiega le sue appendici trasmutate in color porpora.
Le Ombre Rosse dell’alba si rizzano i piedi come lanciafiamme.

Esistono evidentemente due Mondi.
L’anemica versione che appartiene solo a noi due, persi ogni sera e immobili, in riva al mare.
La singolare combinazione di due ciclopiche forze spazzate nell’effimero fluir dell’onda.
Questo regno scenografico sostenuto da un tessuto decrittato e imperfetto, dove noi rimarremo a guardia in due cripte ataviche e sconosciute.
Come aracnoide e la sua vedova nera, scaraventati a terra con pochi poderosi colpi d’ala.
A spalancare le fauci per emettere richiami di monito e d’avvertimento.

L’architettato si allunga.
Irrevocabile come superficie lungamente cercata, quest’uomo lo rispetto da lontano.
Elastico e sportivo come un ex atleta, detiene un primato mondiale di specialità.
Sopravvivere al tarantismo.
Nei misteriosi raggiri che il destino ha eletto, riscopro di nuovo i miei antichi sentori.
La ragione scritta in uno scompartimento rapido di un dedalo di varianti in oro, nero e luce.
La fanfara della ragione dalla quale non c’è ritorno.
Quando per destino o forse per logica disattenzione, si è stati morsi.

Sfidami se vuoi.

 

3 pensieri su “Nella tela del Ragno”

  1. Dovrei ripetere aggettivi, giudizi e … Brava come sempre, é un piacere leggerti.

  2. Il tuo racconto è una vertigine.
    Sei un vulcano di parole, anzi di immagini, anzi di luci. Per sdrammatizzare un po’: mi spieghi cos’è il TARANTISMO?
    Con ammirazione Germana

  3. Il Tarantismo come credenza religiosa si diffuse in Puglia nel tardo Medioevo.
    La leggenda popolare racconta di una malattia provocata dal morso del ragno e causa di malesseri, atonie, tremiti e offuscamenti delle capacità cognitive. Una sintomatologia epilettica.
    Nel mio racconto, autobiografico come gli altri, ho voluto rinnovare ancora una volta come la perturbante sensorialità di un sentimento, rimanga percossa nello spirito e nella forma dall’inquietudine pericolosa e terrifica di un nuovo fuoco d’Amore. Il senso che guizza sui nervi tesi è colpito da un fulmine di ritorno e con in mano la bussola del tempo, in faccia al mondo che si alza e si addormenta, avanzo per medicarmi d’eccitazione e di spirito.
    I morsi del demone incalzato da mille tentazioni che suppura energia e nutre sogni selvaggi, tantrici; un eccesso di misura che purga gli animi, i cattivi succhi, i tumori suppuranti.
    Così la “malattia” si libera da sé. La scaccio di pungolo e mi condanno a vivere.
    La mia apologia del sentimento verte sulla coscienza piena che l’Amore sia Forza immortale e salvataggio in potenza di un’esistenza malata di sacrifici e impietrita da sofferenze durevoli.
    Ho tentato nella mia pagina di esorcizzare il Male nello stupore eroico del mio Io, malato Bene.
    Comprendimi, se puoi. Grazie. Greta

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