Il Dolore e la Passione

Gli occhi malvagi e stanchi sono rivolti verso di me, fiamme crudeli e una sciabolata al cuore:
“Piantala Greta!”.Sono convinta che quando due facce senza una vena di sangue comune si assomigliano tanto, vuol sempre significare qualcosa.
Il tuo sguardo si fissa sul mio volto distolto con una violenza avida, come una vespa barbicata su di un frutto.
La natura pungente ed acuita è diventata una sorta di lancetta cupa e sguinzagliata, che mi fa male, un male da morire.
Una volta ti nutrivi del mio collo, della grazia e tenera abbondanza delle mani.
Ora la tua bellezza non riscalda più questo inverno tetro ed estenuante dei miei sensi e lascia sterile un terreno oramai infecondo, di letizia e volontà.
Oramai sei in grado di produrre solo peccati freddi e grigi, della carne e del tuo misero intelletto.
Sacrifico la finzione della linea clandestina tra noi due granelli, in uno spazio frastagliato dove mi ci sono scelta io, al centro del respiro del mondo.
Sto tentando di dirti che sono arrivata alla tua via di mezzo, al colore neutro attraverso la calura stupefatta che si gonfia nel vuoto dei tuoi silenzi, senza darti un’identità, perché me l’hai proibito.
Mi rispondi con una risata accesa, con gli occhi di ghiaccio e allora il mio corpicino bianco barcolla, in cerca d’equilibrio.

“T’importa di quella donna” disperdo lo sguardo.

Tu non hai cuore, ne’occhi, ne’anima.
Mi lascio cadere sul divano nascondendo il volto tra le mani.
I fianchi oscillano e si agitano al tuo violento attacco di risa, con il mio ventre oppresso dagli spasmi penosi e il cervello insultato da questo lascito ardente.

“Non griderò mai il tormento atroce della mancanza e della disperazione; l’orrore dell’improvviso bisogno che mi colpisce i nervi ed infligge colpi rapidi e continue staffile martorianti.

Lo spirito è ingannato e spazzato via, sbattuto chissà in quale angolo, rosicchiato da una porta stretta e dall’ondata forte di questa tua assurda e arcigna scansione di parole.

La convulsione dura e raccolta solleva e logora il corpo e riempie la bocca di capelli, mi fa mordere le mie stesse braccia, strappare i peli per un pube vano e ripudiato.

Mi crocifiggo gradualmente l’anima, ficcandomi i chiodi della conoscenza, finché lo spirito funestato non trova il nervo scoperto e sente ogni goccia di sangue sparso sul cratere di ferite.

Continuerò fin quando, il calice non ha lasciato il sapore secco e disgustoso della lingua e la fronte straziata non sente premersi contro la corona di spine acuminate.

In qualsiasi momento potrebbe accadere un sommo errore ignoto e tu che provi piacere infantile nel castigare spasimo, sentimento acuto e bacato, contro di me, il mio precetto e la mia remissione.

Il soffitto è un medaglione inciso e oscuro d’ornato cirillico di fronde che gesticolano, tentacoli dai carboncini ardenti in una sintassi estranea da una nostra propria lingua indotta.

“Cos’è questo flagello che fa a morsi con i petali rugosi delle mie guance?”

Di trattenuta vertigine procedo verso una verità infiammata da vampe oracolari, attraverso uno striscione accartocciato del fumo di una sigaretta, avvolta nella carta sgualcita dei cimeli.

Nel catino amniotico delle radici, ulcero il ventre vuoto della mia terra e l’isteria crivella il mio senno smembrato e continuo morbosa, a fissare la culla di giunchi selvatici.

La terra rossa spolpa in questa natura impietosa di fiori strinati, il non abituarsi mai ad una lamentosa siccità che ansima in modulo perpetuo e latente, dal cielo e dal suolo.

Le gocce galleggiano come ceneri, prima che il tuo cuore fugga, sopra lo scabro asfalto della strada oltre la collina, laggiù dove l’ailanto, all’improvviso, scolora.

Dalla putredine dell’istinto per l’ignobile facezia, niente più affetto per noi nel nostro talamo d’inconsistenza, solo per un’innocente imboscata, nel tuo intimo abbecedario”.

Finché mi alzo e vado in bagno, rimboccandomi le maniche.
Tendo le braccia asciutte ed esili come steli vigorosi nell’acqua gelida.
Il contatto puro mi rinvigorisce la pelle e rifiorisce la pressione del sangue.
Pettino i capelli e ritorno.

“Chiudiamola adesso”.

Ho un forte desiderio di divorare il tempo fino al mio morire.
Lo scricchiolio del sole picchia sul davanzale, linfa buona per un imperterrito geranio rinsecchito.
“Cos’è questo flagello che crepita col mio piccolo pianeta ammutinato?”

“Vattene per sempre”.

La collera di Dio o un Prodigio che dovrà venire.
Il Dolore e la Passione.

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