La falce e la fiamma. Ritorno alla Baia

C’è stato un tempo, in cui i due terzi della notte li passavo in qualche locale notturno dalle sale in penombra, sospesa nella magia del suono di Hamilton Affair, oppure tra le note di Daylight in versione strumentale o i sospiri di Love Chant di Elis Second Coming.
Motivi che agguantavano le imboccature, come una chela.
Mi piaceva fissare le piccole luci delle lanterne ipnotiche, simili a chicchi d’uva che bruciavano, consumandosi piano piano, vicino alla grande specchiera dell’Happy Fashion, con sopra una Marylin di Andy Warrol serigrafata.

Oppure mi rifugiavo sulla spiaggia, con qualche amico che strimpellava I can’t tell you why, il cantico rock di tutti i gabbiani.
Altra musica, stessa storia.

In realtà inseguivo solo Te, il mio peggior Delirio.
Come una sapiente stratega.

La prima volta che ti vidi notai una lunga cicatrice che scendeva al lato del collo, sino a posarsi accanto ad una falce d’oro agganciata ad un cordino rosso di cuoio legato sul petto.
Nei tuoi occhi brillava uno sguardo gelido di cristallo, ebbro della fissità che serrava la pupilla.

Tu sapevi chi ero, la natura della mia razza.
C’eravamo incontrati sulla grande Scalinata.
I gradini di marmo bianco ammorbidivano con lascivia una balaustra dal pietroso contrappeso screziato. Ad essa si attaccava, come l’ombra di un cuore ostinato, lo spessore corporeo della nostra fervida convinzione, che s’infiltrava tra le fessure e le crepe del granito secolare.
Le mitre alabastrine parevano inghirlandate dei nostri respiri e sudavano un vino di pietra color cromo, che scorreva in silenzio, fluendo nella grande fontana sorvegliata dal Dio Nettuno.
Attenti, guardinghi a non straripare.
Un silenzio incorruttibile ma vulnerabile.

Io, gagliarda e giovanissima, impiccata da un’ingenua indulgenza.
Mi ero impigliata nell’ordito complicato di una rete di sguardi, a cominciare dalle gambe, in equilibrio precario sugli zatteroni, che rifiutavano di staccarsi dal suolo.
Ho stretto il tuo braccio possente, come nei fumetti, che schivava con tecnica la mia mano candida.

Ma i rivali non collaborano; si snidano e si attaccano.
Il contatto impudico era l’unica verità vera, perché mi sussurravi di arrendermi, mentre il volto dal mezzo sorriso arrossiva di foga temeraria.
Anche il sound lambiccato di Seeing Out The Angels, che usciva dallo Squalo Citroen parcheggiato poco lontano, era il segno tangibile di un tuo contraffatto rifiuto, reso fluido dalle vene barocche in cui ti stavi impastando.
Poi qualcuno mi trascinò via da quelle scale, ma riuscii ad alzare la mano e sfiorarmi le labbra per accennare un saluto, velato.

Il mio arto teso come a raccogliere la resa, in simmetria di un’estate afosa.
Le nostre dita contro una parabola futurista, nonostante lo sfacelo attorno; il liturgico taglio che avrebbe finito per farci odiare i nostri stessi valori, il richiamo dell’arroganza, le voci ferite, le vite appese.
E’ andata così.
Un’obliqua ossessione.

Un romantico contrappunto che si è rinnovato, nel tempo.

Tu che scivoli lentamente sullo slargo della pista, al cui centro si attorciglia la colonna tortile congiunta al capitello polilobato.
Mi osservi ogni volta, da lontano.
Ti fidi di me.
Con la figura imperiosa e la faccia dannata, avanzi grintoso sulla pedana verso il trono, il tuo ritrovo vicino alla spettacolare esedra romana.
Dove ci sono io.
Strisci senza fretta, scegliendo ogni volta con cura la traiettoria, sotto gli occhi paralizzati degli altri avventori ed i miei, inquisitori.
Siluri un ghigno sarcastico sulla mia vestaglia ieratica, sfingea e gravida di lucore.
La Falce e la Fiamma.
Restiamo arsi dai bracieri fumanti.

Sempre lo stesso repeat.
La bocca di carne che pare succhiare linfa di furore represso, assetata di equità e di succo puro incontaminato.
Tu come un cobra reale dilati il collo possente, sciogliendoti ogni notte nei miei occhi schizzati ed indispettiti.
Mi riprometto: è l’ultima volta.
Il nettare del mio corpo è fluido mortale, tessuto di un’ideologia diversa o divina, del quale nessuno è tenuto a sapere.
Veleno dell’immortalità.

Nemici giurati di giorno, Amanti furiosi di notte.

Infondo, sono sempre stata troppo languida; i puri di cuore perdono tutte le sfide ed alla fine sono divorati dall’ambizioso.

Passo gli anni così, sulla nenia di Lullaby.
Il mio viso continua ad affondare nelle tue pupille vitree.

Anche questa sera, col naso premuto sul vetro della finestra nella mia stanza, vedo un’ombra elastica distendersi sul parco.
Allunga il corpo largo e solido all’aria, fino alla palma solitaria dell’androne.
Le ciglia fanno da plessimetro, sono la battuta che si anticipa, il fotogramma che si rinnova.
Sei tu, il mio avversario.
Ti ho riconosciuto all’istante.
So che non potrei mai sconfiggerti, sei quell’idra che torna sempre viva da me.
Ti sento strisciare addosso e provo a fissarti.
Vedo una piccola lingua rossa guizzare e due occhi trasparenti come biglie di vetro.
Con un viso colpevole che sembra supplicare qualcuno da castigare o da amare.
Sei là, fuori nel mondo e mi chiami.
Ti sento già addosso.
Sempre vittima di tendenze dominanti, da brava concierge condottiera e sfrenata, scelgo una doccia isterica e nuove fantasie demotiche.
Scavalco la finestra ed affronto la densità segreta, dove l’osceno è sull’orlo del visus e le percezioni straripano in un’emorragia di sensazioni.
Il riparo inespugnabile nel quale riusciamo a trovare pace ed appagamento.

Abbracciandoti al buio mi sento cullare da un senso di libertà simile alla vittoria, pervasa da una fragranza dominata dal gioco dei sensi.
I tuoi occhi umidi e iracondi brillano come l’acciaio e sono colmi di emozione.
Nell’ebbrezza che sola, dà vita al tuo cazzo mobile, nulla è poi fraudolento; il corpo sprofondato nell’amplesso, la tua mano che accarezza la mia pelle.
La stessa impalcatura vivente e scattante pronta a tendermi un nuovo agguato, con uno sfioramento impenetrabile, carico di estatica energia.
Non riesco a stare ferma.
La tua carne è il vero Tempio, le gambe colonne benefiche, la fronte corona invisibile di pulsante vitalità.

E’ sempre dalle conclusioni che si ricomincia.

L’immane esperienza che ho vissuto, nel momento in cui prende forma nel ricordo, si confonde in un’unica fuga musicale.
Tu vieni spesso a trovarmi, ovunque, avvolto nella tua aureola, quel cerchio rosso con una falce appesa, che ti porti sempre appresso.
Dopo lunghi e ripetuti dialoghi, svanisci.

La vendetta del Sesso è l’Amore.
Fiamma, Regina di tutti i misteri, riconducimi là dove la mia Storia con Te ha avuto inizio…

(Nephenta e Imperiale sono stati un errore, come tutti i remake del Passato.
Resterà Baia, per chi c’è stato e per chi, come me, è venuto dopo ed ha perpetuato la verità attraverso il Delirio negli occhi del suo Popolo.
Defraudato nel cuore, nell’anima e nella musica).

Baia degli Angeli, Gabicce 1978.

 

Un pensiero su “La falce e la fiamma. Ritorno alla Baia”

  1. E’ incredibile di quanto mi sia ritrovato nelle ultime cinque righe del tuo scritto. Direi, profondamente in ogni parola.
    Ogni parola.
    Corrisponde alla mia storia come fosse la mia.

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