Tutto nasce per finire

Una macchina rossa si parcheggiò sul ciglio della strada. Una portiera si aprì e uscì una ragazzina di undici anni circa che si affrettò ad aprire un ombrello: pioveva, quell’uggioso pomeriggio di settembre.

“Dea, stai attenta quando attraversi!” Le gridò dietro la madre che scese dall’auto e premette un pulsante del telecomando per chiudere gli sportelli. “Sì!” rispose la ragazzina di rimando, correndo sull’asfalto acquitrinoso. Si fermò di fronte ad un cancello in ferro, verde brillante. Dea rimase a contemplare la grande casa troneggiante davanti ai suoi occhi con un misto di eccitazione e smarrimento. Da quel giorno avrebbe vissuto lì, in quel paesino in provincia di Cagliari. La ragazzina sospirò intimorita, spinse il cancelletto ed entrò nel giardino. Si guardò intorno. Era ancora un posto un pò rozzo e privo di piante, ma sua madre le aveva assicurato che presto si sarebbe sentita come nel giardino di una principessa. Ricordando queste parole Dea sorrise e qualche passo più deciso dopo entrò in casa. “Ciao piccola!” La salutò suo padre, da sopra una scala. Stava imbiancando. Dea sorrise. Inalò quanto più poteva quell’odore: adorava il profumo che emanava la vernice fresca.

Salì nel piano superiore ed entrò nella sua nuova stanza. Posò l’ombrello e la sua borsa sul pavimento e si afflosciò sul morbido letto. Era un pò impaurita. Dal giorno dopo avrebbe frequentato una nuova scuola, sarebbe andata in prima media… Avrebbe fatto amicizia con qualcuno? Si sarebbe… Innamorata? E a questo pensiero arrossì violentemente nascondendo il viso sul cuscino.

Il cinguettio degli uccelli la svegliò l’indomani. Ancora assopita si alzò dal letto e si diresse in bagno. Si lavò e si infilò un’anonima maglietta a righe e un paio di jeans scuri. Pettinandosi, non poté fare a meno di scrutare il proprio riflesso sul vetro.

Era alta, magra e slanciata. Un viso pulito, abbastanza piacevole, incorniciato da mossi capelli corvini lunghi fino alle spalle. I suoi occhi erano comunissimi occhi neri a mandorla. Sospirò. Come avrebbe voluto averli verdi! Scoccò un’occhiata di disappunto al suo petto: era molto piatto… Scacciando questo pensiero scoraggiante riguardo all’ipotesi che un ragazzo si sarebbe mai interessato a lei, mezz’ora dopo Dea uscì di casa diretta alla scuola media dietro l’angolo. Quando vi arrivò, rimase spiazzata. Era colma di ragazzi di ogni età che ridevano e scherzavano prima dell’inizio delle lezioni e all’improvviso si sentì molto sola. Si guardò intorno, spaurita. Nessuno si era accorto di lei. E ora come avrebbe fatto? Era così sola, in mezzo a tutta quella folla di persone… Qualcosa però la scosse. Aveva la netta sensazione che qualcuno la stesse osservando così si alzò sulla punta dei piedi e cercò di capire chi fosse.

“Oh!” Esclamò. Aveva cercato gli occhi della persona che la osservava e in un attimo ne incrociò lo sguardo. E lo vide.

Era un ragazzino di circa undici anni. Bassottino e non particolarmente bello. Dea sostenne il suo sguardo con crescente curiosità. Osservò il suo viso. Era dolce in quel momento, mentre le sue labbra si arricciavano in un sorriso imbarazzato. Dea non poté fare a meno di notare quanto fosse bello quel sorriso che pareva illuminare tutto il suo volto. Le sue sopracciglia erano un pò folte ma ricalcavano perfettamente la forma degli occhi. Quegli occhi nocciola… Dea ne rimase incantata… erano così grandi, profondi e ingenui, sembrava che riflettessero i suoi sentimenti, svelassero i segreti più celati del suo cuore. Sarebbero stati in grado di raccontarle tutta la sua vita, se lo avessero voluto.

I capelli del ragazzino erano pettinati a spazzola con la gelatina. Dea sorrise, continuando a sostenere il suo sguardo. Un amico gli toccò la spalla e lui si voltò, spezzando quel fugace contatto con Dea che si dispiacque un poco. Ma non smise di osservarlo: quel ragazzo l’attirava. L’amico doveva aver detto qualcosa di divertente, perchè il ragazzo scoppiò in una risata allegra e cristallina. Dea parve rapita.

La campanella la scosse. “Peccato…” Pensò, dispiaciuta. Avrebbe voluto conoscere quel ragazzo… Seguì la folla di ragazzi che entrava nell’edificio e vi entrò. Confusa, osservò la disposizione delle classi fissata con dello scotch sulla porta d’ingresso in quel momento spalancata per far entrare l’afflusso di studenti. Dea applicò il dito indice e lo fece scorrere sulle varie classi. “Uff. Ma dove sarà la 1^b?!” Sbuffò, con un pò di rassegnazione. Qualcuno le toccò la spalla e disse “Ehi” con fare divertito. Dea si voltò spaventata e vide il ragazzo di poco prima. Un debole “Oh…” fu tutto quello che uscì dalla bocca della ragazza. “Ti stavo osservando, prima” Disse lui, sorridendo. Dea si trattenne dal dire ‘l’avevo notato’ e si sentì in imbarazzo. “Sì… beh…” farfugliò. “Sei nuova, vero? Che classe cerchi?” Chiese lui, cortesemente. Dea sospirò: forse lui l’avrebbe aiutata. “Mi hanno trasferito nella 1^b ma non so proprio dove sia…”

“E’ la mia classe!” Esclamò lui. Dea si ritenne fortunata e decise di sorridergli. Forse incoraggiato da questo, il ragazzo le tese la mano. “Mi chiamo Davide.” Si presentò ricambiando il sorriso. “Io mi chiamo Dea.” La ragazza gli strinse la mano. Era così calda…

Passarono i mesi. Dea e Davide avevano stretto amicizia ed erano diventati inseparabili. Erano in banco assieme e si divertivano a prendere in giro la professoressa di italiano pasticciando il libro del corso di latino che frequentavano insieme ad altri due ragazzi della loro classe. Dea si sentiva felice però, come spesso aveva confidato a Davide, voleva trovare l’amore… Davide a ciò le dava una pacca sulla schiena così forte che quasi lei cadeva e rideva così forte che tutti li guardavano sospettosi. “Sono seria!” Esclamò lei un giorno, mentre facevano in coppia un esercizio di pallavolo in palestra. Davide alzò un sopracciglio, manifestando scetticismo in ogni sua parola. Tanto era il chiasso che potevano chiacchierare a loro piacimento.

Dea fece un palleggio mandando la palla verso Davide. “Non ho mai provato quel sentimento…” Gli disse, pensierosa.

“Neanche io.” Davide ricevette la palla, che tornò verso Dea. Lei notò che non era sincero, ma non ci badò. “Mi piacerebbe che fosse alto, biondo e con gli occhi chiari…” Sospirò, sognante. Davide emise un grugnito di disappunto e fece una schiacciata che mandò la palla lontano. “Uffa! Lo sai che lo scopo dell’allenamento è mandarla a me?” Sbuffò Dea e si voltò seccata per andare a prendere la palla che era rotolata verso i piedi di un ragazzo. Si affrettò a recuperarla. “Ehi.” Disse una voce. Dea, presa la palla, alzò lo sguardo e vide un bellissimo ragazzo biondo, alto con gli occhi di un verde limpido e senza sfumature che avrebbero potuto contaminare la purezza di quello sguardo. Dea arrossì violentemente e il suo cuore prese a battere ad una velocità pazzesca. “Oh… Ehm…” balbettò imbarazzata. “E’ la 1^b questa?” Domandò il ragazzo.

“Ehm…sì…”

“C’è il professore? Devo dargli delle pratiche da compilare…”

Dea non riuscì a parlare e, sempre rossa in viso, indicò l’altra parte della palestra dove il professore di educazione fisica insegnava ad una ragazza come tenere la palla in mano. “Ok” Detto questo il ragazzo si allontanò, lasciando dietro di sé Dea che ad ogni suo passo sospirava sognante. “Dea! La palla!” La voce di Davide le giunse remota e poco più di un eco lontano. Si voltò raggiante, lasciò cadere la palla e si gettò fra le braccia del suo migliore amico che farfugliò una serie di imprecazioni e divenne color cremisi. “D… Dea!!” Balbettò, confuso. “Evviva!!!” Fece lei, baciandogli la guancia. Davide parve fare un immenso sforzo per scollarsela di dosso. “Ma che ti prende???”

“Mi sono innamorata!”

Come Dea presto scoprì il ragazzo per cui si era presa una tremenda cotta si chiamava Luca e frequentava la 1^a. Aveva trascinato Davide per tutto il paese nel tentativo di vederlo, e al corso d’inglese al quale partecipavano sia la 1^a che la 1^b faceva di tutto per stargli accanto. Diceva a Davide di essere innamorata, ma lui sapeva benissimo che quello della sua migliore amica non era vero amore… ma lei si era anche clamorosamente illusa di avere qualche speranza, di essere ricambiata.

A Maggio le due classi sarebbero andate in viaggio d’istruzione a Tharros e Dea era estasiata. Il giorno si preparò con estrema cura tanto che anche Davide dovette ammettere che era carina. la gita fu fantastica: Dea non si fermava un attimo e quando vedeva qualcosa di carino prendeva Davide per mano e lo trascinava ridendo. Verso l’una arrivarono in ristorante. Il povero Davide era distrutto. “Davi, cos’hai?” Gli chiese Dea sorridendo. Quel giorno era davvero carina, con i capelli legati in due treccine e il volto sempre allegro e sorridente. Davide, però, era ben lungi dall’essere felice. Era stato costretto a sorbirsi trattati di storia romana e perfino di prendere appunti per la professoressa di lettere che gli aveva minacciato l’insufficienza in storia se non fosse stato attento, e come se non bastasse detestava in quel momento l’allegria di Dea più di tutto, detestava che lei lo trascinasse come un cagnolino da una parte all’altra per vedere uno stupido ragazzo che non la ricambiava nemmeno lontanamente. E la cosa più disarmante e che lei non se n’era neppure accorta.

“Lasciami in pace.” Sbottò bruscamente, lasciando di scatto la mano di Dea. “Ehi! Ma che ti è preso?” Domandò Dea, ferita. Davide la guardò in malo modo e si abbandonò in una sedia del tavolo prenotato per le due classi. Non capiva. Non riusciva a capire…

“Sei ottusa. Quando ti accorgerai della verità sarà troppo tardi.”

“Ma che dici!” Dea era esasperata dall’improvviso voltafaccia del suo migliore amico.

“Dea basta.”

“Basta un corno!” Urlò lei, sedendosi di scatto accanto a lui. “Perchè fai così?”

“….”

“Rispondi!!” Dea si stava decisamente arrabbiando. Che gli era preso a quel cretino?!?

“Non sono il tuo cane. Da mesi mi trascini di qua e di là nella speranza di vederlo. Sei patetica.”

Dea rimase a bocca aperta, tremando di rabbia. Come osava?

Qualcuno prese posto di fronte a loro e cominciò a parlare. Dea non poté fare a meno di sentirli, anche se fissava con ostinazione il piatto vuoto davanti a se con il groppo in gola e gli occhi gonfi di lacrime che lei ricacciava indietro ostentatamente.

“E’ lei?”

“Sì sì… guarda come si crede! Si è fatta pure le treccine…”

A questo Dea e Davide alzarono contemporaneamente il capo. Davanti a loro c’erano Luca e un suo amico che parlottavano. Luca si accorse che Dea lo osservava e la guardò dritto negli occhi. “Ma cos’hai da guardare? Girati, non vedi che mi irriti?” Disse, sprezzante. Queste parole arrivarono dritte al cuore di Dea, creando una piccola ma profonda e dolorante ferita. Le lacrime che a stento aveva represso sgorgarono a fiotti. Spaventata e tra le risate di Luca e quell’altro, Dea si voltò e corse via, uscendo dal locale. Si mise a correre poi si fermò e scoppiò in singulti sommessi. Si era solo illusa nient’altro… Davide aveva ragione… era stata patetica.

Davide si alzò dalla sedia e fece per correre da Dea ma si fermò. “Che fai, corri dalla tua ragazza??” Lo schernì Luca che scoppiò in una risata cattiva con il suo amico. “Tu……” Borbottò Davide, rabbioso. Afferrò un bicchiere colmo d’acqua e glielo rovesciò addosso. Dopodichè uscì di corsa dal ristorante. Guardò a destra e a sinistra, ma dell’amica nemmeno l’ombra. Si era pentito di essersi comportato così. Aveva avuto ragione ma forse era stato un pò troppo… beh… geloso… Davide arrossì e si disse che non era possibile. “Dea.” La chiamò. Attese qualche istante. Nessuna risposta. Fece per andare più avanti nella ricerca quando il rumore di un singhiozzo lo bloccò. “Dea?” Chiamò di nuovo. “Ridi… Pure di me… Se vuoi.” La voce nasale, come se avesse il raffreddore, della ragazza arrivava da un punto imprecisato della sua destra. Davide osservò meglio e vide che Dea era appoggiata su un muro poco distante da lì. Si sfregava gli occhi umidi e tirava su col naso. Davide le si avvicinò e la guardò con dispiacere. “Scusa… io… mi dispiace…” Farfugliò.

Dea scosse il capo e riprese a piangere, poi d’istinto posò la testa nella spalla di Davide e lo abbracciò. Stava così bene con lui…

Arrivò l’estate e Dea scordò ben presto la cotta per Luca che prese ad odiare ferocemente e cominciò a divertirsi nel prenderlo in giro con Davide. Ogni giorno andava a casa della nonna di Davide che era a due passi da casa sua e giocava insieme a lui, Francesca, la cugina di Davide più piccola di loro di due anni, la quale in poco tempo divenne la sua migliore amica, e suo fratellino Marco. Dea era molto felice, era sempre allegra e sorridente. Mai avrebbe potuto sospettare ciò che sarebbe accaduto in seguito…

Così com’era arrivata l’estate se ne andò cedendo il passo alla seconda media e all’inverno pungente. Il suo legame con Davide si era rafforzato, se possibile, ancora di più.

Fu una domenica di Febbraio che tutto ebbe inizio o forse finì…

Dopo la messa Davide, Dea e il migliore amico di Davide erano in giro, come sempre. Dopo una battuta particolarmente divertente di Davide, mentre Dea si sbellicava dal ridere i due ragazzi si guardarono. “Ehm, Dea…”

“Sì?”

Davide le sorrise, in imbarazzo. “Sai… Mi piace una ragazza.” Il cuore di Dea prese a battere all’impazzata. Possibile che…? Decise di far finta di nulla.

“Si chiama Simona, abita nel paese qui affianco…” Disse lui. Dea sussultò. “Ah” Fece delusa. Ma cosa si aspettava? Fece un sorriso forzato. “Bene! Conquistala! Faccio il tifo per te!” Il suo sorriso poté sembrare perfino realistico. In realtà Dea fu costretta ad inghiottire un boccone molto amaro. Fu assalita da una strana e improvvisa sensazione che non fu in grado di riconoscere… Sentiva il petto oppresso da un’infinita tristezza, il freddo e il gelo si impossessarono del suo cuore rendendolo schiavo in un vortice di infelicità crescente. Si sentiva tradita, abbandonata, ferita…

Sola.

Aveva voglia di piangere.

Desiderava gridare.

Nell’istante immediatamente successivo i suoi occhi furono catturati dalla grandezza e dalla bellezza di quelli di Davide. Trasalì. Che immenso sentimento provava nell’immergersi nell’oscurità fittizia e ingenua di quello sguardo che l’aveva rapita dalla prima volta che l’aveva visto… Il suo cuore non reagiva più ai comandi e prese a dimenarsi come impazzito. Dea distolse gli occhi, mormorò qualcosa circa le urla di sua madre se avesse visto che non era ancora rientrata e scappò via. “Che le è preso?” Domandò Davide, confuso, più a se stesso che all’amico il quale scosse il capo non sapendo bene che dire in quel momento. Davide si incamminò in silenzio. Forse Dea era ancora scossa dalla delusione per Luca… eppure, nel suo sguardo di poco fa aveva notato un tono di tristezza e delusione immediati e troppo tali per poter essere connessi a qualcosa accaduto quasi un anno fa… Decise di scacciare questo pensiero. Forse Dea doveva davvero tornare a casa. Sospirò, indeciso. “Dai, Fede. Torniamo a casa.”

Crepuscolo. Le note dei Cranberries invadevano la stanza. La luce dorata leggermente sfumata di rosso filtrava attraverso il vetro e si posava timidamente sul letto di Dea. La sua gracile e puerile figura giaceva sul medesimo letto. Aveva i capelli sciolti appiccicati sul viso e un braccio che le copriva gli occhi. Non piangeva di dolore, no. Ma perchè non capiva cosa stesse provando… Era una sensazione strana. Per la prima volta in vita sua l’intelligente Dea non comprendeva qualcosa e questo qualcosa erano i suoi sentimenti -tolse il braccio dagli occhi e si voltò dall’altra parte- batté un pugno sul cuscino, arrabbiata. Davide era il suo migliore amico!! Cosa le importava se gli piaceva un’altra ragazza?!? D’altronde a lei era piaciuto Luca (anche se Davide non aveva fatto che parlar male di lui)! Era impossibile, e se dico impossibile è impossibile, pensava furiosa, che provasse altro per lui. Assurdo! Lei l’aveva visto sempre come un semplice amico, avevano sempre riso e scherzato di tutto insieme, certo lui per lei era… era… tutto.

Balzò seduta nel letto, palpandosi la faccia bollente e vergognandosi da morire. Eppure era così… Davide per lei rappresentava tutto il suo mondo. Era la persona più importante per lei. Senza Davide si sarebbe sentita incompleta, sola, la sua vita non avrebbe avuto senso e, lei lo sapeva, nel suo petto avrebbe sentito nient’altro che il vuoto… Le sue battute divertenti, il suo cipiglio arrabbiato, il suo modo di chiamarla, il suo modo di fare, di parlare, di camminare, di sorridere, di guardarla così dolcemente… Già… guardarla… non poteva smettere di pensare a quegli occhi che tanto l’avevano colpita. Erano così belli… si perdeva in quello sguardo, le sembrava di poter esplorare il suo cuore che avrebbe tanto voluto poter comprendere. Tutto di lui le era caro. Lui era stato il primo a tenderle la mano squarciando ogni paura, ogni barlume di un eco lontano di solitudine, occupando in così poco tempo il primo posto nei suoi pensieri. Lui c’era quando stava male, era sempre lì per lei, ad aiutarla e confortarla. Bè, che Dea gli volesse bene veramente non c’erano dubbi: era il suo migliore amico! Però… però… “Dannato ‘però’!!!” Gemette mettendosi le mani sul viso e cadendo sul cuscino.

Una giornata come tante, ma piovosa. Una lezione come tante. E Dea, immersa nei suoi pensieri, non la seguiva affatto. Non faceva altro che sospirare, cercando di capire quali fossero i suoi veri sentimenti. Era così confusa e sconcertata! E come se non bastasse, si era aggiunto un altro sintomo. Ogni volta che Davide nominava Simona, un mostro dentro le viscere di Dea ruggiva, rendendola furiosa. Sospirò. Ma che le stava capitando? No, lei non poteva assolutamente am…

“Dea!”

Si scosse e si guardò intorno. La professoressa di scienze non l’aveva chiamata: stava spiegando educazione alimentare. Allora era proprio stato lui a chiamarla. Si voltò verso di lui, seccata. “Se è di Simona che mi devi parlare, allora non farlo.” E gli voltò il viso. “Dea! Dea!”

Stavolta Dea sbuffò sonoramente, ma si girò lo stesso dall’altra parte dell’aula dove Davide la guardava sorridendo malizioso. “Sei gelosa?” Le chiese. Dea non rispose; divenne prima rossa, poi viola, poi verde e la matita che teneva in mano cadde al suolo spuntandosi. Si accinse a raccoglierla, ma per sbadataggine e imbarazzo quando si rialzò sbatté la testa sul banco, mormorò qualche imprecazione e si voltò verso la lavagna lasciando Davide sghignazzare soddisfatto alle sue spalle.

Dea fissava senza vedere la verde lavagna.

Mille pensieri si affollarono nella sua mente per lasciarne passare uno solo… la gelosia. Ah, così questa era la gelosia. Ma perchè doveva essere gelosa? Anche se Davide era innamorato, sarebbero sempre rimasti amici… una fitta di dolore le trapassò il petto. Scosse il capo. Era difficile ammetterlo a se stessa, ma fu inevitabile, ormai l’aveva capito. Aveva commesso un enorme sbaglio: si era innamorata del suo migliore amico…

Il cielo. Cupo, tempestoso. Il maestrale soffiava gelido, pungente, sferzando il viso come la lama di una spada. Gli alberi oscillavano sospinti dal vento e le tremule foglie si staccavano inerti e rigide dai ramoscelli per poi finire sul terreno, dove sarebbero state spazzate via alla prima occasione.

Un ragazzo di dodici anni stava tornando a casa dopo un faticoso allenamento di calcio. Indossava corti pantaloncini e una maglietta di cotone; sulle spalle portava un pesante borsone. Mise le mani a coppa sulla bocca e portò fuori il fiato, che si condensò in una nuvoletta leggera, nel tentativo scarso di riscaldarle. Un brivido gli corse lungo la schiena e sbatté forte i denti, tremando. Ecco, c’era quasi. Arrivò davanti al cancello bianco e suonò il citofono. Nell’attesa, saltellò prima su un piede e poi su un altro, e il cancello si aprì con un rumore metallico. Davide lo spinse precipitandosi dentro, lo chiuse e fece gli scalini due a due. Il padre aprì la porta.

“Sto andando a prendere tua madre dal lavoro.” Disse, guardandolo agitarsi. Davide tremando, annuì, entrò in casa e quando la porta si chiuse pensò che la prossima volta si sarebbe messo una canadese calda sopra. Meccanicamente si diresse in camera sua, senza accendere la luce. Sorrise con affetto alla stufa accanto alla sedia, e pensò che lei qualche ora prima si era lamentata del freddo di quella stanza protendendo le mani verso la stufa come per afferrarne tutto il calore. La accese per riscaldarsi e fissò la luce calda che scaturiva e lo avvolgeva, riflettendo. Era come se lei fosse ancora lì con lui… poteva sentire la sua allegra risata, il suo profumo…Quanto avrebbe voluto poterla abbracciare, perdersi tra i suoi capelli… Aveva sempre represso questi sentimenti perchè lei lo considerava come un semplice amico, ma lui l’aveva amata fin dal primo sguardo che si erano scambiati quel giorno quando l’aveva vista per la prima volta… aveva sempre sofferto quando lei gli parlava di Luca. Non poteva dimenticarla, le aveva provate tutte. Certo, questa Simona gli piaceva ma… probabilmente a causa di lei… Scosse il capo e si portò il viso tra le mani. Non poteva far altro che starle accanto con il semplice titolo di ‘amico’ nella fugace speranza che lei un giorno avrebbe aperto gli occhi e tra la folla di persone si sarebbe accorta di lui. Una speranza… per il momento non poteva essere di più. Avrebbe tanto voluto che lei lo pensasse, avrebbe voluto stare con lei forse… per sempre… Dea… gli mancava la sua voce, il suo modo di ridere, il profumo dei suoi capelli lunghi fino alle spalle, la vivacità e l’acutezza del suo sguardo color nocciola… Diede un calcio a qualcosa, per tentare di scacciarla dalla sua mente. E, pensandola ancora, decise di farsi una doccia.

La sera dopo, Dea era a casa di Davide come tutti i giorni. Lei stava giocando con il computer, mentre Davide, seduto sul letto dietro di lei, osservava con minuziosa attenzione i suoi pupazzi di dinosauro posati sul comodino. C’era un insolito silenzio fra loro due. Dea si sentiva a disagio, con il cuore a mille e lo stomaco che sussultava ogni volta che lui si avvicinava. Davide, invece, era stato stranamente silenzioso per tutta la sera ma Dea, troppo occupata da se stessa, era stata incapace di notarlo. Il silenzio si prolungò ancora. Dea ne era oppressa, ma non sapeva davvero come comportarsi. Emise un lungo, lento sospiro che parve rumoroso, in confronto al silenzio di poco prima. “Hai… detto qualcosa?” Per la prima volta in tutto il tempo che erano stati insieme Davide le rivolse la parola. Dea si voltò e lo guardò dritto negli occhi con uno sguardo imperscrutabile. Scosse il capo. “E’ tardi devo tornare a casa” disse, accennando all’oscurità del cielo fuori dalla finestra. Davide si alzò dal letto. “Ti accompagno.”

“Ok.” Rispose Dea, spegnendo il computer e alzandosi dalla sedia. Si infilò il giubbotto, tirò su la cerniera e si mise la borsa in spalla. Davide era andato in cucina ad avvisare il padre. Dea sospirò. Si sentiva così strana… cosa avrebbe fatto ora? Stargli vicino era così… così difficile. Si guardò intorno, come per imprimersi ogni particolare di quella stanza nella mente. Sorrise. Era un ragazzo preciso e ordinato: i giochi della play station e del pc erano ordinatamente allineati sopra la scrivania, i libri dello scaffale erano posti in ordine di grandezza… Si voltò a sinistra e vide che aveva perfino sistemato le coperte del letto dove poco fa si era seduto… osservò i poster della sua squadra del cuore appesi alle pareti. Era sempre stato un grande tifoso del calcio….

All’idea di poterlo perdere, Dea si sentì morire. Era pronta a mettere a tacere i suoi sentimenti pur di restargli accanto… Si sorprese davvero di provare un simile sentimento per lui. “Dea, tutto a posto?” La voce di Davide gli arrivò da molto lontano, riportandola nella realtà. “Ah…sì.” Rispose, poco convinta. Lo raggiunse e insieme uscirono nell’ancora fredda aria di Marzo.

La strada era buia, illuminata debolmente dai lampioni e dalla luce del bar nella strada giù da casa di Davide. Le macchine sfrecciavano via, dirette chissà dove, verso chissà quale storia. Dea e Davide camminavano fianco a fianco, ancora ostinatamente silenziosi l’uno con l’altra. Dea guardava dritta davanti a se, cercando di stare calma, mentre Davide si fissava con smisurato interesse le punte dei piedi, con le mani nelle tasche del giubbotto smanicato nero. “Dea…” Davide ruppe il silenzio, senza riuscire a togliere lo sguardo dalle sue scarpe.

“Sì?”

“…Perchè ti piaceva Luca?”

Dea ci pensò su un attimo. “Beh mi piaceva perchè è carino… ma col passare del tempo mi sono resa conto del fatto che era una semplice cotta.”

“…Ah.” Fece Davide, evitando accuratamente il suo sguardo. “E a te perchè piace Simona?” Chiese Dea, ormai decisa a gettare ogni prudenza alle ortiche, visto che ormai erano in argomento. “Perchè tanto tu con me non ti metti.” Fu la risposta. Dea sgranò gli occhi e si bloccò. “Perchè? Che ne sai?” Quasi gridò, confusa. Davide si voltò a guardarla, rassegnato. “Lo so che non ti piaccio…”

“Io… Io ti piaccio?” Gli chiese Dea, col cuore in gola e lo stomaco stretto in una feroce morsa. Davide tornò a fissarsi le scarpe. “Sì.” Mormorò. “Anche… Anche tu a me” Sussurrò Dea talmente piano che quasi non lo sentì neppure lei. Si guardarono e si sorrisero, ancora un pò in imbarazzo, ma tutto sommato felici.

Passarono i mesi. Dea era felice insieme al suo Davide, si vedevano ogni giorno e il loro sarebbe stato un amore che in futuro avrebbe causato più di un guaio… tuttavia, stavano bene insieme anche se spesso litigavano c’erano momenti di felicità dove si baciavano e si coccolavano. Arrivò giugno in quel periodo i due litigavano talmente spesso che nelle loro litigate emergevano vecchi rancori. Un giorno, Dea esplose. Erano a casa della nonna di lui dove c’era anche Francesca, la cugina di Davide ma anche la migliore amica di Dea. Quel giorno si erano dati appuntamento solo loro tre perchè Francesca e il fratello di Dea, Marco, che giocava sempre con loro, avevano litigato e Dea voleva che facessero pace.

“Perchè no?” Protestò Dea inviperita, contro Davide che quel giorno indossava un cappellino e giocava a farlo girare intorno al dito. “Perchè Franci ci è rimasta male.” Rispose lui, brusco. Dea si voltò di scatto verso l’amica che non la guardò ma si mosse a disagio sulla propria sedia.

“E’ stato un litigio stupido!” Sbottò Dea, stavolta verso Davide. “Bè, per te tutto è stupido.” Disse lui fissandola accigliato. Dea sbuffò. “E’ sempre colpa mia, vero? Colpa mia se pensi che Simona sia bella e ci provi con lei…..”

Ora fu Davide a sbuffare. “Ancora… Sei assurda. Ne abbiamo già parlato.” Dea scattò in piedi senza ricordarsi di essersi alzata. “E liquidi la faccenda così vero? Sempre il solito!”

“Non usare quel tono da saputella!” Silenzio. Dea lo fissava sbalordita, con i pugni chiusi. Davide era a pochi passi da lei e sosteneva il suo sguardo con arroganza. “Stai sempre a credere di saperne di più degli altri, usi quei paroloni che irritano le persone… mi hai stancato.” Disse lui, con ira. Il petto di Dea doleva a quelle parole. Ah era così? Bene. Dea gli si avvicinò tanto rapidamente che lui non poté impedirglielo e lei gli mollò un sonoro ceffone che gli fece girare la faccia. Francesca trattenne il respiro e Dea afferrò la piccola sedia in plastica lì affianco scagliandogliela contro, ma Davide la schivò. “Vai al diavolo!” Gli urlò tra le lacrime e scappò via.

“Bè, come sei messa a ragazzi?”

Il sole, la sabbia, le onde del mare… Dea era in spiaggia con Alessandra, una sua amica del vecchio paese con cui aveva fatto le elementari. Si adagiò comodamente sull’asciugamano per abbronzarsi meglio. “Lascia perdere Ale…”

Alessandra le sorrise. “Beccata! Allora qualcuno nel tuo cuore c’è…”

“Più o meno…” Rispose Dea e raccontò tutto alla sua amica. Le raccontò che non riusciva a dimenticare Davide, e prese a criticare Simona che aveva sempre segretamente odiato. Ma Dea non sapeva che Simona era la migliore amica di Alessandra…

Un sabato sera come tanti, dove Dea e sua cugina Sara uscivano come sempre a prendersi un gelato nel paese dove prima abitava Dea, il paese di Alessandra e Simona, poco distante dal suo. Le due ragazze ridevano e scherzavano allegre, gustandosi i loro gelati. Dopo pochi minuti, Dea incominciò a sentire parole poco gentili. Si scambiò un fugace sguardo con la cugina, poi si voltarono e ciò che videro le paralizzò. Erano una decina di persone, tra cui, ridendo e insultando beffarda, c’era Alessandra. “Ecco la stronza!” Urlò Simona, trionfante, indicando Dea. “Facciamole vedere chi comanda!” Urlò un ragazzo poco più grande degli altri. Dea era terrorizzata e all’improvviso capì. Afferrò Sara per un braccio e le sussurrò “Corri!”. Corsero più veloce che poterono e, seguite dal gruppo, svoltarono un angolo, salirono la strada che portava nella casa della loro nonna e si fermarono, ansanti. Le voci si erano dileguate: erano salve. “Ma… chi… erano…?” Chiese Sara, tenendosi il petto che andava ritmicamente su e giù. “Simona è la causa del litigio per cui io e Davide ci siamo lasciati, e io la odiavo. Per questo non facevo altro che criticarla con Alessandra che evidentemente è sua amica. Deve averle detto tutto e sicuramente volevano picchiarmi.” Spiegò Dea, aggrappandosi al muro. E loro probabilmente erano amici di Davide. Possibile che si fosse ridotto a questo? Calde lacrime uscirono dagli occhi pungenti di rabbia e rancore. Ora era davvero finita per sempre…

Finalmente l’estate si concluse. Ora Davide e Dea frequentavano la terza media e benchè fossero in classe insieme non si parlavano più. Dea era riuscita a dimenticarlo, cancellando come per magia ogni traccia del passato con lui. Si stava impegnando nello studio e progettava di entrare nel liceo classico più difficile di tutta Cagliari, il Dettori. Davide, invece, avrebbe frequentato il geometri, due rami di studio completamente opposti. Forse ciò li avrebbe allontanati per tutta la vita… Ma a Dea ciò non importava. Nei mesi che seguirono tornò ad essere quella allegra e divertente che era sempre stata; adorava leggere fumetti giapponesi e diceva che da grande sarebbe stata una fumettista. Strinse amicizia con una sua compagna di classe, Flavia. Flavia era una ragazza un pò ribelle, amante del punk e dei manga proprio come Dea. Era bassottina e cicciotella, ma aveva un grande cuore ed era una persona dolce, buona e generosa oltre che simpatica. Flavia e Dea diventarono così tanto amiche da non separarsi mai, e Dea ora era davvero felice. Quell’anno fu per lei il più bello di tutta la sua vita.

Maggio.

“Ragazzi, un attimo di silenzio.” La classe smise di borbottare, e dodici paia di occhi si puntarono verso la professoressa di lettere che prese a camminare avanti e indietro davanti alla cattedra. “Come sapete, ogni anno la chiesa in campagna del nostro paese rimane aperta per i visitatori. Ci è stato richiesto dal comune di far partecipare gli alunni di terza media. La 3^a ha rifiutato, ma noi della vostra sezione siamo convinti che sia un ulteriore arricchimento culturale che vi prepara al meglio per l’ingresso alle superiori. Non è obbligatorio. Chi vuole partecipare?” Ci fu un attimo di silenzio poi Davide, gettando un’occhiata a Dea, alzò la mano. Lei accettò la sfida e alzò la propria. Ultimamente tra i due c’era una sorta di competizione che li aveva riavvicinati. Sorrise a Flavia. “Dai Flavi, che ci divertiamo!”

Flavia la guardò come per dire che era matta. Dea le fece gli occhi dolci e Flavia, sottomessa dall’espressione supplicante della sua migliore amica, alzò la mano. Altri quattro compagni alzarono la mano.

Fu l’esperienza più bella che Dea ebbe mai fatto… si divertì un mondo con Flavia e poté per sempre ricordare quando cancellarono il nome della professoressa da un depliant per i visitatori e vi scrissero il soprannome che le avevano affibbiato, e quando un uomo lo fece notare alla professoressa questa andò su tutte le furie incolpando (sostenuta dalle vere colpevoli) un loro compagno di classe che era solito fare questi scherzi. Le due quando furono sole risero come matte.

Uno di quei pomeriggi Dea era seduta sotto l’ombra di un albero. La brezza le scompigliava delicatamente i capelli, ora lunghi fino a metà schiena. Stava così bene… il suo respiro si fece più lento, e incominciò a cadere in un lieve sonno quando qualcuno le si sedette accanto. Si scosse dal torpore e vide il viso di Flavia sorriderle. “Oh… scusa, mi stavo addormentando…”

“Fa nulla! Dea ho una notizia per te!” Esclamò Flavia. Dea la guardò interrogativamente. “Sai, credo proprio che Davide si sia innamorato di te… Non fa altro che guardarti e poi mi ha perfino chiesto chi ti piacesse!!” Flavia era convinta che a questa notizia Dea avrebbe riso, invece l’amica sentiva un vuoto tremendo divorarle il petto. Davide innamorato di lei…? No, non era possibile. Dopo tutto quello che tra loro era successo, dopo l’inseguimento degli amici di Simona… come poteva ancora amarla dopo tutto questo? E poi -Dea alzò lo sguardo al cielo, decisa- lei non lo amava più. Si alzò in piedi e si spazzolò i jeans dalle foglie secche. “Non m’importa.” Disse, con freddezza. Sì, ormai la loro era una storia chiusa.

Era il più bel pomeriggio di tutti. La mattina di quel giorno gli esami si erano conclusi, e Dea festeggiava standosene a casa in panciolle. Era sdraiata sul letto contorta in una posizione assurda con le gambe in fuori protese verso il ventilatore. Il cellulare era sul comodino a caricare, un fumetto era abbandonato sulla scrivania e lo stereo a volume altissimo. Le note di Basket Case dei Green Day riempivano la stanza. La luce era soffusa, entrava debole attraverso le fessure rigorosamente tirate giù per non lasciar filtrare il calore di quel pomeriggio estivo. Do you have the time? le parole di Billie Joe cullavano Dea che le canticchiava distrattamente arricciandosi una lunga ciocca di capelli tra le dita. Il cellulare non rimase silenzioso per molto: dopo qualche minuto vibrò e Dea si protese per afferrarlo e lesse il messaggio. Il suo cuore fremette. Era di Davide. Chiacchierarono per un pò poi lui le disse che gli piaceva ancora e le chiese di stare insieme. No, no assolutamente, pensò Dea. Il suo cuore proiettò in un flash lungo un attimo tutto il suo passato con lui. Ricordò di quanto amasse il suo sguardo, il suo profumo che ancora poteva sentire… In quel momento rivide solo i momenti felici trascorsi con lui, la loro pura e semplice amicizia, il loro ingenuo amore… ricordò il loro primo bacio, nella mansarda a casa sua. Il suo cuore esitò un istante. Forse… Forse non era vero che non lo amava più. Cosa aveva da perderci? Ma le immagini cambiarono e Dea vide se stessa ferita, soffrire per un Davide che non la voleva più, si vide sola, vide le sue lacrime, vide la sua disperazione e il suo cuore infrangersi il giorno in cui Simona e i suoi amici l’avevano inseguita…

No.

Aveva sofferto tanto e ora a lei non importava più di stare con lui. Lei non provava altro se non disprezzo e rancore. Non era riuscita a dimenticarlo, forse. Ma non se la sentiva affatto di rivivere ciò che aveva passato, non volle più stare male per Davide. Promise a se stessa che non avrebbe mai più pianto per lui. Il suo orgoglio non le permetteva di cancellare il suo odio, la sua rabbia nascosta nel più profondo del cuore.

Ora era lui a dover soffrire per lei.

“Mi dispiace. Noi due non potremo essere mai altro che amici. Sarai sempre il mio migliore amico… addio.” Le sue dita digitarono queste fredde parole. Si disprezzava per questo, ma erano i suoi veri sentimenti. Gliene aveva fatte passare troppe… Gettò il cellulare sopra il comodino e sprofondò nel letto. Era davvero finita? Sì, certo, si disse; a settembre avrebbero frequentato scuole distanti e differenti avrebbero conosciuto entrambi persone nuove. Forse Dea si sarebbe innamorata…

Ma allora cos’era quella sensazione? La sensazione che la loro storia non si fosse affatto conclusa… Dea decise di scacciarla. Era davvero tutto finito.

Le loro strade da quel momento si separarono ancora. Forse un giorno si sarebbero unite ancora a causa del destino. Quello stesso destino che li aveva fatti conoscere e innamorare e li aveva divisi giocando con i loro sentimenti, mettendo insieme i pezzi di un puzzle. Li aveva divisi ancora e li avrebbe fatti crescere, li avrebbe cambiati, li avrebbe resi più consapevoli dei loro errori e gliene avrebbe fatti commettere altri…

Quell’estate Dea fu molto felice. Frequentò un corso di fumetti dove si divertì un mondo e conobbe nuove ragazzine, andò al mare con Flavia (che in quel periodo aveva la pertosse) e fecero tante pazzie insieme…erano come due sorelle. Presto iniziò la scuola. Dea si era iscritta al Dettori, un difficile liceo classico, mentre Flavia frequentava l’alberghiero di Monserrato. Due scuole completamente differenti, ma che non impedivano alle due amiche di vedersi. Al Dettori, Dea conobbe Ilaria e Stefano quelli che sarebbero diventati in seguito i suoi migliori amici.

Tra un compito di greco e uno di latino giunse Natale e portò tanti cambiamenti nella vita di Dea… in quel periodo aveva perso la testa per un skater ma presto le cose sarebbero radicalmente cambiate…

24 Dicembre. Sabato.

“Ciao Flavia!” La ragazza scese le scale della casa della zia e andò incontro a Dea e Sara, cugina e amica di Dea. Si trovavano nel paese vicino al loro e si erano date appuntamento per andare alla festa di Natale in piazza. “Ciao!” Fece lei, unendosi alle due. Il gruppetto si avviò ridendo e scherzando in piazza.

Il freddo inverno… le luci delle bancarelle… la musica che riempiva le strade di felicità… la folla ridente attorno a loro… tutto era perfetto e felice. Dea divenne pazza: comprò due pacchi di pop corn che non volle dividere con nessuno e si mise a ballare. Flavia e Sara ridevano, divertite. Le persone sorridevano alle tre ragazze, complici della loro giovane età.

Un attimo.

Soltanto un attimo. I loro sguardi si incrociarono e Dea poté perdersi nell’immensità di quello sguardo che se solo lo volesse, potrebbe raccontarle un’intera estate, per la prima volta senza lei. Un istante lungo anni. Dea rimase paralizzata e fu come se il tempo si fosse fermato per entrambi, tenuto in sospeso da quel qualcosa che ancora animava i loro occhi. Dea abbassò lo sguardo, annullando quel contatto. Il freddo si impossessò di lei, del suo cuore. Si voltò e prese a camminare. “Dea…?” La chiamarono ad una sola, sottilissima voce le sue due amiche. Ma lei parve non sentirle. Si voltò di nuovo. Sorrise amaramente. Sì, aveva visto bene. Lui teneva per mano una ragazza, il suo esatto opposto: bassa, paffuta, i capelli ricci e biondi. Però aveva un viso carino… Davide, alla fine te la sei trovata un’altra, pensò Dea, forse un pò delusa. Bè… era giusto così. No?

Dea sorrise, stavolta era un vero sorriso. Lui non apparteneva più alla sua vita. E quella ne era la prova. “Dai andiamo!” esclamò, asciugandosi una lacrima capricciosa che era riuscita a vincere la sua volontà.

Passò qualche giorno. Dea era a casa di Flavia, ma questa l’aveva evitata per tutto il tempo. Dea sbuffò e la guardò dritta negli occhi. “Senti, che hai?” le chiese, bruscamente. Flavia non la guardò, né le rispose. “Flavi… ehi…” la chiamò, con dolcezza. Flavia alzò lentamente il capo. Aveva uno sguardo indescrivibile, sembrava disperato. “Ho cercato di reprimere quello che provo, ma…”

Dea annuì, accomodandosi meglio sul letto. Sicuramente Flavia doveva sfogarsi per qualcosa e lei era decisa ad ascoltarla e aiutarla. “Dea…”

“Sì?”

“Io… ti amo.”

Silenzio. Ci volle qualche attimo prima che Dea si rendesse conto di ciò che aveva sentito. Anzi, decise di aver capito male. Sorrise. “E’ uno scherzo, vero?” Decise di aggrapparsi a questa possibilità. Ma Flavia non sorrideva. Era seduta al suolo, lo sguardo basso e le mani che si attorcigliavano. Scosse il capo.

E ora… cosa avrebbe fatto? Si sentì morire. Fu come se tutta la loro amicizia si sgretolasse pian piano davanti ai suoi occhi. Rimase come bloccata in quel letto, incapace di muoversi. “Se non starai con me io… mi ucciderò.” Flavia sussurrò quelle parole con un’espressione disperata, ma tuttavia risoluta. Le lacrime sgorgarono dagli occhi di Dea. No… proprio lei no… non poteva farle questo. Cosa stava accadendo? Dea non ci capiva più nulla. Afferrò il giubbotto, la borsa e corse via.

Un’altra persona l’aveva ferita ancora… ogni volta che apriva il suo cuore qualcuno lo infilzava causandole dolore e rendendola vulnerabile. Decise che non avrebbe mai più rivisto Flavia. La sua migliore amica… le doleva il petto. Non poteva averle detto quelle parole…

Dea cambiò. Non era più spensierata e allegra, ma divenne triste e silenziosa. Maturò parecchio nei mesi che seguirono, divenne più adulta. Dea confrontò spesso la se stessa quindicenne di ora con quella undicenne e si disse di essere cambiata molto. Credeva di essere forte, imbattibile. Invece no. Avrebbe scoperto presto la sua vera debolezza.

I giorni che seguirono Dea e Flavia litigarono molto e quel sabato Dea raccontò tutto a Sara, mentre erano in giro. Sara la guardò con uno sguardo indecifrabile. “Ehm mi dispiace, ho promesso d’incontrarla oggi a casa della zia… dai è una cosa veloce.” Aggiunse subito temendo che la cugina si scaldasse. Dea sospirò. “Va bene. Ma facciamo presto.” rispose, debolmente. Arrivarono lì nel giro di dieci minuti. Sara suonò, Dea rimase sul ciglio della strada. Flavia scese dalle scale, lo sguardo basso, il sorriso imbarazzato, la rivista punk che Sara le aveva prestato mesi prima in mano. Al solo vederla la rabbia montò in Dea. Si decise a guardare da un’altra parte. Flavia e Sara chiacchieravano dei gruppi commentati in quel giornale e ad un certo punto Sara afferrò la rivista avvicinandosi a Dea che l’aspettava. Flavia fece per seguirla, ma Dea la bloccò. “Cosa vorresti fare?” Le ringhiò contro, con un tono a metà tra lo sconcertato e la rabbia. Flavia si voltò di scatto. Aveva gli occhi lucidi. “Ma cosa vuoi? Perchè non te ne vai? Sei solo un ostacolo alla mia amicizia con Sara! Di te non m’importa nulla!” il silenzio s’insinuò tra loro. Dea era incapace di pronunciare qualunque suono. Flavia continuò ad insultarla, mostrandole il dito medio ed una collera accecante quasi febbrile invase Dea. Non sentì quelle parole. Voleva solo colpire, ferire ogni centimetro visibile della pelle di Flavia… Si avvicinò e le diede uno schiaffo. Prese a darle calci, pugni. Flavia non reagì, o meglio tentava ma non ci riusciva. “Dea! Smettila!” Sara tentò di fermarla afferrandole un braccio, ma Dea la strattonò con un ringhio. “Basta!” Urlò Sara, in lacrime. Riuscì a separarle, Dea si voltò, in lacrime, e fuggì lasciando Flavia a piangere. Sara la raggiunse proprio mentre Dea sferrava furente una gomitata ad una grondaia arrugginita che s’inclinò lievemente. Sara l’abbracciò piangendo, spaventata. Dea crollò e pianse, pianse come non aveva mai fatto. Aveva perso la persona che per lei contava di più al mondo…

Via Cugia, Cagliari, qualche settimana dopo.

Davide scese dalla corriera, pensando alle due ore di fisica che lo aspettavano quella mattina, ancora leggermente assonnato. Mina, la sua ragazza, era al suo fianco, allegra come sempre. “Ci vediamo dopo, ok?” Le disse lui, mentre vide arrivare il ctm che Mina doveva prendere per arrivare al Grazia Deledda, la sua scuola. Lei annuì, avvicinò il suo viso a quello di Davide e lo baciò. Si staccò con dolcezza e salì sul pullman, salutandolo. Davide sorrise e si incamminò verso il semaforo per scendere in via Baccaredda. Era rosso. In quel momento vide una corriera arancione fermarsi lì al semaforo. E la vide dietro il finestrino. Il suo cuore aumentò i battiti. Era cambiata, ma era lei: ne era certo. I capelli lunghi e mossi, lo sguardo assopito e forse un pò… triste. Guardava davanti a se, con un pesante dizionario in grembo. Scattò il verde e le auto sfrecciarono in avanti, rombando. Lei si voltò verso di lui e per un attimo i loro sguardi s’incrociarono, ma lei distolse subito il suo con freddezza, e lo stomaco di Davide si contrasse con dolore.

Dea…

La corriera partì e si allontanò verso via Dante, lasciando Davide con l’amaro in bocca.

Davide… Dea si sporse un poco, mentre la corriera avanzava tra il traffico di quella mattina di gennaio, per vedere se riusciva a scorgerlo ancora. Si arrese, ormai erano davanti al conservatorio e lui era lontano. Già… lontano… Sprofondò nel sedile e guardò davanti a se. Ormai era accaduto troppo tra loro due. Era una storia del passato. A lei non importava più nulla -la corriera si fermò in piazza Repubblica- aveva già il compito di greco di cui preoccuparsi, pensò afferrando il vocabolario e scendendo dalla corriera per affrontare una bella versione in greco antico…

“Ragazzi, state attenti, sabato c’è il compito.” La professoressa di fisica stava spiegando alla classe assonnata. Il quadrimestre stava finendo, e i compiti in classe si susseguivano a vista d’occhio. Ma a Davide non importava. Guardava il cielo oltre la finestra, che quel giorno era stranamente limpido, e pensava a Dea. Si sentiva colpevole verso Mina, ma non poteva farci nulla. Si era reso conto che gli mancava davvero molto. Quando lei l’aveva respinto non si erano più sentiti né visti ed erano passati ben otto mesi, uno in meno della sua relazione con Mina. Avrebbe tanto voluto vederla, parlarci… Forse avrebbero potuto ricostruire quel rapporto che si era sfaldato due anni e mezzo prima. Non sapeva bene cosa provasse ora per lei. D’altronde la loro era sempre stata un’amicizia un pò strana. No, non doveva pensarci, per lui esisteva solo Mina e nessun’altra. Amava solo Mina… e comunque si trattava solo di far riaffiorare una vecchia amicizia… decise che quella sera stessa l’avrebbe cercata di nuovo.

Il padre di Dea dipingeva il salotto di un rosa salmone molto carino. Dea chiacchierava allegramente con la madre, mentre teneva un asciugamano fra i capelli. Aveva appena finito di studiare latino. All’improvviso il cellulare squillò. Non si aspettava messaggi: Ilaria, la sua compagna di banco nonché nuova migliore amica, le aveva detto che sarebbe andata dall’estetista. Ingenuamente, Dea pensò che forse aveva finito presto. Lesse il mittente e quasi le venne un colpo. Era… Era Davide!

“Dea c’è qualcosa che non va?” Le chiese sua madre, sporgendosi verso di lei, preoccupata. Doveva essere impallidita. Scosse il capo. Cosa voleva lui adesso? Ancora? Era fidanzato, quindi! Si calmò quando lesse che gli serviva il codice di un gioco che lei aveva. Gli rispose che l’aveva perso e tornò del suo colorito naturale. “Vado ad asciugarmi i capelli…” Annunciò, balzando in piedi. Arrivata in bagno srotolò l’asciugamano e si frizionò i lunghi capelli profumati. Accese il phon e prese a canticchiare allegramente una canzone che aveva sentito quel pomeriggio alla radio. Quando finì guardò il cellulare e lesse che le era arrivato un nuovo messaggio. Rabbrividendo per il freddo tornò in salotto dove si sedette comodamente accanto al caminetto e lesse il messaggio. Era di nuovo Davide… “Dea scusa, ma non mi piace cercare la gente solo per chiedere favori… come va?”

Dea scrollò le spalle. Bè, sarebbero potuti tornare tranquillamente amici, giusto? Decise di rispondergli e iniziarono a parlare del più e del meno.

“Ila, sai la novità?”

Era appena suonata la campanella della ricreazione e Dea moriva dalla voglia di raccontare tutto alla sua amica che mugugnò un cenno d’assenso emergendo dalla borsa dove stava rovistando, forse per cercare la tanto agognata merenda. Intorno a loro si levò un assordante vociare allegro. Ilaria scartò la focaccia e ne morse un pezzo, osservando Dea con curiosità. “Si è fatto vivo il mio ex.” Buttò lì tutto d’un fiato, sorridendo imbarazzata. Ilaria mandò giù troppo in fretta il boccone, sgranò gli occhi e tossì. “Quello… Quello là??” Chiese con un’acuta voce incredula. Sapeva tutta la storia a grandi linee, Dea gliel’aveva raccontata distrattamente qualche mese prima. “Sì ma stai tranquilla per me è solo un vecchio amico, e poi ha già la ragazza. E’ una storia finita.” Nel dirlo, Dea si rese conto di non esserne poi tanto convinta. Ilaria la guardò con l’aria di chi la sapeva lunga. “Sarà…”Fece, continuando a fissarla. “Che c’è?” Le chiese Dea che si sentiva in imbarazzo.

“Ma sei sicura di averlo dimenticato del tutto?”

Dea sussultò, punta sul vivo. Nel risentirlo aveva potuto percepire una strana sensazione, e sapeva che se l’avesse visto, forse…Scosse il capo scacciando quella sensazione. “Sì. Se fosse stato per me magari non l’avrei più sentito.”

“Ok” Disse Ilaria, non troppo convinta. Dea si alzò e si stiracchiò. “Lo devo vedere lunedì”

Lunedì.

Una giornata di sole. Era insolito a fine gennaio che facesse un pomeriggio così luminoso. Dea uscì di casa, un pò turbata. Si erano dati appuntamento a casa della nonna di lui, una casa piena di ricordi sulla loro amicizia, sul loro amore. Era un pò in anticipo, così decise di aspettarlo. Davanti alla casa della nonna c’era la ringhiera delle scuole medie nascosta da una folta vegetazione che si gettava all’esterno. Proprio davanti al portone in metallo della casa la ringhiera formava una nicchia dov’era nascosta la centralina della corrente elettrica della scuola. Dea decise che l’avrebbe aspettato lì. Si sedette sul muretto che reggeva la ringhiera e gettò un’occhiata carica di nostalgia a quella casa. Quanto era cambiato tra loro… Non erano più i bambini di un tempo, erano passati quattro anni da quando si erano conosciuti e i loro sentimenti erano mutati così come loro stessi. Da un anno le loro strade si erano divise, ma ora si erano nuovamente riunite, misteriosamente. E non per colpa di Dea…

Riflettendo a ciò, Dea si scostò i lunghi capelli dal viso, gettandoli all’indietro. Quelli obbedirono lasciandosi cullare dall’alito di vento pungente. Istintivamente gettò lo sguardo verso la strada e vide un bmx avanzare. Sopra c’era Davide che la salutò con un sorriso. “Ciao Dea.”

Dea ricambiò il sorriso. “Ciao.”

I due entrarono in casa e Dea si accorse che erano soli, ma non disse nulla. Si misero in cucina e scoprì che parlare con Davide non era difficile, lui non era per nulla cambiato. Era sempre spiritoso e dalla battuta facile ed era come se fossero stati sempre insieme. Dopo poco tempo decisero di andare di sopra e una nuova fitta di nostalgia la invase. Entrarono nella stanza degli ospiti; Davide si sedette sul letto e Dea nella sedia lì accanto. Davide le raccontò di Mina, la sua ragazza e Dea gli raccontò di Flavia. Parlarono ancora della scuola, delle nuove esperienze che avevano fatto in quell’anno ed entrambi parvero capire che nulla sarebbe più potuto essere come prima. Cadde il silenzio. Forse le parole erano troppo ipocrite, troppo inutili…

“Vieni qui.” Le disse dolcemente, battendo la mano sul materasso, accanto a lui. Dea sorrise ed ubbidì docilmente. Davide le prese la mano, carezzandogliela. “Mi mancavi…” Le sussurrò. Il cuore di Dea batteva all’impazzata, non sapeva cosa pensare, era confusa. Non riusciva a parlare, soffocata da quel sentimento troppo grande che stava rinascendo in lei. “Mi mancavi troppo.” Aggiunse Davide, carezzandole i capelli. Dea strinse gli occhi cercando di reprimere i suoi sentimenti, ma non ce la fece: si voltò di scatto e istintivamente lo abbracciò. “Ehi…” Fece lui con dolcezza. Poi si abbandonò a quella stretta, abbracciandola forte e carezzandole ancora i lunghi capelli. “Mi mancava abbracciarti.” Le sussurrò all’orecchio. Dea lo strinse ancora, e si ricordò di quando due anni prima si abbracciavano così stretti… chiuse gli occhi, cercando di scacciare quei ricordi ancora dolorosi. Si separarono delicatamente quel tanto che bastava per avere i visi vicinissimi e si guardarono negli occhi. Quegli occhi… non avevano perso la loro grandezza, la loro profondità e la loro bellezza, ma avevano perso l’ingenuità. Quello sguardo la paralizzò. Davide si chinò su di lei e le baciò la guancia diverse volte, arrivando alle labbra. Esitò un attimo, poi si tuffò sulle sue labbra fondendole con le proprie in un lungo bacio, morbido, adulto. Dopo qualche minuto si staccarono. Davide premette la fronte con quella di Dea, poi la baciò di nuovo.

“Sono tornata.” Dea chiuse il portoncino. La madre era seduta sul divano e guardava la televisione. Spostò lo sguardo dallo schermo a lei e aggrottò le sopracciglia, turbata. Però Dea, che non voleva farle capire nulla, si tolse la sciarpa, si sfilò in fretta il giubbotto mettendolo nell’attaccapanni e si precipitò di corsa in camera sua. Infilò il nuovo cd dei Cranberries nello stereo alzando il volume al massimo e si lasciò sprofondare nel letto, chiudendo gli occhi, stravolta. Le note di Zombie riecheggiarono rimbombando nei muri, ma Dea non le ascoltava. Era… Era scossa, ma felice. Era il suo primo vero bacio, ed era stato bellissimo. In quel momento era stata pervasa da mille emozioni. Riaprì gli occhi. Lei lo amava ancora. Cazzo, in che casino si era cacciata stavolta! Lui era già fidanzato! Ma perchè proprio lui… Dea sbuffò, disperata. Lo amava, lo amava ancora e anche di più… e lui era già fidanzato. Ma perchè l’aveva baciata? Lui… cosa provava? “Uff.” Fece Dea, portandosi le mani davanti al viso. Credeva che tra loro fosse tutto finito! Credeva che non l’avrebbe visto mai più… invece ecco cosa succede: l’impossibile! E non si sentiva neppure in colpa per Mina, anzi incominciava ad odiarla ferocemente. Certo che fare l’amante non le si addiceva. Nel giro di pochi minuti prese a ricordare tutto ciò che tra loro era successo e si chiese se non fosse per caso la protagonista di un libro e se qualcuno si stesse divertendo a scrivere le sue vicende…

Erano le otto di sera. Davide scendeva a piedi dal paese di Mina a passo svelto, il capo chino fissando il suolo, le mani sulle tasche del giubbotto. Si sentiva un pò confuso. Forse anche un tantino in colpa per Mina che quella sera gli aveva chiesto trenta volte cosa non andasse, perchè lui non poteva guardarla senza provare una lancinante fitta al petto… l’aveva tradita con Dea. Assurdo… Davide scosse il capo e assunse un’espressione contrita. Alzò lo sguardo istintivamente. Non poteva negare a se stesso che gli era piaciuto molto. Stupido, ti sei messo nei casini con le tue stesse mani, lo rimbeccò una vocina nella sua testa, carica di rimprovero. Conosceva Dea, era convinto che ora avrebbe voluto delle spiegazioni. Cosa le avrebbe detto? -aumentò il passo- Accidenti, non lo sapeva nemmeno lui il perchè. Era successo e basta… Sospirò. Finalmente il suo paese era vicino.

Era confuso. Dea gli era sempre piaciuta, era stata il suo primo amore, la sua prima ragazza ma ora… ora c’era Mina e sinceramente non se la sentiva di lasciarla e farla soffrire per un… ehm… incidente. Però… Dea…

Svoltò l’angolo e si diresse verso casa sua, non molto distante da lì.

Il viso della ragazza parve essersi scolpito nella sua mente. Non riusciva a smettere di pensarla. E ora cosa avrebbe fatto? Si chiese, inserendo le chiavi nella toppa del cancello bianco e girandole. Lo spinse di lato e quello, scorrendo, si aprì con un forte rumore. Davide entrò e lo richiuse, sospirando di nuovo. Avrebbe dato tutto, ma proprio tutto per liberarsi da quel casino. Era sicuro che Dea gli avrebbe detto di scegliere ed era inevitabile farlo. Ma chi delle due? Scuotendo il capo, assorto, salì le scale ed entrò in casa.

“Cosa????”

“Calmati!” Esclamò Dea alla sua migliore amica, che aveva gettato quell’urlo, guardandola incredula. Stefano, il loro migliore amico, era sussultato e metà del suo tè senza zucchero si era rovesciato sulla sua maglietta Armani. “Guarda cos’hai combinato, Ilaria…” Sbuffò, cercando di ripulirsi con una salvietta. Si trovavano al secondo piano della scuola, dove c’erano le macchinette selfservice delle bevande.

“Ma stai scherzando, Dea?” Ora Ilaria sussurrava, un pò sconvolta. Dea le gettò uno sguardo obliquo, soffiando sulla sua cioccolata calda nello scarso tentativo di raffreddarla. “Ila, ma che problema c’è?” Sbottò. “Come che problema c’è? Ma ti rendi conto?? Primo: è già fidanzato con quella Mina, ed è piuttosto scorretto ciò che avete fatto nei suoi confronti.” Disse Ilaria, con severità, “Secondo: chi credi che sceglierà? Dea, lui non è innamorato di te, non dovresti illuderti così, altrimenti prima di incontrarti avrebbe lasciato Mina. E’ troppo bello per lui avere il piede in due staffe, ti ha solo usata.” Stefano annuì. “Ti conviene lasciarlo perdere, ti sta prendendo in giro.” Dea scosse il capo e sorrise. Conosceva Davide. “Non è possibile, credetemi.” Disse e si allontanò.

“Dea soffrirà.” Sentenziò Stefano. Ilaria, stancamente, si strofinò gli occhi e annuì.

Tredici anni dopo.

“Dottoressa!”

La giovane dottoressa ventottenne si voltò di scatto e sorrise. Intorno a lei si udiva soltanto l’eco di qualche passo lontano o del carrello per il pranzo, tutto era di un candore accecante e l’odore del disinfettante era acre e pungente. La dottoressa aveva una cascata di lunghi capelli castani, mossi e lucidi; un volto carino, ben curato e senza un filo di trucco. Era alta, snella e ben fatta. La ragazza bassottina che l’aveva chiamata le corse incontro e la dottoressa le rivolse un più ampio sorriso. “Flavia! Che piacere! Come mai qui?”

Flavia ricambiò il sorriso. La dottoressa notò che era lo stesso sorriso di sempre e provò una sensazione di sollievo che le riscaldò il petto. Era diversa, tuttavia. All’aria ingenua era andata via via sostituendosi una consapevolezza più adulta, più matura che si poteva scorgere ora nei suoi piccoli occhi scuri.

“Era da tanto che non ci vedevamo, Dea.” Rispose Flavia, e ora il sorriso lasciò il posto ad una vaga nostalgia, mentre la scrutava con fare preoccupato. Dea smise di sorridere. Erano trascorsi tredici anni…

Dea si sedette in una sedia della sala d’aspetto, stringendo con forza la cartella che aveva in mano (era primario di cardiologia dell’ospedale) evitando lo sguardo di Flavia che sospirò e le mise una mano sulla spalla. Flavia sapeva tutto e forse era per questo che dopo quel fatto si erano allontanate.

Tredici anni prima Davide aveva scelto di stare con Mina, ma Dea non era mai riuscita a scordarlo e benchè soffrisse aveva deciso di essergli amica. Lui si lasciò con Mina, ma tuttavia sostenne di non amare più Dea. In compenso lei si era chiarita con Flavia ed aveva scoperto che era stata tutta una bugia, era stata minacciata da una ragazza gelosa della loro amicizia che se non avesse avuto una scusa per litigare e dire addio a Dea lei le avrebbe picchiate entrambe con i suoi amici più grandi. L’anno dopo Ilaria e Stefano avevano avuto un contrasto piuttosto acceso con la loro amica e si erano allontanati, colmi di rancore. In quel periodo Dea poteva contare sul sostegno di Davide e Flavia che le erano accanto. Lei non era mai riuscita a dimenticarlo e soffriva troppo del fatto che lui non l’amasse e avrebbe potuto amare un’altra ragazza più bella di lei, più simpatica… Spinta da questi sentimenti decise di allontanarsi per un pò, ma la tattica non funzionò. Dopo quattro mesi infatti, i due chiarirono e tutto andava per il meglio, la loro era una bella amicizia, finché…

Dea tornò in se da quel turbine improvviso di ricordi. Vedere Flavia era sempre stato così, in quei tredici anni. Per questo non l’aveva più telefonata, non era andata a trovarla… Il suo viso, la sua persona erano legate troppo a quel periodo.

“Dea..”

La dottoressa fissò l’amica. Aveva la stessa espressione di quel giorno, di quella terribile notte….

Dodici anni prima.

Era una calda notte d’estate. Dea stava chiacchierando tranquillamente con la zia che insieme allo zio erano rimasti a cena. Ogni tanto l’occhio di Dea si posava sull’orologio appeso alla parete e sul cellulare che teneva in grembo. Davide le aveva detto che era a cena da un amico e che si sarebbe fatto sentire non appena fosse tornato. In quei giorni lui era particolarmente felice perchè finalmente aveva lo scooter che tanto desiderava e Dea era contenta per lui, anche se… gli mancava vederlo. Lo sentiva praticamente tutti i giorni, ma era da un mese che non lo vedeva. All’improvviso squillò il campanello. La madre di Dea osservò sorpresa la porta, come se temesse che qualcuno la stesse per sfondare. “Apri, mamma.” Le disse Dea. Chi poteva essere a quell’ora?

La madre della ragazza si alzò con cautela dalla sedia e si mise in ordine il grembiule che portava legato in vita, poi avanzò verso la porta, serrò le lunghe dita sulla maniglia, l’abbassò e la aprì. Per un istante nessuno parlò. Tutti fissavano con curiosità la donna, che era ammutolita. “Flavia?” Disse incerta. Dea scattò in piedi sorridendo. Ma quando raggiunse la porta e vide il suo viso illuminato dai fari della macchina del padre attraverso le sbarre del cancello, il sorriso svanì senza lasciare traccia. L’amica piangeva. Non disse nulla, ma fece cenno a Dea di avvicinarsi. Lei premette il pulsante azzurro del citofono per aprire il cancello, si avvicinò e lo aprì trovandosi faccia a faccia con Flavia. “Cos’è successo?” Le sussurrò, terrorizzata. Una sensazione di gelo si impadronì del suo stomaco. Flavia aprì la bocca ma non emise alcun suono, tranne un lieve gorgoglio. Scosse il capo, chiuse gli occhi poi ci riprovò.

“Devi venire con me.”

Le afferrò la mano e Dea ebbe un tremendo presentimento.

“Dea dove stai andando?” Urlò sua madre dalla porta con una evidente nota di panico nella voce. Flavia si voltò e guardò la madre di Dea con gli occhi colmi di lacrime. “E’ urgente.” Disse, in un tono che non ammetteva repliche. “Mamma torno presto.” La rassicurò Dea, entrando nella macchina del padre di Flavia, spaventata quanto la madre.

L’uomo mise in moto partendo alla velocità della luce diretto nel paese vicino. “Ma insomma Flavia che sta succedendo?” Dea cominciava ad irritarsi. Nessuno fiatò, così ci rinunciò, sbuffando. Arrivarono davanti ad un incrocio e la macchina si fermò sul ciglio della strada. Dea guardò oltre il finestrino. “Cavolo che brutto incidente.” Disse in sussurro. La luce di un faro illuminava i resti di uno scooter. Uno scooter… Presa da uno spavento irrefrenabile, aprì lo sportello dell’auto e si precipitò fuori. Flavia la seguì. Le urlò qualcosa, ma Dea la ignorò.

Una numerosa folla di persone circondava quello che doveva essere il luogo in cui l’incidente era avvenuto. C’era l’ambulanza con i fari spenti. Dea vide un carabiniere parlare animatamente con un dottore dell’ambulanza. Il carabiniere indicò a terra, ma il dottore scosse il capo sconsolato. Il cuore di Dea batteva ad una velocità incredibile. Si sentiva male, aveva la nausea. Non è possibile, si disse, non è assolutamente possibile… Si fece largo tra la folla mormorante e arrivò accanto alla macchina completamente distrutta. Qualcuno le afferrò la mano; seppe senza doversi voltare che era Flavia.

Si fece coraggio e guardò accanto ai resti dello scooter. Un casco bagnato di sangue rotolò andando a sbattere contro le sue scarpe. Dea si chinò, tremante, e lo afferrò. Conosceva quel casco.

I suoi occhi si fermarono in un punto preciso, come se ne fossero stati attirati.

Accanto all’ambulanza, coperto di macerie, c’era un corpo. Come se fosse in trance, Dea lasciò piano la mano di Flavia e avanzò verso quel corpo ondeggiando come in un sogno. Nessuno parlava più, anche i più flebili mormorii si spensero. Ora tutti osservavano Dea avanzare con grande fatica. Si inginocchiò accanto a lui. Era come se il suo cuore avesse smesso di battere. Una sensazione di gelo la pervase, prese a tremare. “Davide.” Sussurrò, mentre gli occhi traboccavano di lacrime. Gli carezzò il viso che non vedeva da quasi un mese, ora imbruttito dal sangue ancora fresco che colava da una ferita sulla fronte e dalle innumerevoli schegge di vetro conficcate sulla pelle. I suoi occhi erano serrati. Quegli occhi bellissimi non si sarebbero mai più illuminati quando diceva una battuta divertente, non l’avrebbero più guardata con dolcezza. Gli sfiorò le labbra, ancora calde. Non si sarebbero mai più aperte in un sorriso o in una sonora risata.

Senza sapere quello che faceva, si chinò e premette le sue labbra su quelle di Davide, poi alzò il corpo dal suolo e lo strinse forte a se, ululando di dolore, ripetendo più volte il suo nome che echeggiò rompendo quel triste silenzio che aggravava pesantemente il cuore di ciascuno. Davide non si sarebbe alzato più, mai più, non le avrebbe più parlato, non avrebbe più sentito la sua calda voce che tanto amava… era la stata la prima persona ad aprirle il suo cuore, la prima persona ad averla amata, la prima persona che Dea avesse mai veramente amato. Non poteva, non poteva essersene andato, non così, non quando stavano ricostruendo il loro rapporto, non quando lui le aveva detto che per lei provava affetto ma anche amore, non poteva essere morto senza che si fossero mai chiariti… Era un dolore lancinante che le divorava l’anima che non le dava tregua, che la faceva sprofondare giù, nell’abisso più profondo. “Svegliati… apri gli occhi…” Mormorava tra le lacrime che ormai la inondavano di un amaro, incontenibile dolore, sfiorando il viso del ragazzo apparentemente addormentato. Flavia piangeva, in silenzio. Nessuno osava fiatare.

“Non puoi morire cazzo!”

Dea prese a scrollarlo, rabbiosa. “Davide svegliati e dimmi… che non sarò… mai sola.” Ruppe in singhiozzi convulsi e lo abbracciò. Spesso lui gliel’aveva detto. Le aveva giurato che ci sarebbe stato per lei, che sarebbe stato al suo fianco e quando si sentiva sola lui l’aveva rimproverata dicendole che non sarebbe mai stata sola perchè c’era lui con lei.

Ma ora si sentiva sola. Più sola che mai. Davide se n’era andato.

Davide… Davide… Davide.

Piangeva, anche se stava esaurendo tutte le lacrime. Se n’era andato un pezzetto di se. Per cosa avrebbe vissuto d’ora in poi? Senza Davide la vita non valeva la pena di essere vissuta. Si sentiva immensamente vuota, nulla aveva la minima importanza, desiderava raggiungerlo, desiderava morire anche lei per stare con lui per sempre. Erano sempre stati assieme… Ora non poteva cancellare dalla sua mente frammenti di ricordi, nitidi come se li stesse rivivendo. E si rivide più piccola di cinque anni giocare con lui, la cugina e suo fratello. I momenti in cui aveva riso fino alle lacrime con lui durante le ore di lezione, quando avevano scoperto di amarsi, quando si abbracciavano… e l’anno prima, quel bacio… “Davide!” Strillò. Lui non l’avrebbe mai più risposta. Non viveva più. Non era più parte di lei.

La dottoressa si asciugò le lacrime che le scorrevano sulle guance, poi incrociò lo sguardo di Flavia. Da quella terribile notte Dea l’aveva sempre evitata. Forse inconsciamente aveva provato odio per Flavia. Perchè era stata lei a farle conoscere quella terribile realtà.

Distolse lo sguardo e una morsa le strinse il cuore.

“Scusami. Ho parecchio lavoro da fare… Io… Be’… Ciao.”

Dette queste parole, Dea si voltò di scatto e percorse a grandi passi il corridoio deserto con il cuore pesante e le lacrime agli occhi. Quando aveva sedici anni mai si sarebbe sognata che il destino l’avrebbe separata dal suo più grande amore e dalla sua più grande amica. Come le disse sua madre una volta, tutto è nato per finire.

Gettò distrattamente uno sguardo dietro di se e vide Flavia sospirare e alzarsi dalla sedia con un’aria sconsolata. Dea scosse il capo. Erano comunque rimaste sempre grandi amiche, dopotutto; si erano viste spesso in quegli anni e avevano ricostruito un bel rapporto.

Dea, però, nei suoi occhi notava l’ombra di quel doloroso passato.

Per questo li evitava.

“Dottoressa.” Dea non si voltò. Ne aveva abbastanza. “Dea!” La chiamò la voce. Era una voce maschile, che lei riconobbe. Si voltò e davanti a se vide Francesco… era il fratello minore di Davide. Dea sorrise, era un suo amico, lo conosceva da quando era nato essendo nove anni più piccolo del fratello e di Dea. “Come stai?” Chiese lui, tendendole la mano. Dea lo fissò, era incredibile la sua somiglianza con il fratello defunto… “Bene e tu? Come mai qui?” Rispose Dea, stringendo la mano tesa. Francesco si grattò la testa, imbarazzato. “La mia ragazza ha avuto il nostro bambino e ho pensato di venire a trovarti qui.”

“Davvero? Posso vederlo?” Chiese Dea, estasiata. Scesero nel reparto ginecologia e Francesco la guidò fino alla stanza della sua ragazza, che nel vederli arrivare volse loro un ampio sorriso. Stringeva a se un piccolo bambino, che non piangeva ma anzi li osservava con curiosità con i suoi grandi occhi scuri…

Grandi, bellissimi e profondi occhi scuri…

Li riconobbe.

“Davide.” Disse Dea in un soffio.

“Sai una cosa Dea?”

La piccola Dea di undici anni osservò Davide con intensità e gli sorrise. “Cosa?” Chiese con curiosità. Davide fissò il cielo azzurro sgombro di nubi. Era una magnifica sera di inizio settembre; l’aria era limpida e fresca e loro due, seduti sul tavolino in giardino, giocavano chiacchierando del più e del meno.

“Non so dove, ma mi ricordo che un giorno qualcuno mi ha detto che le cose perdute che abbiamo amato alla fine tornano da noi.” Disse Davide, serio, continuando a fissare il cielo. Dea scoppiò a ridere, divertita. “Dai Davide, non ti si addice tanta serietà!”

Lui distolse gli occhi dal cielo e le rivolse uno degli sguardi più belli del repertorio, sorridendole con estrema dolcezza. “Sì… Hai ragione.”

 

6 pensieri su “Tutto nasce per finire”

  1. Ciao Ale sono Mercy… la tua compagnetta di banco!!!! =) =)
    E cosi la mia adorata compagnetta di banco, nonchè mia migliore amica di scuola, fa grandi progressi!!!
    Eih bella… ricordati di me quando diventerai famosa!! XD XD La storia era bellissima come ti ho detto precedentemente nell sms!!! =)
    Ci si vede domani a scuola!! …ti devo raccontare troppe cose! =)
    Un bacio ti voglio bene la tua Hermione!! XD

  2. Se ti chiamo kagome chan forse mi riconosci… 🙂 mi dispiace di aver ricevuto tardi la tua lettera, cmq sono contenta di averti sentito! a presto ti scriverò una lettera… la tua storia è molto bella, davvero, mi ha colpito molto!!! e qualche lacrimuccia è scivolata via…
    continua così!!
    1 bacione grande grande, a presto
    strawberry

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