A passeggio col nonno

Mio nonno materno fu la prima persona che persi; ma la mia certezza del Paradiso allora era tale che non ebbi alcun dubbio che fosse passato a miglior vita. E non capivo che non l’avrei più rivisto. Mai più.

Avevo forse dodici anni; era il 1960, inizio di un decennio di fede nel progresso, di ottimismo, di emancipazione, di motorizzazione. Ma il ricordo più bello che ho del nonno Stefano risale a circa cinque anni prima.

Con una certa frequenza, in particolare nei periodi di vacanza scolastica, mio padre mi accompagnava dai nonni per trascorrere una giornata diversa. In effetti loro avevano un negozio, la casa annessa e un piccolo giardino, un gatto e un pulitissimo pollaio. Tutto ciò, insieme alle scatole di cartone che rimanevano dalle vendite e ai romanzi gialli che mio zio lasciava in giro, costituiva una molteplice occasione di svago.

Ricordo che a volte mio zio mi accompagnava a fare colazione al bar e io sceglievo una “cassatina” che era una piccolissima cassata siciliana, con la pasta di mandorle e pistacchio a giro, la crema di ricotta, il pan di spagna alla vaniglia sotto e una splendida ciliegia glassata al centro. Mi bastava quella e non volevo nient’altro.

Una volta, e una volta soltanto, accadde che il nonno mi accompagnò a fare una passeggiata. Poiché eravamo in centro, ci incamminammo verso piazza Politeama, superammo il teatro omonimo, attraversammo via Libertà e ci sedemmo su una panchina di marmo a piazza Castelnuovo, in mezzo alle aiole e alle palme, guardando da lontano lo splendido prospetto del teatro.

Eravamo a metà degli anni ’50 e le automobili erano veramente poche e rare, il silenzio riempiva quel pomeriggio soleggiato e la pace sembrava aleggiare su ogni cosa.

Non ricordo di che cosa il nonno borbottasse, di che cosa parlasse tra sé, che cosa volesse confidare a un bambino di sette anni, che avrebbe conservato il segreto per innocenza o incomprensione. Non so come, ma a un tratto il nonno disse che i soldi erano tutto nella vita, che con quelli si può avere tutto.

Non ricordavo che a scuola le suore mi avessero insegnato quelle cose, ma non potevo dubitare troppo del nonno, così mi sforzai di trovare una cosa, almeno una, che potesse negare magari in parte quella triste affermazione. Forse…

– Nonno, con i soldi non si può comprare la salute…

Il nonno guardava lontano e si voltò appena:

– E’ vero, però con i soldi si possono consultare i migliori medici e comprare le migliori medicine, si può mangiare bene e andare in villeggiatura nei posti più salutari: con i soldi ci si può curare e mantenere bene.

“Le cose spirituali non si possono comprare”, pensai, così gli dissi:

– Con i soldi non si può comprare la felicità…

Ancora il nonno si voltò un attimo verso di me, poi tornò a guardare il teatro lontano e disse:

– E’ vero, però con i soldi puoi comprare una bella casa, una bella automobile, puoi fare tanti viaggi, hai tanti amici e puoi fare tanti regali a tutti i nipotini: i soldi, insieme alla salute, possono fare la felicità.

Il nonno sapeva tante cose più di me, ma io non potevo rinunciare a credere in ciò che mi avevano insegnato, che io avevo capito e che adesso faceva parte di me: non credevo assolutamente che i soldi potessero comprare tutto. E continuavo a riflettere, come un piccolo ribelle idealista.

C’era in effetti una cosa, che certamente non si poteva comprare, una cosa che non conoscevo bene bene, una cosa da grandi che anche un bambino piccolo poteva capire, perché era una cosa che si sentiva, qui, qui dentro, dove batteva veloce il mio piccolo cuore, una cosa che a volte mi procurava un’emozione qui, nel mio pancino, proprio sotto l’ombelico, qualcosa che certe volte mi riscaldava il viso e quasi quasi mi faceva venire il mal di testa; una cosa che aveva un nome da grandi, che certe volte faceva dare a un uomo e una donna lunghi baci sulle labbra… e poi il film finiva.

Io non sapevo, non capivo che gusto ci provassero a fare in quel modo, non capivo perché dopo si dicevano quelle paroline brevi brevi che sembravano un giuramento eterno…

Questo non lo sapevo, però due anni prima, proprio al cinema mi ero innamorato, proprio così, ma non ditelo a nessuno, per carità, perché in effetti sono cose da grandi, mi ero innamorato della principessa del Nilo.

Lei naturalmente aveva sposato uno più grande, però io l’anno successivo (avevo sei anni) mi ero innamorato di … Era una ragazza giovane giovane, con i capelli biondi sempre spettinati; la chiamavano la strega, ma non era una strega: era buona, soltanto un po’ selvaggia, ma io ne ero stato innamorato. Alla fine del film lei era morta, ma ormai io sapevo che un giorno, da grande, magari a tredici anni, mi sarei innamorato di una ragazzina destinata a me. Bastava attendere.

Il nonno però non poteva attendere: era malato, sembrava molto vecchio, aspettava, aveva bisogno del mio suggerimento. Ma dovevo pronunciare una parola da grandi, senza capirne bene tutto il significato; eppure era la parola che mi aveva fatto battere il cuore, mi aveva tutto scombussolato. Chissà che cosa provavano i grandi quando erano innamorati!

Mi feci coraggio, pensando che il nonno tutt’al più mi avrebbe detto che quella era una cosa da grandi:

– Nonno, con i soldi non si può avere l’amore…

Stavolta il nonno non si voltò, e non rispose subito. Sentii che c’ero andato vicino. Lui guardava un punto lontano, più lontano del teatro, più lontano del mare, di cui s’intravedeva una striscia laggiù. Pensava. Poi, alla fine, disse, a mezza voce:

L’amore… l’amore…

Sentii dentro di me che forse avevo vinto la sfida, che avevo trovato una cosa che non si può avere con i soldi, che le suore avevano ragione quando ci consigliavano le cose spirituali.

Ma sentivo anche che il nonno non poteva parlare dell’amore con un bimbo, non poteva confidarsi con lui, raccontare la sua parabola d’amore. Sì, parabola, perché lui e la nonna non si baciavano sulle labbra, non si dicevano le paroline brevi e dolci, non si abbracciavano mai. Forse l’amore per lui non era stato così grande, così eterno.

Però, pochi anni dopo, quando il nonno era morto, la nonna non era stata capace di alzarsi dal letto, nel quale si rigirava gemendo come se le avessero amputato un braccio…

Oh, nonno, se tu allora avessi avuto il coraggio di dare una risposta a tuo nipote! se tu avessi detto qualcosa che io non potevo capire, è vero, ma almeno ricordare per quando, moltissimi anni dopo, sarei stato in grado di capire!

Forse sarei stato in grado di evitare qualche errore, qualche dolore…

F i n e

copyright Michele Fiorenza

opera  registrata

5 pensieri su “A passeggio col nonno”

  1. Un racconto che tocca le corde del cuore per l’ambiente fisico-temporale in cui si svolge, per quelle domande sospese, per quel rammarico di sicurezze non raggiunte che le risposte mancate e l’esperienza sfuggita tra le dita come la sabbia ormai asciutta dei castelli costruiti in riva al mare, avrebbero potuto confortare.
    Ho letto altre cose tue e in tutte mi affascina quella sensazione di incertezza che resta alla fine della lettura e spinge al ricordo e alla rielaborazione.
    anna

    5 st.

    p.s. : a proposito di quel dolce rimasto nella memoria e che addolciva i giorni dell’infanzia, io ricordo una tortina delizia che aveva un sapore perfetto e non più ritrovato in nessun dolcetto analogo.

  2. Caro Michele, è un bellissimo ed emozionante racconto. Avere dei ricordi che fanno parte della nostra anima è una ricchezza enorme e tu, bimbo pieno di ideali e cose buone, a mio parere, l’hai vinta quel giorno, la sfida. Forse hai messo pure in difficoltà il nonno. Chissà. Ma se Lui ti avesse risposto, non credo proprio che tu avresti fatto a meno dei tuoi errori, perchè è così per tutti. Affrontiamo quella passerella di Vita, qualcuno con qualche nozione in più, qualcuno più debole, altri più sfrontati e forti, ma, credimi, i nostri errori li facciamo tutti.
    5 st. e buon proseguimento.
    Sandra

  3. Sai Michele, forse la verità non era lì in quel momento e il nonno non l’ha saputa spiegare.
    Bravo.

  4. Un racconto bello, che mi ha davvero emozionata nel leggerlo, forse anche perché mi sono tornati in mente i miei nonni materni, persi troppo presto; quando la mia nonna materna è salita in cielo avevo due anni e mezzo, mentre quando il Signore ha voluto prendersi anche mio nonno ne avevo cinque e mezzo.
    Ma lasciamo perdere le cose tristi, ti saluto rinnovandoti i miei complimenti in compagnia anche di 5 stelle.

  5. Mi scuso con i miei lettori/trici per non aver risposto subito, ma pensavo di aver sbagliato il metodo di pubblicazione e sono anche stato fuori per oltre quindici giorni. Mi sono sorpreso e commosso dei commenti positivi: temevo che non fosse una storia interessante, ma è forse l’unico mio racconto autobiografico. Vuol dire che le esperienze reali sono condivisibili… Sì, è vero, come non si può essere perfetti genitori, o amici, o cittadini, così non si può essere perfetti compagni di vita, e vale per tutti. Mi consolo. Grazie ancora, amici. Michele –

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