Going nowhere

“Going nowhere… going nowhere”, le parole di “Mad world”, una dolce e triste canzone, mi accompagnano in questo viaggio continuo in cui non faccio altro che partire e tornare, correre e guardarmi intorno facendo di tutto pur di non fermarmi a pensare, nemmeno per un nanosecondo.
Sono una ragazza, non ancora donna né tanto meno madre.
Un giorno ho conosciuto Alessio, un vero sogno per me che pensavo di non meritare le attenzioni di nessuno. Ale è intelligente, maturo, attivo e più divertente del Vernacoliere.
Insieme con lui posso studiare, andare al cinema, viaggiare, cercare lavoro e col tempo spero che faremo anche l’amore.
Spero.
Strano concetto questo. Lui, anzi mi correggo, LUI (lo scrivo con tre lettere maiuscole per distinguerlo dai Lui con la sola L maiuscola e sottolineare la sua importanza nella mia vita) ha già più di venticinque anni e l’avrebbe fatto subito, solo che io preferisco sempre aspettare per non lasciare alla fretta la possibilità di rovinare il rapporto e ora penso che non dovremmo farlo neanche tra vent’anni, sarebbe davvero inutile.
Oggi è Venerdì e c’incontriamo vicino alla suo moto, gli ho chiesto io di vederci oggi a quest’ora bastarda in cui lui dovrebbe essere a lavoro e io sui libri, perché ho deciso di smettere di soffrire in solitudine, ho bisogno di aprirmi e per farlo mi occorre tempo. Dopo i saluti, Ale mi guarda preoccupato: “Sara che c’è? Devi dirmelo se qualcosa non va, soprattutto se riguarda noi due”.
“Ho il casco e i soldi per la benzina, se puoi dedicarmi un paio d’ore, portami in un posto. Si tratta di fare diversi chilometri ma merita, te l’assicuro!” gli spiego mentre mi sistemo il casco viola di mia sorella. Ale mi sorride e si mette il casco anche lui.

“Cavolo, è irresistibile. Ho molto lavoro da fare al computer ma come faccio a dirle di no?!” penso mentre cerco di non restare troppo a lungo imbambolato di fronte al sorriso di Sara, la ragazza più strepitosa che abbia mai conosciuto. Ogni volta che mi guarda ho una paura matta di lei perché è così limpida, sincera e bella nel senso più ampio del termine che perderei del tutto la testa dimenticandomi di tutto il resto del mondo e siccome sono un uomo già adulto e con molte responsabilità dovrei evitare. Stavolta però avverto che non vuole essere accompagnata a fare qualche ragazzata tipo baciarci nella sagrestia di una chiesa. I suoi occhi nocciola sono più profondi del solito, venati di qualcosa che sembra proprio tristezza. “Hai paura della moto, vero piccolina?” le chiedo prima di girare la chiave. “Certo, da morire!” e scoppia a ridere perché ha paura davvero e non vorrebbe darlo a vedere. Il bello di Sara è che mi rende partecipe di tutti i suoi escamotage psicologici per far colpo su di me. Le donne! Qualunque cosa facciano nasconde un qualche secondo fine incomprensibile, sono un rompicapo per noi uomini e Sara è più complicata di un puzzle da tremila pezzi raffigurante uno specchio d’acqua.
Durante il tragitto lascio che mi indichi la strada finché non mi chiede di fermarmi in una piccola area di sosta da cui si accede ad un boschetto meta di tutti gli amanti dei funghi della zona, “Anche mio nonno ci andava spesso – racconto a Sara per farla sorridere – e una volta mi portò con lui. Tornammo a casa carichi di porcini e prataioli che fecero la gioia di mia nonna. Da quel giorno decise che portavo fortuna, non sapendo che in realtà portavo solo furbizia… i funghi li avevamo comprati perché in cinque ore di ricerca non avevamo raccolto nulla!”. Sara ride di cuore ma meno del solito e poi mi spiega: “Adesso deciderai tu dove andare, l’importante è che ci siano una collina e che si veda il tramonto”.
“Di colline ce ne sono a bizzeffe, non sarà un problema”. Sara non ride dell’espressione “a bizzeffe” che ho usato apposta, sapendo della sua passione per le parole insolite. Venti minuti dopo ci fermiamo, vicino Monteriggioni in una specie di radura che non saprei ritrovare perché mentre stavamo camminando non abbiamo mai smesso di guardarci negli occhi.
“Ale credo che tu provi qualcosa per me e ho una paura atroce di rovinare tutto con quello che sto per fare…”
“Se intendi far cadere la moto giù nel dirupo non posso darti torto!” scherzo per allentare la tensione. Forse non avrei dovuto scherzare, non in quel momento. Sara mi prende una mano tra le sue e parla.
Sara forse non potrà mai aver bambini.
Sara sta male da morire.
Sara si odia perché pensa sia tutta colpa sua. Mi spiega tutto dal principio cercando di trattenere i singhiozzi.
“Stavo tornando a casa dai miei perché mi sentivo troppo agitata per studiare all’università. Sull’autobus mi sembravo una persona in depressione, sciatta con i pantaloni della tuta e una maglietta di trent’anni fa macchiata di yogurt alla fragola, non ero in me. Sai come sono fatta, ho sempre i capelli sistemati e i pantaloni stretti. Odio la depressione e penso che alla mia età il “mal di vivere” si curi anche solo scambiando due parole con una signora alla fermata. Accorgendomi di essere strana, mi sono messa a pensare alle ultime settimane ed ho capito che forse ero giù perché dormivo pochissimo. Eppure sono felice, il mio problema è che non riesco a smettere di pensare e di avere paura anche se non so di cosa. Mi sono resa conto che doveva esserci un problema fisico perché in un mese ho perso più di dieci chili, mangio pochissimo e ho degli sbalzi d’umore tremendi.
D’ora in poi te la faccio breve perché voglio finire la storia in tempo per guardare il tramonto.
Ale… non posso avere figli. Probabilmente non potrò mai averne. Quando la ginecologa mi ha informato ho pensato di aver  provocato la mia infertilità smettendo di mangiare e invece è successo il contrario. Da quando il mio sistema ormonale ha smesso di funzionare in modo regolare il mio umore è cambiato di conseguenza e secondo lo psicologo a livello inconscio sapevo che c’era un motivo per odiare il mio corpo e così ho smesso di nutrirlo impegnandomi solo nella cura dell’aspetto esteriore. Combinando il tutto con problemi effettivi di cui ignoro i nomi esatti ho contribuito a fare questo.”
“Sara…”
“Non devi dire nulla. – non usa mai i toni rigidi, stavolta invece è perentoria – Sediamoci.”
Ecco la ragione della collina e del tramonto, posso capirla. Il conforto della vista di una cosa bella come il tramonto in un momento in cui lei si sente brutta ed insensata. La collina, invece, serve per urlare, gridare tanto forte da spaccarsi i timpani. Quello che Sara non sapeva è che anche il suo dolore sarebbe servito.
Sono trascorsi dieci anni e ci amiamo ancora. Sara temeva che non avrebbe mai dato affetto a nessuno, invece l’ha dato a me un giorno adotteremo un bimbo, ancora non ci sentiamo pronti, ma sono sicuro che lo faremo.
Un’ultima cosa: fare l’amore non ci è mai sembrato inutile.

 

2 pensieri su “Going nowhere”

  1. Clà è veramente bello, lo so che come commento è un pò banale e vago, ma delle due la scrittrice sei te! Tralasciando giudizi tecnici che nn potrei dare, mi limito a dirti che mi è piaciuto molto questo racconto (come gli altri 4 del resto), mi ha colpito e mi ha coinvolto, e, quindi, ti invito, in quanto tua autoproclamata “prima lettrice ufficiale” e tua più grande fan, a scriverne moooolti altri per deliziarmi ancora…
    …ti voglio bene…

  2. Anche se è un commento un po’ di parte (se scrivevi qualcosa di negativo avrei provveduto immediatamente a praticare su di te punizioni atroci, tipo romperti un dente (oops l’ho già fatto!) o piazzarmi giorni e giorni a casa tua usandoti il pc (…no, fatto anche questo!)… beh… grazie mille Ire e se hai voglia scrivi anche tu qualcosa un giorno!

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